Tre Volte Dentro Joker (Take 2)

“Tre volte dentro Joker” analizza tre modi diversi di raccontare lo stesso personaggio, tre viaggi attraverso l’imprevedibile follia di un ‘villain’ talmente popolare da posizionarsi primo nella lista dei cinquanta più grandi cattivi della storia del cinema e, per anni, sempre ai primi posti tra i personaggi dei fumetti più amati di tutti i tempi.

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(Take 2) “Joker” (2008)
Sceneggiatura: Brian Azzarello Disegni: Lee Bermejo

Edizioni italiane: Planeta DeAgostini; Grandi Opere DC – Joker RW Lion; Batman Library 3 – Joker RW Lion; Batman Book 1 – Joker RW Lion

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“Guarda fuori dal finestrino, Jonny Jonny… dimmi cosa vedi?”.

“Luci”.

“Luci? Hehehe… HAHAHAHAHA! Quelle luci? Sono solo insignificanti puntini… nell’oscurità… lì fuori c’è lui.”

 

Con la lettura di “Batman: The Killing Joke” (Take 1), abbiamo posto le basi per compiere un lungo viaggio all’interno della follia del Joker. Partendo, infatti, dal capolavoro di Alan Moore e Brian Bolland, siamo riusciti a “ricostruire” un’immagine essenziale del personaggio sottolineandone alcune caratteristiche fondamentali: carisma, spietatezza, follia, teatralità e imprevedibilità (e molto altro ancora), come abbiamo già ricordato, sono il trait d’union tra il “villain” dei fumetti e la vita. Riuscire a racchiudere con tale coerenza tutti questi elementi in un solo character, rappresenta un unicum nella letteratura e magnifica coloro che per primi ne ebbero l’intuizione: la più celebre nemesi di Batman è affascinante perché probabile, rassicurante perché finzione fumettistica.

L’esigenza, però, di innovare nell’immaginario collettivo storie ed eventi concepiti negli anni ‘40 e sviluppati per un cinquantennio, portò gli autori della DC Comics a riconsiderare criticamente tutti i tòpoi del caso. A un certo punto, cioè, cominciò a farsi strada l’idea di “attualizzare” il mondo creato da Bob Kane e Bill Finger attraverso una rivoluzione copernicana capace di coinvolgere luoghi, personaggi, costumi e tematiche.

Questo nuovo approccio, particolarmente sentito nel primo decennio del XXI secolo, portò alla pubblicazione di due gemme: la prima (cinematografica) è la trilogia de “Il Cavaliere Oscuro” firmata da Christopher Nolan (più precisamente per l’economia del nostro discorso il secondo capitolo (2008) in cui la nemesi del vigilante mascherato fu interpretata dall’ispiratissimo e purtroppo compianto Heath Ledger); la seconda è la graphic novelJoker” (pubblicata sempre nel 2008, a poca distanza dal lancio del film) dei superbi Brian Azzarello (autore del capolavoro “100 Bullets”, di “Lex Luthor: Man of Steel” ecc.) e Lee Bermejo (“Hellblazer”, “Hellboy”, “Lex Luthor: Man of Steel”, ecc.). Queste due opere risultano essere intimamente connesse tra di loro, simili nel linguaggio e a tal punto vicine nell’impronta stilistica, da aver stimolato alcuni dibattiti relativi alle influenze del mondo del cinema sul mondo dei comics. Sostanzialmente un equivoco che, basandosi sulle date di uscita dei prodotti, aveva fatto pensare che la caratterizzazione dell’anarchico personaggio immaginata dal regista britannico avesse colpito in tal modo il disegnatore americano da indurlo a rappresentare su carta un tributo all’ormai immortale interpretazione di Ledger. Gli abiti che indossa la nemesi di Batman, il trucco, le cicatrici in volto, infatti, sono perfettamente sovrapponibili nella pellicola e nella sua controparte fumettistica. Malinteso: in realtà involontariamente innescato dalla DC Comics che al fine di massimizzare i profitti, ritardò il debutto di “Joker” nelle librerie di tutto il mondo lasciando che a trainarne le vendite fosse l’onda del successo cinematografico. Assegnare a Nolan la paternità, dunque, della rivoluzionaria e iconica innovazione grafica del supercriminale non è propriamente esatto.

Dal nostro punto di vista, però, questo primato assume un’importanza marginale. La cosa che, al contrario, deve sottolinearsi è che (quasi) contemporaneamente due mondi così diversi tra di loro abbiano maturato l’idea di immergere nella realtà le ossessioni e gli incubi del clown.

“Joker” è uno degli elseworlds (non fa parte della continuity ufficiale) più interessanti e soprattutto più fortunati in termini di vendite assolute. E’ ambientato in una Gotham metropolitana, frenetica, grigia e corrotta. Una città priva di tutti quegli elementi gotici, fantastici e soprannaturali così magistralmente trasposti su schermo da Tim Burton. Una “Gomorra” sfondo e allo stesso tempo protagonista delle attività della malavita organizzata, una metropoli predisposta più a suggerire che a subire il crimine organizzato.

La storia in sé è molto semplice e non particolarmente innovativa: dopo un periodo di detenzione tra le mura dell’Arkham Asylum, Joker riesce (non viene spiegato come) a convincere gli psichiatri di essere completamente guarito. Una volta libero, però, scopre che in sua assenza la propria “fetta” è stata divisa senza alcun rispetto tra gli altri esponenti della malavita. Ma il supercriminale è di nuovo in strada, deciso a riprendere il controllo e pronto a far sanguinare Gotham City per attirare l’attenzione dell’unica persona per la quale valga la pena svegliarsi al mattino: Batman.

Il punto di vista della narrazione, invece, è affidato ad un comprimario: Jonny Frost. Egli è un delinquente comune, desideroso di fare il salto di qualità nel mondo della malavita organizzata. Per realizzare questo suo sogno decide di aiutare il clown a riconquistare il suo “parco giochi”. Questa scelta farà cambiare il suo futuro in maniera drammatica. Provare a stare al passo con la nemesi di Batman nella Gotham dei supercriminali è una missione che un uomo comune non può permettersi.

La soluzione di lasciare ad un terzo il racconto del soggetto non è nuova ma si rivela assolutamente perfetta. In nessun altro modo, infatti, sarebbe stato possibile descrivere l’imprevedibilità tipica del pagliaccio ed evidenziare in maniera così efficace l’impossibilità di assegnargli una chiave di lettura univoca. Jonny è come il lettore: cerca sempre di capire, di guardare razionalmente ogni azione, di giustificare la condotta del suo capo e condannato a restargli sempre un passo indietro. Così, mentre la spirale di violenza no sense cresce con lo scorrere delle pagine, aumenta iperbolicamente la tensione della novel. Noi non possiamo far altro che assistere a questa frenesia attraverso gli occhi dello scagnozzo mentre il folle “villain” annienta (invero fin troppo facilmente) le altre facce oscure di Gotham, come il Pinguino o Due Facce (memorabile la scena in cui questi, disperato, prega Batman di intervenire per evitare che il Joker lo uccida). Ad aumentare il coinvolgimento emotivo contribuisce sicuramente il taglio noir della narrazione in stile prettamente hard boiled: il crimine viene mostrato nella maniera più reale possibile, crudo, senza censure.

La sceneggiatura ideata dall’autore britannico è altresì intelligente e brillante, anche se volontariamente rinuncia a tutti quegli elementi di comicità e teatralità cui eravamo abituati nella letteratura precedente. Il clown in viola, inoltre, non ha nulla dell’umanità che si trovava in “Batman: The Killing Joke”. Uccide, stupra, usa chi gli sta intorno solo per divertimento e per attirare l’attenzione del vigilante mascherato. Bruce Wayne e il suo alterego qui non appaiono quasi mai. Batman è un’ombra, un’ossessione di menti malate, un Dio feroce che interviene solo quando ormai si è oltrepassato ogni limite. Un vigilante, disegnato magnificamente dallo stupefacente Lee Bermejo (il costume forse è uno dei più belli mai creati), consapevole della propria superiorità, che interviene solo in chiusura ripristinando lo status quo stroncando e reprimendo con violenza il suo antagonista e i suoi complici.

Azzarello fa sicuramente tesoro dell’eredità di Frank Miller e Alan Moore ma la estremizza. Il Cavaliere Oscuro qui è ben lontano dall’essere il paladino della città, al contrario ne è il mostro più terribile. Recita una sola battuta ma è quella definitiva, il suo sorriso è un ghigno raccapricciante quando ferma per l’ennesima volta la sua nemesi.

In una Gotham City deserta di personaggi forti e carismatici (all’infuori dell’eroe e del suo antagonista), si staglia (felice eccezione) la sublime Harley Quinn. Presentata come una ballerina di lap dance, entra in scena silenziosa, letale e sensuale come non mai. Non ha bisogno di parole, sa esattamente quello che il suo amato desidera, così, quando questi si ripresenta al suo cospetto, si spoglia della sua solitudine, indossa il suo bellissimo costume intero – la sua vera pelle – e agisce. L’amore “folle” qui è mostrato in tutta la sua drammatica consapevolezza. La dottoressa Harleen Frances Quinzel è per il Joker sicurezza fisica e mentale, l’unica persona in un ambiente meschino e bugiardo a non avere né desiderio di competizione né paura della sua insanità. Rappresenta anzi la sua ancora di salvezza, l’unica persona con la quale possa permettersi di piangere. Nei suoi occhi non c’è redenzione: è una donna oscura che ama il suo uomo per quello che è e dallo stesso ha attinto i lati peggiori.

In questo albo il miglior Azzarello è proprio quello che non parla, quello dei personaggi silenti. Harley Quinn e Batman con le loro brevissime e (quasi) mute apparizioni fanno letteralmente volare lo spessore del fumetto.

Il protagonista del nostro viaggio infatti, preso in sé e ricollocato nel mondo reale, possiede indubbiamente un certo carisma ma, scevro della canonica teatralità e quasi privo di ogni dubbio, risulta essere fin troppo “lucido”. L’autore inglese dipinge l’insanità del suo protagonista tramite l’apparenza delle sue azioni. Quasi come un giornalista di cronaca, mostra la sua vita attraverso le sue gesta. Non aggiunge sostanzialmente nulla riguardante la complessa psiche. La moderna e innovativa caratterizzazione suburbana, infatti, è lontana dal concetto del “principe pagliaccio” inventato da Kane e tale è anche l’impronta della sua pazzia. Una follia perversa, distante e differente da quella illustrata da Alan Moore, che nel corso del racconto acquista sempre più i toni del sadismo.

Se pensate che quello di Nolan sia il Joker più cattivo che abbiate mai visto siete fuori strada. Leggendo tutte le pagine della storia, si acquista la terrificante consapevolezza che un uomo come lui non abbia nessun limite. Al suo cospetto è costretta a inchinarsi tutta la malavita della metropoli. Personaggi altrove importanti come il Pinguino o Harvey Dent risultano nel complesso fin troppo spaventati dal ritorno del clown. La sua sola presenza in città destabilizza tutto il mondo criminale. E se la Gotham delle bische clandestine, degli incontri di boxe e degli spogliarelli risulta essere perfetta in questa rilettura noir del genere, lo stesso non può dirsi dei suoi abitanti più “famosi”.

All’orrore insensato si contrappone, poi, un eroe mascherato “onnipotente”, non buono e fondamentalmente privo di sentimenti. Un’incarnazione della giustizia che lascia i lettori ancora più attoniti a chiedersi: “Vorremmo davvero essere salvati da Lui?”. Su questo pensiero terribile, si erge come un macigno la riflessione finale di un Jonny Frost solo e ormai morente ma mai così lucido: “ … Vedo lui. Una malattia, che esiste da prima di Gotham, la città che ha infettato. Una malattia che è più vecchia di ogni città. Diamine, probabilmente è la malattia che ha costruito la prima città. Ci sarà sempre un Joker. Perché non esiste cura. Nessuna cura… solo un Batman”.

“Joker” di Azzarello e Bermejo è un modo differente di raccontare la stessa storia, un modo sagace di rileggerla seppur con tutti i limiti relativi alle soluzioni adottate. Se parafrasando Jonny Frost volessimo dire che il Joker è una malattia, la sua soluzione non può che essere una malattia più grave. Una realtà estremamente complessa che può essere analizzata e raccontata in milioni di modi. Ciò che resta, alla fine, sono di nuovo Batman e la sua nemesi, facce oscure di una medaglia dai contorni indefiniti… e la consapevolezza di poter leggere ancora un altro capolavoro.

To be continued…

Nicola Manzi

Joker (2008) - Brian Azzarello, Lee Bermejo

Joker (2008) – Brian Azzarello, Lee Bermejo