“Una volta Chuang-Tzu sognò di essere una farfalla, una farfalla che svolazzava, che si sentiva libera e che ignorava l’esistenza di Chuang-Tzu. Improvvisamente si risvegliò, ed era nuovamente Chuang-Tzu. A quel punto, però, non era più in grado di sapere se fosse stato Chuang-Tzu a sognare di essere una farfalla o se fosse stata una farfalla a sognare di essere Chuang-Tzu.”

Chuang-Tzu (369 a.C.-286 a.C.)

 

Una ragazza passeggia per strada; il meriggio inoltrato le proietta raggi incandescenti sul lato destro del corpo, lasciando l’altra parte muoversi nella semioscurità. Un’orchidea finta le campeggia sulla capigliatura ed ha un pappagallo sulla spalla che muove la testa a ritmo di ancheggiamenti, avanti e indietro. Ogni tanto il volatile urla parole poco decorose, destando l’acrimonia dei passanti, ed anche un certo senso di apprensione nei confronti della sua accompagnatrice: ha vestiti a strappi con anelli, il che farebbe pensare o ad una punkabbestia o a strane esibizioni con gli artigli del pappagallo. A parole non sembra molto, ma la vista d’insieme non lascia quasi dubbi: un artiglio del pappagallo termina esattamente al di sotto della cavità glenoidea della sua spalla, dove un anello annesso ad una patch indica che quello strappo, se liberato dall’artiglio, introdurrebbe il seno destro della ragazza in quella società troppo benpensante, che non è ancora pronta ad accoglierlo. “Oh, povera piccola!”, esclamano le donnine attempate nella loro mente, vedendola, oh, povera piccola Darlene (narratore) che prosegue i suoi passi ondulati di tramonto, mentre il pappagallo farfuglia tra di se nonsensi, finché, finché (il tempo di un passo smorzato nell’indecisione), si ferma e gli ancheggiamenti terminano in un sol passo. Il pappagallo si produce in una bestemmia. “Che è successo?”. Toc toc, bussa sulla macchina. “Signore tutto bene?”. Nessuna risposta. Un uomo dall’aria colta e giovanile è steso sul sedile della sua macchina, immobile. Attorno a lui aleggia una nebbiolina sottile, eterea, simile a cirri in una giornata afosa; quasi impercettibilmente si sposta di qualche millimetro attorno al suo viso glabro. Non c’è reazione alcuna.

John Kennedy Toole aveva per fortuna una madre assillante quanto quella di Ignatius J. Reilly, ovvero quanto basta per permettere al suo unico romanzo (ahimè) di vedere la luce, dopo che lui aveva ponderatamente scelto l’inesistenza fisica conseguente a quella letteraria. Si era visto rifiutare il suo libro, lui che era professore d’inglese, quello che riteneva un capolavoro, e aveva così scelto che la storia si prendesse le sue ceneri. Però, dalla storia qualche anno dopo, balza fuori una vecchina assillante di 75 anni che, con la sua mano in bassorilievo, bussa con il rumore sordo di ceramica che batte sul legno. Toc Toc Toc, nuovamente. Sulla porta è inciso a lettere aggraziate: WALKER PERCY. Tale signore oltre ad essere stato scrittore ed amico di suo figlio era, a quel tempo, membro di facoltà alla Loyola University di New Orleans, così, dopo aver assorbito senza via di scampo gli stridii aciduli e maternalistici della signora Toole, decise di leggere quell’ammasso di fogli unti e macchiati di caffè che gli erano stati portati innanzi, se non altro per godere del silenzio che ne sarebbe seguito. Inizialmente scettico, viene pian piano travolto dalla narrazione, al punto di giudicare il romanzo un capolavoro. E con quest’appellativo decide di farlo pubblicare. Una volta pubblicato il romanzo ha un successo immenso a cui segue l’anno successivo il conferimento a John Kennedy Toole del Premio Pulitzer per la Narrativa, consegnando il libro e il suo autore ai classici della letteratura americana del XX secolo.

Dopo semiabbondante sfarzo di narrativa biografica finemente cesellata, alternata a tratti di palese invenzione, come ogni buona biografia che si rispetti, proviamo con qualche acquerello fugace a restituire una vaga immagine di ciò che ha rappresentato per noi o per la nostra fantasia, questo romanzo rifulgente di invenzioni barocche e immagini picaresche. Ciò detto, come è d’uopo, ogni buona narrazione non può esimersi dallo scomodare massime del passato: tanto per l’elegante pregnanza stilistica del significato, quanto per il relativo scarnamento del linguaggio, dovuto all’abitudine degli short message oggi tanto di moda, ci sembrano scelte necessarie alla comprensione d’un testo da parte di un pubblico avvezzo a cotanta brevità. Inoltre comprendiamo ed esibiamo l’esigenza di stupire il prossimo, a cui brilleranno gli occhi (talvolta giustamente, altre no) per quella che giudicherà uno sfoggio di cultura e in realtà, purtroppo, è uno sfoggio di frugalità intellettuale molte volte non ben compresa neanche dal citante. Nel mio caso, citerò Ludwig Feuerbach per la sua lungimiranza in tempo di foodies: “Siamo quello che mangiamo”, disse l’eminente Barba, dopo aver ingurgitato uno stinco di maiale con crauti e patate lesse. “Mens sana in corpore sano”, disse Fidippide, pago, dopo aver ingurgitato un pentolone di piatto quotidiano, ovvero: trito di cervella lessata con pepe, comino e laser con salsa di pesce, vino dolce cotto, latte ed uova, il tutto cotto a fuoco lento. (cfr Apicio, De re coquinaria). “Che prelibatezza”, esclamò Ignatius J. Reilly dopo aver divorato il quarto hot dog, la cui composizione ignota veniva riassunta dallo chef in : “gomma, cereali, trippa, chi lo sa?”. Dopo aver finito il suo piccolo pasto mattutino, Ignatius si trascina dalla sua stanza, odorosa di tè verde marcescente, verso l’esterno, con estrema spossatezza. Appare sulla soglia un uomo enorme, che parrebbe tanto enorme visibilmente, che invisibilmente. Una strana aura di misticismo lo circonda, resa visibile da un rutto che nel medesimo istante in cui osserviamo, irrompe nell’aria attorno a lui facendo precipitare il pulviscolo atmosferico, rendendo i suoi contorni fulgenti. Un uomo dalla circonferenza grande quanto al suo spirito, ci verrebbe da dire adesso, visto così. Purtroppo, come è noto, le abbacinanti visioni celesti durano pochi secondi. Infatti, nei suoi forbiti campi visivi lampeggianti di prescolastica boeziana, appare la madre, fetida di alcool a quell’ora del mattino, addirittura da quella distanza, iniziando a sbraitare insulti e comandi imperanti nei confronti del povero Ignatius, reo secondo il suo spirito (più livelli di lettura si addensano in lei), di non uscire neanche a cercare un lavoro e sprecare tutta la giornata a fare niente. La sua aura si spegne, con il reclinarsi del suo capo. Così Ignatius, filosofo costretto all’abbandono dell’astrazione, si ripiega verso il duro lavoro manuale, scoprendo un nuovo campo d’applicazione della sua geniale indole: la lotta sociale. Così, si butta, prima che nel lavoro (vogliaiddio una cosa simile), nell’intentare una “crociata per i diritti di mori”, nella fabbrica di pantaloni fallimentare che aveva avuto il pessimo gusto di assumerlo, cosa che lo porterà, in breve tempo, a perdere il lavoro.

E forse, ho già detto troppo, tutto. Così vi lascio all’ondeggiare, d’una ragazza e il suo rapace, seppur in versi alterni. Lei a destra e sinistra e la sua testa avanti e indietro. Sebbene possano essere sprecate innumerevoli altre righe sulle forze che governano questi movimenti, vi lascerò tuttavia con un suono, con un rumore, con il toc toc osseo su di una porta o su di un finestrino, che commuta la storia nella realtà, senza margine di comprensione, lasciando come nel sogno d’un sonnambulo che si fondano e compenetrino vicendevolmente, così come è accaduto per Ignatius J. Reilly e John Kennedy Toole, entrambi immortali al giorno 12/08/2016, giorno di scrittura di codesto articolo.

Giacomo Grignetti

John Kennedy Toole

John Kennedy Toole