Adoro Jack London.
Senza mezzi termini.
E ammiro il fuoco che lo ha sempre divorato. Un fuoco di creatività, di voglia di conoscere, di apprendere. Che fossero i minimi dettagli per sopravvivere in un ambiente ostile – il freddo polare o il caldo umido degli atolli e dei Mari del Sud – oppure le parole per meglio esprimere quelle nuvole di inventiva e voglia di raccontare che lo prendeva per mano spingendolo a riempire con fiumi di inchiostro pagine e pagine di letteratura mai banale che ancor oggi, in un mondo nettamente differente dal suo, affascinano e si scolpiscono nella memoria. Mi piace introdurlo così, John Griffith Chaney London, insieme alle parole di Matteo Nucci (su “Il Venerdì di Repubblica”): “Nacque a San Francisco nel 1876 e morì poco lontano, a Glen Ellen, nel 1916. In quei quarant’anni fu quasi tutto. Inscatolatore di lattine, rivenditore di giornali, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari contro i razziatori di ostriche, mendicante, marinaio e cacciatore di foche, addetto all’avvolgimento di fili di iuta, vagabondo, spalatore di carbone, giardiniere, facchino, scaricatore di porto, addetto alla pulizia di tappeti e di aule scolastiche, lavandaio, cercatore d’oro, retore arrembante, attivista socialista, progettista di barche, case e fattorie all’avanguardia. Ma soprattutto Jack London fu scrittore”. Forse mai, un simbolo della letteratura ha scritto tanto e altrettanto ha vissuto – non in termini di durata, ma di intensità di vita. Se a questo aggiungiamo che si spense a soli quarant’anni, Jack London diventa il simbolo del fuoco narrativo per eccellenza.

“Vorrei essere cenere piuttosto che spazzatura! Vorrei che il mio fuoco bruciasse in una stella splendente piuttosto che restare soffocato nella putrefazione. Vorrei essere una maestosa meteora e che ogni mio atomo magnificamente brillasse, piuttosto che essere un dormiente ed eterno pianeta. L’uomo deve vivere con dignità, non semplicemente esistere. Non rifiuterò il prolungarsi dei miei giorni, sebbene essi si presentino difficili, perché devo utilizzare il mio tempo.”

Libero ma soggiacente alle regole, London aveva sviluppato una personale interpretazione del “doppio”. Devoto osservatore dell’arte di Robert Louis Stevenson – maestro nel tema – London esaltò nelle sue opere il simbolismo duale, il gioco degli opposti. Che si tratti di personaggi, di atteggiamenti agli antipodi oppure di approcci complementari alla vita di tutti i giorni, le sue pagine regalano al lettore attento una svariata casistica sulla storia dell’uomo e delle sue vicende – spesso autobiografiche. Fu socialista ma anche, a causa delle vicissitudini nel terribile periodo della corsa all’oro, individualista fino all’osso, per sostenere sé stesso prima che gli urti della sorte lo facessero soccombere. In quei casi, l’IO veniva prima del NOI. E chi avrebbe mai potuto dargli torto? Fu il più pagato tra gli scrittori di inizio Novecento, eppure sempre al verde. Fu, appunto, interessato alla causa dei derelitti, dei diseredati. Si fece in quattro e più per calarsi in vite lontane mille miglia, arrivando a vivere nei bassifondi londinesi, esploratore indigente dell’altra faccia di una società industriale, al mezzo tra il piglio giornalistico e il filosofo da strada, non per forza in senso di dispregio.
“Il popolo degli abissi” (“The People of the Abyss”, 1903), il figliolo partorito da quest’avventura, rappresenta una lucida analisi delle condizioni socio economiche dell’East End di Londra, da sempre una grande città piena di contraddizioni, in cui lembi di umanità al limite della sopravvivenza condividono spazi e tempi con la ricca e indaffarata società capitalista.
E se “Il tallone di ferro” (“The Iron Heel”, 1908) era più avveniristico, “Il popolo degli abissi” è stato tangibile, innegabile atto d’accusa contro l’Impero Britannico e la magnificenza vantata fuor dei confini che diveniva un timido monolocale nei propri territori. Un po’ come fece George Orwell con “La strada per Wigan Pier” (1937), ma senza l’enfasi giornalistica di quest’ultimo e con un briciolo di umanità in più, nei ghetti e nei buchi tarlati delle fatiscenze d’inizio Novecento.
Ne “Il vagabondo delle stelle” (“The Star Rover”, 1915), per esempio, la contrapposizione tra il rigido sistema carcerario e l’ubiquità temporale, l’evasione psicologica prima che quella fisica, furono i temi che lo condussero a un capolavoro spesso dimenticato. Ehi, questo è tutto da leggere e amare! “… Ho sempre avuto, nel corso della mia intera esistenza, la netta sensazione di aver vissuto in altri tempi e in altri luoghi, di aver addirittura ospitato in me altre persone. Ma, credimi, lo stesso vale anche per te che leggerai queste righe: torna con la mente alla tua fanciullezza, e rivivrai come tua l’esperienza di cui parlo…”. Vagabondo lo è stato fin da ragazzo London, quando mollò scuola e libri e decise di vivere la povertà della nascita in mezzo alla ricchezza delle avventure. Era un figlio illegittimo, solo in seguito prese il cognome del secondo marito della madre.
Visse sulla strada, attraversò l’America da clandestino sui treni; emblematico il suo romanzo “La strada” (“The Road”, 1907) e i suoi vagabondi, piccoli delinquenti, ragazzi fuggiti di casa e poliziotti, treni merci, bische, stazioni, prigioni, strade. E come visse, scrisse. Imparando a fatica ed esercitandosi ogni giorno con costanza per inseguire il suo grande amore, il raccontare, pari solo all’inesauribile bisogno di muoversi, di vivere la vita anche a costo di stenti e pericoli. E così scrivendo, divenne capostipite di certe fatiche successive a opera di gente come Jack Kerouac (“Sulla strada”, 1957) e Woody Guthrie (“Questa terra è la mia terra”, 1943).
Focoso, forse lo scrittore che trovò più facile la strada per l’ispirazione, perché fu la sua stessa vita a ispirarlo. NON PUOI ASPETTARE L’ISPIRAZIONE. DEVI CORRERLE DIETRO CON UN BASTONE. Jack London è stato scrittore selvaggio, impulsivo, passionale. Il cielo che lo sovrastava come uomo e come artista era una forza oscura, una entità superiore e maestosa che di volta in volta diventava le terre inospitali del freddo Nord, le foreste e i lupi e la fame e gli stenti della corsa all’oro, oppure le sconfinate distese di acqua salata dei Mari del Sud, quel mondo liquido e indefinibile che non si esaurisce con la superficie ma prosegue nell’ignoto degli abissi. Nel 1897 lasciò San Francisco per l’Alaska. La febbre dell’oro lo condusse nel Klondike, a Dawson City e lungo il fiume Yukon. Come molti, fallì nella ricerca dell’oro, ma tornò dopo circa un anno vivo a casa, portando con sé le emozioni e le storie che lo avrebbero aiutato a scrivere le opere più famose.
Fu così che nacquero alcuni dei suoi capolavori. E’ stato per anni indicato solo come l’autore di “Zanna Bianca” (“White Fang”, 1906) e de “Il richiamo della foresta” (“The Call of the Wild”, 1903 nell’edizione italiana di Feltrinelli insieme a “Bâtard” (1902) e “Farsi un fuoco” (1902) – “Sapeva che non erano ammessi errori. A settantacinque gradi sottozero un uomo non può sbagliare il primo tentativo di preparare un fuoco, soprattutto con i piedi bagnati”. Testimonianze dolci e umane del periodo trascorso nelle foreste del Nord America, del mondo spietato e selvaggio in cui uomo e natura si incontrano in una lotta senza quartiere; tutto quel tesoro di esperienze gli rimase per sempre dentro, come una lezione di vita impressa a fuoco. Non lasciatevi fuorviare da chi vi dice che quei libri si leggono solo da ragazzi. Io stesso li ho riletti più volte da adulto e il fascino è inalterato. Cambia l’effetto perché noi non siamo più i ragazzi di una volta, abbiamo un diverso bagaglio d’esperienze, una sensibilità mutata. Ma proprio questo ci aiuta ad apprezzarne altri aspetti e gustarli come dei nuovi, magnificenti pasti letterari.
Allo stesso filone, seppur più scanzonate e meno seriose dei più noti romanzi, appartengono le storie di “‘Smoke’ Bellew” (1912), simpatico personaggio da scoprire.
Spesso, i romanzi autobiografici si gonfiano come vele sotto i primi schiaffi di un vento traditore, che presto rivela la bonaccia e con essa il vuoto o la superficialità di certe storie. “Martin Eden” (1909) non appartiene – e per fortuna, aggiungo – a questa categoria. London aveva iniziato a lavorarci già due anni prima, sullo Snark – la costosa imbarcazione su cui aveva intrapreso una crociera da San Francisco verso le Isole Samoa, le Figi, le Marchesi, fino a giungere a Sydney in Australia. Il romanzo possiede una solida struttura ottocentesca, realistica e priva di sperimentazioni stilistiche tipiche del Novecento. Quando scrisse questo capolavoro – e già qui potrei fermarmi – Jack London era pieno di immagini e ricordi, le vene ribollivano ancora del sangue della vita appena trascorsa, vivida nella memoria e calda e profumata di tensione e ambizione. Il giovane Martin, marinaio rozzo che lotta con tutte le forze per diventare scrittore, il suo amore per Ruth, al di là delle differenze di classe e l’astio della famiglia di lei, e i mille lavori e le sofferenze e le delusioni. Quando il successo gli arride, e tutti si accorgono di lui, per Martin è già troppo tardi. Ruth gli si era allontanata e tenta di riconquistarlo inutilmente, e nel frattempo un caro amico si è suicidato. Martin si sente vuoto, incompleto, e ciò lo spinge al suicidio in mare. E mai più congedo potrebbe essere più terribile di quello della disillusione. Scena di una tristezza senza fine, ma stupenda da leggere: “… Era la vita, lo spasmo doloroso della vita quella terribile sensazione di soffocare, era l’ultimo attacco che la vita riusciva a sferrargli. Le sue mani e i suoi piedi cominciarono a battere e agitarsi come per volontà propria, spasmodicamente ma debolmente. Era riuscito, comunque, a ingannare il desiderio di vita che li faceva sbattere e agitare. Era ormai sceso troppo in profondità, non sarebbero mai riusciti a riportarlo in superficie. Ebbe la sensazione di galleggiare languidamente in un mare di visioni sognanti. Lo circondavano luminescenze colorate, come per colpirlo e penetrargli dentro. E quello cos’era? Sembrava un faro, ma all’interno del suo cervello: una bianca luce brillante che lampeggiava. Lampeggiava sempre più rapida, sempre più rapida. Quindi ci fu un suono, come un lungo rimbombo, e gli parve di precipitare giù, lungo una grande, infinita scala, al fondo della quale, da qualche parte, sprofondò nell’oscurità. Fu tutto quello che riuscì a capire: era sprofondato nell’oscurità. E nell’istante in cui lo seppe, cessò di saperlo…”. AND AT THE ISTANT BE KNEW, HE CEASED TO KNOW.
Lo stile di London non era raffinato, né avrebbe mai potuto esserlo. Usava lo slang nei dialoghi – vera croce e delizia per i traduttori, anche se debbo dire che alcuni, in Italia, hanno fatto un lavoro penoso rendendo poca giustizia alla forza dei personaggi. Era un pugno di vita in un guanto di velluto ruvido, e la sua forza esplodeva con quel modo sanguigno di raccontare, nella cruda sincerità delle parole, nella vivida sensazione del pensiero leale, del rifiuto dell’artifizio a tutti i costi. A proposito di pugni… le sue storie di boxe hanno affascinato milioni di persone, e furono uno stimolo per chi si avvicinò a quello sport. Partito come cronista sportivo, quel mondo selvaggio, fatto di sacrifici e privazioni, di coraggio e incoscienza, ma anche di lucida spietatezza, poteva non coinvolgerlo e appassionarlo? “Il messicano” (“The Mexican”, 1911), uno dei migliori, narra la storia dello sconosciuto Felipe Rivera, vittima predestinata contro lo strapotere del pugile bianco ed esperto; un combattimento per la rivoluzione e la vendetta, contro tutto e tutti. I protagonisti s’accomunano per le vicende di boxe, ma in ognuna delle perle scritte in questo ambito c’è una storia, c’è un desiderio di riscatto e un obiettivo. Come dimenticare Tom King, che voleva pagare i debiti e ridare un’esistenza dignitosa alla famiglia in “Una bistecca” (“A Piece of Steak”, 1909), oppure Joe Fleming, che combatteva per la propria donna ne “La sfida” (“The Game”, 1905)? Una sorta di morte o gloria. Vincere o morire. London fu spesso affascinato anche dal fantastico, dall’ignoto, dall’imponderabile. Lo fu in molti racconti, come “La peste scarlatta” (“The Scarlet Plague”, 1912) o “L’ombra e il baleno” (“The Shadow and the Flash”, 1902). Ancor più spesso fu preda dei sintomi del reale, dell’avventura negli infiniti luoghi materiali della Terra. Fu preda però anche di una delle zecche più avide del vivere umano: l’alcol. In “John Barleycorn. Memorie di un bevitore” (“John Barleycorn”, 1913) importante e sconvolgente pezzo della sua vita, c’è una testimonianza vera e pura del London alcolista, perché il buon Jack era uno che le cose le diceva in faccia, per primo a sé stesso.
E alla fin fine, giunti al termine di questa – breve e incompleta – carrellata, dipingere lo scrittore americano è difficile come vedere sé stessi dalla Luna. Solcò mari, descrisse conflitti, incontri di pugilato, patì la fame e il freddo, si uccise lentamente con l’alcol mentre lo divorava da dentro il sacro fuoco della scrittura, aveva le mani bucate e il desiderio di conoscere, di non fermarsi mai, di amare la vita e le donne con lo stesso impeto con cui si congiungeva allo scrittoio, o al taccuino su cui riversava,  si dice, almeno duemila parole al giorno. Fu un ottimo comunicatore, e per le giovani leve sarebbe stato come quegli anziani maestri dell’arte del combattimento, che sanno cogliere sempre il modo e il momento per stimolare i propri allievi. Leggetevi un po’ questo passaggio tratto da “Pronto soccorso per scrittori esordienti” (Minimum Fax, 2005), una raccolta di saggi e lettere sul mestiere di scrittore, edito solo in Italia: “… E allora tu, giovane scrittore, hai qualcosa da dire, o credi soltanto di avere qualcosa da dire? Se ce l’hai, nulla potrà impedirti di dirlo. Se sei in grado di pensare cose che al mondo piacerebbe sentire, la forma stessa del pensiero già ne è l’espressione. Se pensi con chiarezza, scriverai con chiarezza…”. Se penso a quante chiacchiere si fanno oggi…

LA CREAZIONE DELL’ATMOSFERA IMPLICA SEMPRE L’ELIMINAZIONE DELL’ARTISTA, VALE A DIRE, L’ATMOSFERA È L’ARTISTA; E QUANDO MANCA L’ATMOSFERA E TUTTAVIA L’ARTISTA È PRESENTE, VUOL DIRE CHE IL MECCANISMO LETTERARIO CIGOLA E CHE IL LETTORE RIESCE A SENTIRLO. E METTICI LE TUE BELLE FRASI POTENTI, FRESCHE E VIVIDE. E SCRIVI CON INTENSITÀ, NON IN MODO ESAURIENTE E PROLISSO. NON RACCONTARE: DIPINGI! DISEGNA! COSTRUISCI! CREA!

London, per quanto sia stato un grande individualista, odiò sempre chi scriveva con individualismo, mettendo troppo sé stesso nei libri. Fu sempre onesto, fino a essere brutale, e dal suo primo vagito letterario nel campo del romanzo, “La figlia delle nevi” (“A Daughter of the Snows”, 1902) fino agli ultimi tratti d’inchiostro che la vita gli ha consentito, cercò sempre di seguire questa semplice regola. E voglio lasciarvi con queste sue parole, contenute in una lettera del 1900, che testimonia un suo grande insegnamento. Jack London era sì uno dallo stomaco sempre vuoto, consapevole di una smisurata necessità di denaro, ma sapeva anche essere perfezionista maniacale nella sua arte. E questo suo perfezionismo lo spingeva a essere i primo critico di sé stesso. Fare le cose con passione è importante, ma arriva il tempo di lasciare che ciò che facciamo cammini con le proprie gambe. Solo così verrà apprezzato.

DIMENTICA TE STESSO, E IL MONDO TI RICORDERÀ.

 Best regards,

Enzo D’Andrea

Jack London

Jack London