Delicati paesaggi rurali si stagliano sullo sfondo tappezzato dall’oro del mattino. Distese di grano lucente, covoni simili a chiocciole coricate sui crinali dei colli, suoni di muggiti e campanacci. I grilli si impadroniscono delle platee uditive dell’orizzonte; talvolta le mosche ti passano affianco ronzando forte. In generale, un senso di paca tranquillità pervade ogni essere, e la forsennatezza è una parola troppo lunga e troppo difficile da pronunciare: non ha motivo di esistere. E’ in un contesto simile a questo che s’accende la vita di William Stoner, tra gli odori incantevoli del fieno e dello sterco per terminare poco dopo, il tempo d’una lettura, con il rumore sordo di un libro che cade da una mano che ha perso la presa sulla vita. La vita sembra tutta racchiusa in poche pagine.
La grandezza di questo libro è quella di rappresentare una vita che si potrebbe definire comune, senza mai slanci né turbamenti troppo significativi a livello narrativo. Unico evento che dà modo all’intreccio di dipanarsi è la scelta del protagonista di abbandonare gli studi che aveva voluto intraprendesse suo padre per darsi allo studio delle lettere. Ripensandoci bene sembra l’unica vera scelta cosciente presa da Stoner, poiché tutte le altre sembrano controllate da vari agenti che non risiedono nel protagonista: dal destino, dalla morale comune e più spesso dall’inedia. Una vita fatta di piccole azioni, alcune intraprese per necessità e per volontà, altre intraprese quasi per caso e per circostanza. Come è avvenuto nel cinema dei film d’azione diciamo “popolari”, dove le trame si sono fatte sempre più risibili in favore dei pettorali e delle esplosioni, la narrativa, seppur meno platealmente spettacolarizzata, ci ha abituato all’eccezionalità dei gesti dei suoi personaggi, molto spesso sovversivi e in ogni caso inclini a ribaltamenti sociali ispirati dalla o ispiranti la realtà grazie ai quali la trama sgorga in un profluvio di parole. Queste penne avide di sentimenti forti e azioni ancor più forti diramano le loro dita elettriche, e unghie d’inchiostro, verso le sinapsi del lettore che tranquillo, comodo, riposto nel suo cantuccio fisico e psicologico, si fa ancor più avido di eccezionalità. Qui ciò che viene rappresentata, come in un’inquietante ribaltamento, è proprio la vita di quel lettore; una vita fatta di silenzi, di sguardi e di gesti minuti che si muovono piattamente sulle pagine cesellando pian piano la psiche dei personaggi e contribuendo a creare quell’ambientazione soffusamente intimistica che è propria del romanzo e che, non senza timore, mi spingerei a definire “di un’inquietante normalità”. Inizialmente, la scelta stilistica di John Edward Williams di narrare la storia in terza persona, non lascia spazio ad una immedesimazione sommaria e così , prima di addentrarsi davvero negli eventi e nelle vicissitudini dei protagonisti, sembra che gli eventi e le vicissitudini si consumino distanti come un fuoco che arde in lontananza nel buio. Un consiglio da lettore: cautelarsi e non aver timore di questa distanza, poiché si rischierà, poco dopo, di capitolare e di ricredersi, di venire sempre più divorato da questa medesima caratteristica. Infatti col tempo, proseguendo la lettura ci si rende bene conto che la terza persona è uno strumento prezioso, per far emergere la vera dimensione del romanzo, quella psicologica, in cui il non detto del protagonista si scontra con il detto e con il non detto di altri personaggi. La prima persona infatti, costringe sempre (il lettore) a confrontarsi con il pensiero del protagonista, che è un po’ ciò che avviene nella vita di tutti i giorni, nelle nostre vite “in prima persona”. Capita tutti i giorni di scontrarci con il dramma e con la bellezza di vivere senza poter estraniarci e fermare la narrazione della nostra esistenza, quando a volte si rende necessario capire davvero cosa succede. La verità è che nelle nostre vite “in prima persona” il vero pane quotidiano sono le incomprensioni. Questo un po’ perché ognuno di noi dà un significato emotivo particolare alle parole che pronuncia o che sente, in base al proprio vissuto, un po’ perché a volte si finge di capire o di non capire. Il romanzo, rende cristallina questa cupola di linguaggio che nel bene o nel male, sovrasta sempre il tetto della nostra esistenza senza che noi possiamo mai scorgerla. Nel romanzo si fa opaca, visibile al lettore: a volte capita che dei personaggi abbiano delle convinzioni assurde, che sembrano al protagonista mero calcolo e invece, proseguendo nella lettura scopriamo insieme a lui, con sincera sorpresa, che ci credono davvero. E’ un viaggio nella mente e nei dialoghi con altre menti passando dal duramen al libro, ai circoli linfatici che come le stratificazioni della corteccia dell’albero compongono le stratificazioni della realtà quando i singoli si contemplano in una dimensione di dialogo con altri singoli. Ed è qui che si comprende la vera magia della terza persona, nelle piccole costruzioni, nei piccoli dialoghi psicologici che accadono nella vita di tutti i giorni del protagonista senza che quasi lui se ne accorga. A volte sembra che Stoner avverta ciò che gli accade intorno come un grosso tronco d’albero potrebbe avvertire una brezza primaverile, ovvero senza che ne sia disturbato o che ne sia reso felice. Accadono è un termine che non uso a caso, poiché il protagonista, soprattutto nella gioventù e nella vecchiaia (che pittore coscienzioso John Williams) si rende conto di non controllare talvolta la propria voce e di perdere il controllo; di malcelare la rabbia e di infervorarsi quando vorrebbe invece essere calmo. La vera protagonista è la dimensione psicologica e ce ne accorgiamo anche quando, e soprattutto, le azioni dei personaggi si fanno minute e assenti. Quando il loro mondo interiore non dialoga più con le loro azioni e si rendono conto che il loro controllo potrebbe vacillare e vacilla, annullandosi nell’inazione e nell’accettazione delle cose per quieto vivere, o per noia, o per assenso nei confronti del tempo e delle sovrastrutture sociali. Questo romanzo, in breve, mi sembra una degna opera di rappresentazione dell’archetipo della quotidianità, che se non è mai esistito prima, esiste sicuramente dopo la stesura e successiva pubblicazione di “Stoner”.
Il tempo d’una lettura e la vita di William Stoner si spegne, con il rumore sordo di un libro che cade, da una mano che ha perso la presa sulla vita.
La vita è tutta racchiusa in poche pagine.

Giacomo Grignetti

John Edward Williams