Parlare dei Kraftwerk significa raccontare la storia di una delle esperienze artistiche più geniali e influenti della cultura moderna; una voce tanto elitaria quanto popolare che decontestualizzandosi dalla realtà circostante, ha gradualmente edificato un multiforme universo dal codice espressivo completamente proprio. Per comprendere a fondo la loro importanza, è inevitabile tornare per un attimo alle origini, quando tutto iniziò…
Al termine della Seconda Guerra Mondiale, la Germania era una Nazione spezzata con un forte desiderio di ridefinizione culturale che cancellasse i recenti orrori. A differenza degli Stati Uniti per esempio, non c’era ne il blues e nemmeno il Delta del Mississippi, i vagiti della prossima affermazione pop con tutti i pro e i contro annessi erano ancora molto lontani. Negli anni Venti il forte input multidisciplinare di realtà come il Bauhaus avevano però lasciato una traccia profonda nel modo di concepire e immaginare il concetto di creatività. In tempi più recenti, i “Corsi estivi di Darmstadt” gettarono le basi per i futuri sviluppi della musica contemporanea trasformando la città in epicentro della modernità. A fronte di un’eredità culturale tanto significativa, tra gli anni Cinquanta e Sessanta la Germania non aveva una vera e propria “cultura pop”, veicolo per l’espressione giovanile al di fuori dello Schlager, se vogliamo una contrapposizione prettamente europea all’ascesa del Rock And Roll. Pur ben consapevoli degli sviluppi socio/culturali esterni, molti artisti cominciarono a emanciparsi tanto da questa saccarina spensieratezza, quanto dall’immaginario Rock And Roll in cerca di un linguaggio che fosse orgogliosamente autoctono. Nel bacino della Ruhr e nelle aree circostanti Karlheinz Stockhausen era considerato un audace e apprezzato sperimentatore. Le sue ricerche, presto conosciute come musica concreta, integravano e manipolavano suoni di differente natura e provenienza. Le esperienze di Darmstadt unite a questo spiccato interesse per il suono e a un fortissimo desiderio di rinnovata espressione culturale, si trasformarono presto in opportunità di sperimentazione, che giunse a piena maturazione nel 1968, anno di nascita della nuova cultura tedesca “inaugurata” dal coevo Festival di Essen.
Kraftwerk, Amon Düül, Conrad Schnitzler, Kluster, Tangerine Dream, Can, Faust e molti altri diventarono così i maggiori esponenti e divulgatori di un nuovo modo di fare musica, spostando il baricentro sull’Europa. In questo diversificato milieu, lo studente di architettura Ralf Hütter e l’amico musicista Florian Schneider-Esleben, particolarmente affascinati dal lavoro di Stockhausen, colsero sin da subito il potere della musica come strumento di comunicazione, espressione d’identità e soprattutto specchio della moderna società tedesca, dei suoi usi e costumi. Una nuova visione folk squisitamente mitteleuropea quindi, espressione della gente e per la gente che integrasse però le intuizioni elettroniche come elemento naturale della musica, portandole al di fuori delle accademie. L’affermazione di questa nuova “Volksmusik” fu certamente facilitata dalla spiccata apertura della Germania nei confronti della “nuova musica” e da un’ottica dell’entertainment molto meno invadente rispetto agli Stati Uniti per esempio. Un po’ come accadde a New York per i Velvet Underground e più tardi in Inghilterra per David Bowie e i Roxy Music, con i Kraftwerk la musica divenne parte di un modus espressivo molto più complesso e vario, rappresentando solo un tassello (anche se molto importante) di un grande mosaico. Se da una parte gli anni Settanta offrivano una tale libertà d’azione, dall’altra non era certamente semplice proporsi e soprattutto farsi accettare da un pubblico e da un’industria musicale ancora immatura come quella tedesca, soprattutto secondo tali presupposti. Sin da subito quindi, i Kraftwerk si proposero non come un classico gruppo pop, ma come un’azienda di artigiani perfettamente coordinata e dedita alla creazione delle proprie opere. I fondatori e ideatori furono certamente Ralf e Florian, ma dobbiamo ricordare anche l’importantissimo (e non troppo decantato) ruolo del produttore Conny Plank nel plasmare il loro caratteristico sound favorendone la rapida ascesa.

L’esordio, “Tone Float”, pubblicato nel 1969 con il nome di Organisation, la produzione di Plank e il contributo di altri musicisti, dimostrò già la singolare curiosità della formazione, a partire dalle registrazioni effettuate in uno studio londinese nei pressi di una raffineria da cui si potevano ascoltare vari tipi di affascinanti suoni industriali, come ricordò in seguito Hütter. Tuttavia, la fascinazione per le tipiche tematiche kraftwerkiane, influenzò il lavoro sul piano esclusivamente intellettuale, “Tone Float” predilesse infatti sonorità sostanzialmente acustiche; la strumentazione elettronica venne utilizzata solo come medium per la manipolazione timbrica degli strumenti di cui Plank era un vero maestro. In ogni caso, ad oggi, l’album rimane un pregevolissimo (e tristemente dimenticato) esperimento legato a quegli anni di febbrile ricerca, certamente importante per comprendere pienamente gli sviluppi futuri. In questi primi anni di “Work in Progress”, dal 1969 al 71, i Kraftwerk e Plank attuarono un vera e propria indagine sulla natura e sulle possibilità del suono, con alcuni tra gli esperimenti più interessanti e audaci del Krautrock. In passato, Conny aveva lavorato con Gottfried Michael Koenig, Stockhausen, Edgard Varèse e Mauricio Kagel, personalità importantissime che gli avevano suggerito molte idee sul suono inteso come materia plasmabile, vitale e soprattutto protagonista. Tali intuizioni, unite all’approccio pionieristico di gruppi come The Velvet Underground, furono il background dei primissimi brani dei Kraftwerk, che, al posto dell’iconica banana pop scelsero come cover del primo album omonimo un misterioso cono stradale rosso fluorescente.
Dopo l’esordio a nome Organisation, la formazione, ridotta a quartetto con: Ralf, Florian e i batteristi Klaus Dinger e Andreas Hohmann, continuò con impeto quasi futurista la personale indagine sonora come espressione della società meccanizzata. La strumentazione tradizionale comprendente: flauto traverso, organo, piano elettrico, fu opportunamente coordinata dal fido Plank in regia. La prima traccia del nuovo album “Kraftwerk” (1970), “Ruckzuck”, rimane oggi un piccolo classico piuttosto indicativo di questa fase embrionale, imponendo l’ostinato ritmico in 4/4 conosciuto ai più come motorik, elemento peculiare di molti brani Krautrock, più tardi ritrovato anche nei NEU!.
L’album omonimo ebbe un seguito (questa volta con cono verde) intitolato semplicemente “Kraftwerk 2”, che proseguì e perfezionò questa immersione in sonorità industriali e concrète aggiungendo all’organico il basso di Emil Schult e la chitarra Plato Kostic. La profetica “KlingKlang”, traccia centrale del disco, prefigurò alcune delle future intuizioni dei Krafwerk e non solo…
Le prime idee sonore di Ralf e Florian furono concepite in un piccolo regno personale, luogo tanto spartano quanto magico, una stanza vuota ricavata da alcuni locali laboratorio in un edificio presso il 16 di Mintropstrasse a Düsseldorf. Il Kling Klang Studio, così chiamato, era accessibile mediante una piccola anticamera collegata a una sala principale di circa sessanta metri quadrati completamente insonorizzata; successivamente furono utilizzate ulteriori stanze adiacenti per la creazione di strumenti e oscillatori rudimentali. C’era anche un seminterrato dove i musicisti conservavano attrezzature e vecchi strumenti, puntualmente utilizzati (e riutilizzati) nel corso degli anni. Questo leggendario posto divenne il “covo creativo” per la genesi dei successivi album e segnò l’effettivo inizio della loro lunga storia.
Nel gennaio del 1972, anno di pubblicazione del secondo album a nome Kraftwerk, dopo ripensamenti e momentanei abbandoni, “i nostri” erano ormai un duo assai consolidato e determinato. Terminati gli studi di architettura Hütter era tornato a pieno regime, mentre Dinger era uscito di scena per formare i NEU! con il chitarrista Michael Rother che per qualche tempo aveva suonato nella band. La drum machine di Ralf aveva inoltre fatto il suo ingresso ufficiale tra gli strumenti prediletti, pronta a inaugurare la prossima conversione elettronica. Oggi si è soliti considerare “Autobahn” come il primo album “classico” dei Krafwerk, in realtà un anno prima, nel novembre del 1973, i due avevano già pubblicato “Ralf & Florian” che riordinò le carte in tavola lasciando intravedere spiccate doti melodiche e rafforzando notevolmente la componente elettronica mediante l’utilizzo di Vocoder, Minimoog ed EMS Synthi A., da quel momento strumenti prediletti. “Ralf & Florian” impose l’ordine sul caos tracciando confini sempre più precisi e netti. Questo album dimostrò una volta per tutte che era possibile sperimentare senza sacrificare la melodia, senza dipingere necessariamente oscure, desolate (seppur affascinanti) lande, tutto poteva possedere anche una leggera e vaporosa magia. “Kristallo”, “Tanzmusik” o “Ananas Symphonie” con le loro briose raffinatezze, erano già qualcosa d’altro nel panorama della musica tedesca, aprendo le porte al passo successivo, quello definitivo: “Autobahn”.
Se c’è un lavoro che concretizzò al meglio il concetto di “Neue Volksmusik” teorizzato precedentemente, fu probabilmente “Autobahn” (1974), ossia fiducia nel progresso di una rinnovata Germania che ritrovò nel viaggio sulle proprie autostrade una piacevole evasione. “Autobahn” fu nel contempo qualcosa di personale, ossia la rievocazione del percorso Colonia-Bonn sulla A 55, ma altrettanto universale e sperimentabile da chiunque, un po’ come la sua proposta musicale che rese palatabili e melodiche le intuizioni elettroniche epurandole da ogni asperità, un’intuizione piuttosto geniale nonché un nuovo modo di fare pop partendo da altrove, che influenzò gran parte della musica a venire. Il brano omonimo, “Autobahn”, inaugurò inoltre la tecnica canora dei Kraftwerk che Ralf definì “Sprechsingen”, ossia una curiosa forma di canto parlato, da questo momento traccia distintiva dei futuri lavori. Oltre alla famosa title track, l’album ospitò altri quattro piccoli quadretti strumentali più vicini agli esperimenti di “Ralf & Florian”. In merito, mi piace segnalare in particolare la bucolica “Morgenspaziergang”, un bellissimo duetto tra il piano di Hütter e il flauto di Schneider nell’ultima incursione prettamente acustica. Registrato tra il Kling Klang e lo Studio di Conny Plank a Wolperath, “Autobahn” vide oltre a Ralf e Florian la partecipazione di Klaus Röder (chitarra, violino), Wolfgang Flür (percussioni) e naturalmente di Conny Plank alla co-produzione. Plank aveva un furgone ben equipaggiato con un piccolo banco di registrazione; spesso raggiungeva Düsseldorf parcheggiandolo nel cortile del palazzo, da lì registrava collegando dei cavi. Altre volte invece il gruppo si spostava direttamente nel suo studio, come ricordò in seguito Flür. Pubblicato il primo novembre 1974, l’album rappresentò anche l’inizio di una rivoluzione legata all’immagine della band che a sfarzosi costumi, make up improbabili o jeans sgualciti e t-shirt, scelse un look rigoroso e minimal, con eleganti abiti che facevano pensare più a dandy d’inizio Novecento che a pop star in ascesa. Da questo momento inoltre, le importantissime copertine affidate a Emil Schult e l’aspetto visuale, fattori sempre piuttosto curati, avranno una valenza centrale nel codice comunicativo del gruppo. I Kraftwerk erano e rappresentavano quanto di più lontano si potesse immaginare da una rock band e questo li rendeva una entità unica oltre che icona di stile. All’eccessiva esposizione preferivano un atteggiamento di compiaciuta ritrosia concedendo pochissime interviste e concentrandosi esclusivamente sulla loro musica. Non c’era spazio per gossip, vicende personali o altre inezie extra-creative, il fulcro era la musica, qualcosa che solo loro potevano gestire, controllare e amministrare.
In questo senso, il successivo Radio-Aktivität (1975), un concept riguardante temi come radio ed energia nucleare, si assestò definitivamente su sonorità esclusivamente elettroniche attenuando sensibilmente la vena pop presente in “Autobahn”. Pubblicato in versione internazionale e tedesca “Radio-Aktivität” fu inoltre il primo album interamente prodotto da Ralf e Florian, che ora accolsero in formazione il percussionista elettronico Karl Bartos dando effettivamente inizio alla lineup classica: Hütter, Schneider, Flür e Bartos. Come per “Autobhan” la copertina fu affidata a Emil Schult. Mentre la curiosità verso i Kraftwerk cresceva rapidamente, anche un fan d’eccezione ascoltava rapito i loro dischi… David Bowie si era infatuato a tal punto della loro musica che li invitò come opening act dello “Station To Station Tour”, ricevendo in cambio un garbato ma gentile rifiuto. Ralf e Florian, stimando molto Bowie, gli concessero però la riproduzione del recente “Radio-Aktivität” a inizio show, accompagnato da immagini di Luis Buñuel e Salvador Dalí. David e l’amico Iggy Pop erano rimasti davvero impressionati dall’originalità dei Kraftwerk, tanto da diventare un importante punto di riferimento per i loro prossimi lavori, “The Idiot”, “Low” e “Heroes”. Tra rimandi e citazioni varie, pare che i frequenti incontri tra il Duca Bianco e i Krafwerk a Düsseldorf avessero come motivazione l’iniziale ipotesi di un possibile progetto condiviso mai realizzato… e tante sono le leggende in merito. In ogni caso questi incontri ispirarono i testi per un brano, nonché title track del nuovo album della band tedesca, “Trans Europa Express” (1977).
A conferma delle particolari qualità cinetiche delle musiche di Ralf e Florian, questa volta fu il treno a mobilitare la loro immaginazione. In questo periodo i due ascoltavano spesso il suono dello sferragliare delle rotaie dai ponti delle ferrovie, con l’intenzione di riprodurlo in studio, ma non trovandolo sufficientemente danzabile, decisero di cambiarlo lievemente con il contributo di Bartos e Flür alle percussioni. “Trans Europa Express”, consolidò le intuizioni di “Autobahn” con una transizione tematica dall’autostrada alla ferrovia. Non solo treni ma anche un’acuta indagine sui meccanismi dello star system. Il cambio di temi e l’esperienza maturata ebbero un riflesso sulle musiche, ora un percorso più che mai coeso e organizzato con cura certosina. L’invidiabile perfezione subentrò all’artigianato sperimentale dei precedenti lavori, eliminando qualsiasi traccia di indeterminatezza o esitazione. Un album unico, struggente, proiettato al futuro ma senza tempo, quindi fortemente rappresentativo, che di fatto mai come ora avvicinò il grande pubblico a un nuovo vocabolario musicale continuamente consultato dalle future generazioni.
Da qui in poi i Kraftwerk porteranno alle estreme conseguenze quell’idea tanto geniale e quel modus espressivo ben consolidato istituendo un vero codice linguistico che troverà il massimo compimento con l’ennesimo concept “Die Mensch-Maschine”, presentato ufficialmente alla stampa nell’aprile del 1978 a Parigi. Una numerosa schiera di giornalisti di rosso vestiti, per richiesta dei Kraftwerk, fu accolta da quattro manichini dalle sembianze di Hütter, Schneider, Bartos e Flür, intenti a intonare “Die Roboter” accompagnati dalle immagini del film “Metropolis” (1927) di Fritz Lang proiettate in loop sullo sfondo, sotto lo sguardo divertito dei “veri Kraftwerk”, che si trovavano sul posto sorseggiando compiaciuti una coppa di Champagne. L’iconografia del robot e i temi legati a “Die Mensch-Maschine”, diventarono in un certo senso il fil rouge diversamente declinato per i successivi progetti dei Kraftwerk, da sempre affascinati dal rapporto uomo/macchina e dalle sue possibili interazioni.
“Computerwelt” del 1981, oltre a profetizzare la primaria affermazione del computer nella società, completò l’assestamento synthpop intrecciando di fatto la loro storia con quella dei molti estimatori e (presunti) emuli contemporanei. Non a caso poco dopo l’uscita di “Computerwelt” i Kraftwerk iniziarono a lavorare al nuovo progetto che avrebbe dovuto chiamarsi proprio “Technopop”, anticipato dal singolo “Tour De France”. Un grave incidente ciclistico di Hütter che lo costringerà a un breve periodo di coma, porterà però il gruppo a interromperne la lavorazione per sei mesi.
L’album vedrà la luce quattro anni dopo, nel 1986, con il titolo di “Electric Cafe” segnando l’avvento della tecnologia digitale. Il successo del disco non raggiunse gli esiti sperati.
Con gli anni Novanta la formazione subì alcuni cambiamenti, approdando nel 1991 a “The Mix”, un progetto con brani riarrangiati e registrati da Hütter, Schneider e il nuovo percussionista Fritz Hilpert, secondo le moderne tecnologie digitali. Se da un lato si riscontrò una certa stanchezza sul fronte creativo, dall’altro l’attività concertistica del gruppo ebbe sempre un grande seguito, continuando tutt’ora a ritmo piuttosto regolare dal 1999, dopo un breve periodo di pausa e l’uscita di due grandi successi come “Tour De France Soundtracks” (2003) e il doppio disco live “Minimum-Maximum” (2005).
Dulcis in fundo, bisogna riconoscere quanto non sia semplice delineare sinteticamente una storia complessa e articolata come quella dei Kraftwerk, evitando possibili fraintendimenti. Al di là di gusti e pareri personali, bisogna riconoscere sia la loro indubbia rilevanza culturale che la costante capacità di rimanere se stessi. Paradossalmente quello che può apparire un percorso di disumanizzazione attraverso le tecnologie, fu in realtà un’umanizzazione della musica elettronica, così come quello che potrebbe essere visto come un voltafaccia alla sperimentazione, si dimostrò essere in realtà un nuovo e audace modo di sperimentare e soprattutto di immaginare una musica fruibile e personale che non dimentichi mai importanti fattori quali: comunicazione, melodia e sensualità. Questi sono solo alcuni dei molti fattori che rendono tutt’ora i Kraftwerk un’esperienza unica e irripetibile.

Marco Calloni

Ralf Hütter, Florian Schneider – Kraftwerk