Le terre emerse esistono da sempre.
Almeno da quando esiste il mondo, da quando cioè il buon Dio decise di mettervi mano e plasmare terra e acqua in un unico elemento. Mancava solo un ingrediente. Un pizzico di quel qualcosa che vivesse, che governasse, che straziasse e rovinasse il creato. Mancava comunque quello spunto che desse sapore alla zuppa, quel tanto che rendesse anche divertente il contesto. E così, nella “Valle dell’Eden”, Dio calò l’uomo e la donna, dicendo loro: “Fate i bravi!”. Che poi costoro non l’abbiano ascoltato, è tutto un altro discorso. Ma il meccanismo era innescato, e da due divennero una moltitudine, riempiendo quasi ogni angolo del mondo, e quindi anche quella chiazza enorme di terra emersa chiamata America.
Una moltitudine di sconosciuti, con la propria vita e i propri difetti. John Ernst Steinbeck non ha fatto altro, forse, che raccontarli. Come molti della sua generazione (ma spesso è capitato ai grandi scrittori e artisti in generale) e pur essendo di buona famiglia, egli abbandonò più volte gli studi per dedicarsi a mestieri ed esperienze varie, situazioni che lo fecero crescere influenzandone il successivo bagaglio personale.
“Uomini e topi” (“Of Mice and Men”, 1937) è, insieme a “Furore” (“The Grapes of Wrath”, 1939 – Premio Pulitzer l’anno successivo), il libro più venduto tra quelli partoriti dalla fervida mente di Steinbeck. Romanzi dalla trama semplice ed elementare, accessibile a tutti così come immediati e naturali erano (sono) i protagonisti, rappresentanti di quell’America “… feconda, rissosa, dissoluta…” come la definì Cesare Pavese nella prima traduzione italiana (del 1938). “Uomini e topi” è da molti ritenuta una delle vette narrative di Steinbeck, il quale infervora i cuori con una trama scorrevole, senza mai nascondere la propria predilezione per poveri e poveracci, disadattati e gente semplice. Seppur senza eccedere, egli lascia anche lo spazio a considerazioni velate e amare sul significato ingiusto dei fatti della vita. In quest’ottica, va vista la vicenda dei due vagabondi (i due bindlestiffs o hobos, quelli che viaggiavano clandestinamente sui treni merci, gente di ogni risma o semplici migranti lavoratori stagionali che cercavano di metter su un gruzzolo per costruirsi una vita migliore). George Milton, è un abile e scaltro uomo che cerca di evitare che l’amico Lennie Small (gigante dall’animo gentile e la mente di un bambino) si metta nei guai a causa della propria smisurata ingenuità. Alla fine, l’accortezza e la nobiltà d’animo di Milton nulla potrà contro il correre degli eventi e il tragico epilogo che segna Lennie come una sorta di Billy Budd melvilliano trasportato sulla terraferma, in pieno Novecento: “…«Dì ancora», fece Lennie. George alzò la pistola e gli tremava la mano; lasciò ricadere la mano a terra. «Dì ancora», disse Lennie. «Come sarà un giorno. Avremo un pezzo di terra». «Avremo una mucca», riprese George. «Forse avremo il maiale e le galline… e in fondo alla piana avremo… un pezzetto con l’erba medica…». «Per i conigli», urlò Lennie. «Per i conigli», ripetè George. «E io potrò accudire ai conigli». «Tu potrai accudire ai conigli». Lennie gongolò dalla felicità. «E vivremo del grasso della terra». «Sì». Lennie volse il capo. «No, Lennie. Guarda laggiù verso l’altra riva, come se ce l’avessi davanti agli occhi». Lennie obbedì. George abbassò lo sguardo alla pistola. Vennero schianti di passi dalla macchia. George si volse e fissò gli occhi da quella parte. «Dì ancora, George. Quando l’avremo?». «L’avremo presto». «Io e te». «Tu… e io. Tutti ti tratteranno bene. Non ci saranno più guai. Più nessuno farà del male agli altri o li deruberà». Disse Lennie: «Credevo che ce l’avessi con me, George». «No», disse George. «No, Lennie. Non ce l’ho con te. Non ce l’ho mai avuta, e non ce l’ho ora. Voglio che tu lo sappia, Lennie». Le voci s’accostavano sempre più. George sollevò la pistola e ascoltò quelle voci. Lennie pregava: «Facciamolo subito. Andiamoci adesso in quel posto». «Sta’ certo, subito. Certo. Ci andremo». E George alzò la pistola, la tenne ferma, e ne puntò la bocca proprio sotto la nuca di Lennie. La mano gli tremava orribilmente, ma il viso si distese e la mano si fermò. Premè il grilletto. Lo schianto del colpo echeggiò fra le colline e si spense rimbalzando. Lennie ebbe uno scossone e poi s’abbandonò innanzi adagio sulla sabbia, dove giacque senza un tremito…”
Per “Furore”, lo scrittore ricevette anche critiche, oltre al Pulitzer, perché il suo modo di raccontare fu da alcuni giudicato di “troppo” di sinistra. Ho sempre detestato questo connotare gli artisti, e in particolar misura gli scrittori, in di “ destra” e di “sinistra”, come se la creatività e la personale visione della vita potesse essere inquadrata in modo così semplice e banale. Al di là di queste considerazioni, Steinbeck fu un progenitore di una certa letteratura americana, verista e introspettiva al tempo stesso. Per esempio, Cormac McCarthy è debitore a Steinbeck per le atmosfere, per quel tocco epico e realistico con cui la penna tratteggia le storie, scava nelle verità, s’imprime di vissuto anche nelle cose insignificanti. Ma dove McCarthy è serioso e tragico, Steinbeck riesce a essere anche ironico, stratificato, evolvendo in una direzione che si allontanava dalla rotta principale, con quel fare irrisorio e quell’andatura scanzonata di chi prende la vita come viene, con tutte le sue storture, come un vagabondo che sorride al sole che sorge e alla nebbia che si dirada.
È questo lo Steinbeck di “Vicolo Cannery” (“Cannery Row”, 1945) e “Quel fantastico giovedì” (“Sweet Thursday”, 1954), un autore maturo ed esperto, meno istintivo e di certo con una maggior capacità introspettiva, riflessiva, cognitiva. E la natura umana diventa un libro aperto, con tutti i dettagli in bella vista come se fossero esposti su banco di mercato. Steinbeck con il “Vicolo” approcciò il lettore in modo differente rispetto a quel tratto che lo aveva reso amato e celebre prima del secondo conflitto mondiale. E fece centro, senza ombra di dubbio. Il “Vicolo Cannery” e, in seguito, “Quel fantastico giovedì”, misero in scena una sorta di opera buffa dei diseredati, di quelli che si muovono come nei film allo scopo di strappare una risata, un commento ironico, uno scuotimento del capo inteso a significare: “No… non può essere!”. Una duplice commedia picaresca in cui i protagonisti diventano sfaccendati e donne di malaffare, un microcosmo di esseri che ruotano, loro malgrado, intorno alla poetica figura di un biologo marino (ispirato e costruito su misura, dicono, di Edward Ricketts, biologo e fraterno amico col quale lo scrittore intratteneva lunghe conversazioni e proficui scambi d’idee) che, nonostante sia lontano mille miglia da tale plebaglia, è proprio con essa che instaura un rapporto di amicizia e solidarietà. Perché è giusto così, in quanto i ladruncoli e gli ubriaconi di “Vicolo Cannery”, infimi sul piano sociale, sono elevati dal punto di vista spirituale, molto di più di quanto non possano essere i ricchi e benestanti della società benpensante, un’America a metà tra il bigottismo e il tradizionalismo. “… Il Vicolo Cannery a Monterey in California è un poema, un fetore, un rumore irritante, una qualità della luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno. Raccolti e sparpagliati nel Vicolo Cannery stanno scatole di latta e ferro e legno scheggiato, marciapiedi in disordine e terreni invasi dalle erbacce e mucchi di rifiuti, stabilimenti dove inscatolano le sardine coperti di lamiera ondulata, balli pubblici, ristoranti e bordelli, e piccole drogherie zeppe, e laboratori e asili notturni. I suoi abitanti sono, come disse uno una volta, “Bagasce, ruffiani, giocatori, e figli di mala femmina”, e intendeva dire: tutti quanti. Se costui avesse guardato attraverso un altro spiraglio avrebbe potuto dire: “Santi e angeli e martiri e uomini di Dio”, e il significato sarebbe stato lo stesso…”
Con i due romanzi, perle poco conosciute nella produzione di Steinbeck, c’è la seconda parte del sogno americano a cavallo delle guerre. La parte nascosta perché diseredata, che però trova la forza di non piangere su sé stessa e reagire col sorriso delle piccole soddisfazioni quotidiane. Nel “Vicolo Cannery”, il tono era più scanzonato e omogeneo di quanto non fosse nel seguito. Alcuni attribuiscono tale differenza agli anni che separano i due testi, alla Seconda Guerra Mondiale e alla scomparsa di Ricketts, sovente ispiratore di Steinbeck (questo fatto, in effetti, potrebbe aver influito sulla mano dello stesso autore). Fatto sta che nel “Fantastico giovedì” si perde quella perfetta amalgama che sembrava regnare nel “Vicolo Cannery”, pur restando il secondo un lavoro di tutto rispetto.
Non era la prima volta che Steinbeck si cimentava in un’operazione del genere. Già con l’uscita di “Pian della Tortilla” (“Tortilla Flat”, 1935), lo scrittore aveva dato prova del suo intento canzonatorio, pur essendo essenzialmente serio e meno maturo rispetto alle prove successive. Il successo del romanzo stupì per primo lo stesso scrittore. E dire che il libro non fu compreso subito dai lettori, almeno non nel senso che sperava l’autore. Egli intendeva parafrasare le vicende di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Lo dicono i critici, mica il sottoscritto; e comunque, a testimonianza di quella passione per le gesta degli antichi cavalieri, nel 1976 uscì davvero un volume postumo dal titolo “Le gesta di Re Artù e dei suoi nobili Cavalieri” (“The Acts of King Arthur and His Noble Knights”). Steinbeck, ad ogni modo, inserì elementi che ricongiungessero il mito e la leggenda degli eroi di Artù con la curiosa realtà dei paesinos, di quelle esistenze dimenticate e quell’accozzaglia di curiosi e buffi episodi di cui è composto il “Pian della Tortilla”. Certo, a parte l’esplicito riferimento dello stesso autore, lo spirito dei cavalieri aleggia intorno ai paesinos, alberga in quei cuori semplici e in quell’altruismo in cui ci si imbatte nelle pagine del romanzo.
Altro da dire? Cavolo! Però lo spazio è tiranno, il tempo stringe (e ogni qual’altro luogo comune dovesse venirvi in mente, potete mettercelo). Allora, basti menzionare altri titoli come “I pascoli del cielo” (The Pastures of Heaven”, 1932) e “Al Dio sconosciuto” (“To a God Unknown”, 1933), nei quali emerse per la prima volta il mito della valle felice, della terra promessa e fertile e della ricerca di un futuro tranquillo, tipico del pionierismo americano, a far da contraltare al destino ribaldo, alla crudezza e insensibilità della Madre Terra, ai capricci del cielo e della vita di tutti i giorni. Steinbeck era intriso di religione, i suoi romanzi migliori hanno spesso rimandi (espliciti e non) a questo dramma, a questa continua trasposizione tra piano spirituale e piano materiale. Anche se, di fatto, furono i problemi del sociale l’assillo dello scrittore, egli pur essendo di estrazione piccolo borghese volle approfondire la conoscenza della gente che da piccolo osservava curioso, senza riuscire a spiegarsi vite così differenti dalla sua. Un autore che svariò e sperimentò diverse strade, fosse anche per una sola volta. In ogni nuova occasione pare gli piacesse cimentarsi con qualcosa di nuovo, di mai tentato (pur non essendo necessariamente un avanguardista). Esempi sono il romanzo storico “La Santa Rossa” (“Cup of Gold: A Life of Sir Henry Morgan, Buccaneer, With Occasional Reference to History”, 1929), che ebbe scarso successo, o “La luna è tramontata” (“The Moon is Down”, 1942), un romanzo fuori dal tempo ambientato in una Norvegia occupata dai nazisti, che ammonisce sulle assurdità della guerra, oppure ancora il divertente “La corriera stravagante” (“The Wayward Bus”, 1947) e “Viaggio con Charley” (“Travels with Charley: In Search of America”, 1960), diario del viaggio attraverso gli Stati Uniti in compagnia di un barboncino francese, ammalato di prostatite e che risponde solo a comandi nella lingua “madre” (“le français, n’est pas?”).
Il tardo periodo della vita di Steinbeck vide la stesura di altri romanzi di spessore, non lontani dallo spirito che l’ha sempre condotto per mano. Uscirono “L’inverno del nostro scontento” (“The Winter of Our Discontent”, 1961), preceduto da quel gioiello che risponde al nome de “La Valle dell’Eden” (“East of Eden”, 1952, dal quale due anni più tardi Elia Kazan trasse l’omonima e splendida pellicola che ebbe come protagonista l’indimenticato James Dean). Romanzo di ampio respiro, lo stesso Steinbeck confessò che il protagonista è “Il simbolo della eterna lotta che l’uomo combatte con sé stesso”. Il testo appare come una personificazione moderna del biblico concetto dell’Eden, con la salita e la caduta di Adamo ed Eva e una immaginaria nuova cacciata dal Paradiso terrestre, col tema della colpa e del peccato in primo piano. “La Valle dell’Eden” è un romanzo dalla struttura apparentemente slegata, ma solido nell’incedere, tanto dal farlo definire da qualcuno come il “Grande Romanzo Americano” di John Steinbeck, insieme a “Furore” e a pochi altri.
Nel 1962, un inatteso Premio Nobel coronò la carriera dello scrittore, un percorso vario e coerente al tempo stesso.
Cupo, riflessivo ma anche spassionato e ironico, Steinbeck fu uno scrittore multipiano e multistrato, sempre lucido e preciso nell’analisi, nella forma e nell’intento. Parallelamente, fu anche espressione di grande semplicità, vicino al mondo dei poveracci che descrisse con toni vari in tutta la sua lunga produzione letteraria. Ma quale fu la spiegazione del successo che ebbe? Seppe leggere forse i gusti della gente? Certo, e questo fu uno dei due motivi per cui spesso lo leggo e lo consiglio a chi mi chiede.
L’altro motivo, inutile aggiungerlo, è che fu davvero un grande scrittore.

Best regards, 

Enzo D’Andrea

John Steinbeck, L'Infinita Epopea Degli Sconosciuti

John Steinbeck