Buona parte della letteratura del Novecento è intrisa da un profondo spirito di analisi dell’indole umana. L’uomo del Novecento (e fine Ottocento) viene sezionato e comparato con i tempi, analizzando le sue fobie e le sue disillusioni nel contesto storico in cui vive.
Un talento naturale, questo, che Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski (di origine polacca, mutò il proprio nome in Joseph Conrad quando ottenne la cittadinanza inglese, nel 1884) sfruttò nelle opere migliori, in quelle insaporite dal gusto dell’avventura esotica e dilaniate dai dilemmi interiori. Conrad, un passato giovanile trascorso per mare navigando su mercantili che veleggiavano su tutti gli oceani, fece tesoro delle esperienze personali per riversarne contenuti e sensazioni nei testi che compose in seguito. Da quella vita, trasse anche una specifica conoscenza e quel respiro narrativo che gli consentì di riprodurre così bene l’ambiente esotico, i dettagli e le ambientazioni del colonialismo.
“Cuore di tenebra” (“Heart of Darkness”, 1899) è forse il suo titolo più famoso, se non il più importante. La vicenda di Kurtz, l’ambiguo personaggio che domina “Cuore di tenebra”, segna l’impronta di molti degli eroi (o meglio antieroi) conradiani: quella vocazione all’essere colpevoli, a un gran disordine morale. L’introspezione del personaggio, al di là della vicenda in sé, fa trasparire quella che per anni è stata ritenuta (non a torto, forse) una profonda critica al colonialismo, alle brutture e le ingiustizie commesse dagli europei in nome e  per conto del progresso. Le vicissitudini reali di Conrad in Africa (navigò davvero lungo il fiume Congo, sperimentando dal vivo le spesso disumane condizioni imposte dai coloniali agli indigeni) fanno da taccuino di bordo, da canovaccio sul quale lo scrittore si muove agevolmente variando il racconto, senza però distaccarsi molto da quel registro opaco e drammatico che ne caratterizza lo stile. Le sue personali considerazioni si fusero con le impressioni ricavate dal conoscere Roger David Casement, il diplomatico britannico (egregiamente ritratto dal premio Nobel Mario Vargas Llosa nel suo “Il sogno del Celta”) che per primo denunciò le atrocità commesse ai danni delle popolazioni indigene del Congo, salvo vedersi censurato il dettagliato e scomodo resoconto una volta tornato in Europa. Kurtz è l’emblema dell’uomo che fa del potere un’onnipotenza, sfruttando gli indigeni per trarre il massimo profitto per le proprie attività e di fatto perdendo ogni contatto con la misura e l’umanità in senso stretto. Non solo, ma l’alone di magnificenza con cui ne parlano altri (Marlow, la voce narrante, ne fa la conoscenza solo sul tardi) è rappresentativo del ruolo che si era ritagliato il personaggio: “…«Ditemi, vi prego, chiesi, chi è il signor Kurtz?». «Il capo della Stazione Interna», rispose in modo sbrigativo, distogliendo lo sguardo. «Molto obbligato», ripresi, con una risata. «E voi siete l’incaricato della fabbrica di mattoni nella Stazione Principale. Lo sanno tutti». Rimase silenzioso per un po’. «È un prodigio», disse infine. «È un emissario dell’amore, della scienza e del progresso, e il diavolo sa di cos’altro ancora. Per guidare», cominciò improvvisamente a declamare, «la causa affidataci, per così dire, dall’Europa, noi abbiamo bisogno di intelligenza superiore, vaste simpatie, unità d’intenti». «Chi lo dice?», chiesi. «Un sacco di gente», replicò. «Alcuni lo scrivono anche; e per questo lui viene qui, un essere speciale, come voi dovreste sapere.»…”. Nel tratteggio che ne fa Conrad, Kurtz non è un essere propriamente meschino, ed è probabile che sia stato mosso, almeno all’inizio, da principi più nobili di quelli che poi ne hanno guidato le gesta. Ma l’abbruttimento morale di Kurtz rappresenta anche l’altra faccia del colonialismo europeo, contrapposta a quella stentorea ed edulcorata del trionfo, delle nuove terre e delle ricchezze da conquistare. Quell’avidità che tanto distinse i conquistatori di terre lontane (come dimenticare le nefandezze degli spagnoli in Sud America, e tante altre similari circostanze storiche successive?) fece preda su Kurtz, sul cuore di tenebra che puntava alla cima del profitto ma sprofondò negli abissi della morale. E quell’orrore gridato in punto di morte, è stato per anni dibattuto da molti che lo hanno ritenuto una retromarcia morale di chi si è reso conto troppo tardi di determinati comportamenti. “Cuore di tenebra” è il riferimento importante di un capolavoro della cinematografia recente, quell’“Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola (con un leggendario e demoniaco Marlon Brando nel ruolo di Kurtz) in cui fioccano stuzzicanti analogie tra le tematiche, anche se il contesto appare differente.
Conrad si avvicinò tardi alla letteratura. Non era un madrelingua, eppure padroneggiò ben presto l’inglese, pubblicando “La follia di Almayer” (“Almayer’s Folly: A Story of an Eastern River”, 1895) a trentasette anni circa; si distinse per un profondo moralismo, ma anche per uno stile di prosa alto ed efficace, perfino nei momenti in cui potrebbe apparire insolito.
Pur essendo uno degli autori più letti di sempre, il suo modo di scrivere non cattura subito il lettore. Un esempio? Le divagazioni iniziali di “Lord Jim” (la complessità narrativa disorienta, in quanto si parte con una narrazione con punto di vista onnisciente, per poi cedere la parola a Marlow – lo stesso del “Cuore di tenebra”? – che infarcisce, a sua volta, la narrazione in prima persona con le storie apprese da altri personaggi minori). “Lord Jim” (1900) è un romanzo sul disonore, una questione molto più importante di quanto non possa apparire a prima vista. Per Conrad, l’onore era il valore dei valori, come sostenne Alberto Moravia in una splendida introduzione all’edizione italiana del romanzo curata da Rizzoli. La prima parte della storia è incentrata sulla vicenda di Jim, un giovane marinaio inglese che sogna grandi avventure e diventa primo ufficiale sul Patna, una nave su cui sono imbarcati dei pellegrini in viaggio verso “La Mecca”. Durante una tempesta, la nave incorre in un incidente e una lamiera sembra prossima a cedere. Jim, convinto che il Patna possa affondare da un momento all’altro e di non poter fare nulla per salvare i passeggeri, abbandona la nave su una scialuppa con il comandante e due macchinisti. Il Patna però non affonda. Jim affronta un processo al termine del quale gli viene revocato il brevetto di ufficiale. Il giovane parte, in preda alla vergogna, e viaggia in continuazione verso Oriente. La sua esistenza non sarà mai tranquilla perché, ovunque andrà troverà sempre qualcuno o qualcosa che riporterà a galla il fastidioso ricordo degli errori di gioventù. Moravia scrisse anche: “… Personaggi e ambienti per qualche tempo hanno fatto scambiare Conrad per uno scrittore di avventure; in realtà sono i personaggi e gli ambienti indispensabili della tragedia dell’imperialismo. Lord Jim e Kurtz, il Congo e la Malesia stanno lì a testimoniare un’esperienza privata e vissuta in prima persona che, al tempo stesso, abbracciava tutta un’epoca della storia…”. In effetti, spesso si nota come alcuni tratti peculiari si trasferiscano da un personaggio all’altro, tanto da sembrare la stessa creatura vista da angolature differenti.
Questa profondità della ricerca introspettiva da parte di Conrad da molti viene associata a una sorta di rimpianto, o senso di colpa per l’abbandono della Patria polacca (l’infanzia dello scrittore fu piuttosto travagliata. Figlio di un nobile poeta, fu introdotto all’amore per i libri fin da piccolo dal padre ma soprattutto dallo zio Tadeusz Bobrowski che lo avrebbe preso con sé alla scomparsa del padre – la madre era morta tempo prima di tubercolosi e il padre era da anni costretto all’esilio per questioni politiche). Può darsi anche che sia vero. La cosa certa è che, pur essendo anglosassone adottivo, Conrad non fu un vero anglofilo, almeno per certi aspetti. Nella sua scrittura e nel suo modo di narrare riuscì sempre a tenere un certo distacco, una certa freddezza d’analisi che gli permettesse di associare all’ambientazione esotica delle sue storie anche una profonda valutazione del comportamento degli uomini. Una umanità molto varia, piena di difetti e manie, scheletri nell’armadio e piccole aspirazioni. Molte delle sue storie sono ambientate in mare, che conosceva molto bene per i trascorsi giovanili. E proprio quest’amore per l’immensa massa liquida, per le terre lontane, lo ha sempre sorretto e guidato nella stesura di storie come “Tifone” (“Typhoon”, 1902), “Nostromo” (“Nostromo: A Tale of the Seaboard”, 1904), “Un reietto delle isole” (“An Outcast of the Islands”, 1896), “La linea d’ombra” (“The Shadow Line: A Confession”, 1917, che fa parte della sua produzione ultima). Quasi tutte le sue storie furono pubblicate a puntate su riviste (come d’uso all’epoca), per poi essere edite in volume successivamente. La sua abilità descrittiva, il realismo e il dettaglio coesi in uno stile a volte asciutto, a volte energico e lirico, caratterizzano le vestigia di trame sovente ben sviluppate. Conrad si inserì in un periodo fertile per quel tipo di letteratura, quando l’alba della narrativa ottocentesca era già trascorsa da tempo e si affacciava all’orizzonte un nuovo tipo di analisi, un diverso modo di scrivere e ragionare. Il simbolismo e le sfaccettature di quel mondo orientale tante volte raggiunto a bordo di mille imbarcazioni, Conrad lo trasla nei suoi scritti, dipingendo miserie e illusioni, drammi e ironiche visioni. Ma lo scrittore, soprattutto nella seconda fase creativa, non si cimentò solo con storie aventi base marinara. Cercò anzi di ampliare i propri orizzonti narrativi, affrontando tematiche leggermente differenti.
Un caso in particolare mi balza alla memoria, ed è “L’agente segreto” (“The Secret Agent: A Simple Tale”, 1907), una sorta di romanzo giallo ispirato a un reale fatto di cronaca (un attentato anarchico fallito in Greenwich Park, nel 1894). Adolf Verloc, il tranquillo gestore di un negozio in quel di Londra, è in realtà un agente segreto al soldo di una potenza straniera che deve controllare gli anarchici locali. Incaricato di compiere un atto d’eccezione per innescare odio nei confronti degli stessi anarchici, Verloc viene colto da dubbi e incertezze e deve agire nell’ombra per non attirare i sospetti sulla persona pacifica che è in realtà. Il cognato Stevie, un ritardato mentale, muore nel corso dell’attentato e Verloc, colto dal rimorso, racconta tutto alla moglie. In preda alla rabbia, questa l’uccide, fuggendo poi via. Il romanzo si concluderà anche per lei in modo tragico. La trama, di per sé semplice, nasconde una profonda riflessione sulla psiche dell’uomo, sui conflitti esistenziali; in fondo, è conradiano al cento per cento.
A parte questi episodi, l’aura di Conrad resterà sempre legata al suo modo di vedere l’ambiente coloniale di fine Ottocento e inizio Novecento. Quel suo spontaneo negativismo, le sue profonde analisi psicologiche si contrapposero ad altri narratori che, nello stesso periodo, parlavano del medesimo mondo coloniale. Come Rudyard Kipling, per esempio, anche se questi ne aveva fornito un’immagine di certo più poetica, inghirlandata e sognante, dando di fatto maggior peso all’aspetto avventuroso di quanto non facesse Conrad stesso. E navigando per mari esotici, scivolando sulle acque immense degli oceani, lo scrittore polacco e naturalizzato inglese imparò a navigare e veleggiare sicuro nei profondi e sconfinati recessi di quell’assurda creatura chiamata uomo.

Best regards, 

Enzo D’Andrea

Joseph Conrad - Il Lato Tenebroso Dell'Avventura

Joseph Conrad