Di David Lynch

Scritto da: DAVID LYNCH
Musiche di: DAVID LYNCH
Montaggio di: DAVID LYNCH
Fotografia di: DAVID LYNCH
con:
LAURA DERN
JEREMY IRONS
JUSTIN THEROUX
PETER J. LUCAS
GRACE ZABRISKIE
HARRY DEAN STANTON
KAROLINA GRUSZKA
DIANE LADD
WILLIAM H. MACY
JULIA ORMOND
MARY STEENBURGEN
LAURA ELENA HARRING
NASTASSJA KINSKI
TERRY CREWS
NAE
LEON NIEMCZYK
KRZYSZTOF MAJCHRZAK
Produzione: DAVID LYNCH, MARY SWEENEY, LAURA DERN, JEREMY ALTER, SABRINA S. SUTHERLAND, JAY AASENG, KEITH KJARVAL, MAREK ZYDOWICZ, EWA PUSZCZYNSKA, JANUSZ HETMAN, ERIK CRARY, KAZIMIERZ SUWALA, MICHAL STOPOWSKI, PIOTR DZIECIOL, LUKASZ DZIECIOL, LUCJA KEDZIOR-SAMODULSKA
Durata: 172’      Anno: 2006
Titolo Originale: INLAND EMPIRE (Monacò)

INLAND EMPIRE

“Come un bambino spaventato fischia o urla nel buio, noi pensiamo per evitare il buco nero del nulla.”

George Steiner (1929)

«“Spogliati… lo sai cosa fanno le puttane?… scopano”. Lo specchio va in frantumi, in mille pezzi che riflettono il nulla, troppo lontani per decifrare qualcosa che abbia un senso… buchi neri alle pareti, luce e rumore di un proiettore cinematografico… un vinile che gira a vuoto su un vecchio giradischi… “INLAND EMPIRE”, il cinema di domani». Queste le prime parole di una recensione che scrissi nel 2007; all’epoca avevo indossato un mantello di tristezza, per l’orrore di perdere ancora qualcuno forse o per la paura di essere ammalato di troppa negatività, non ricordo con precisione, ma quello ero io in un fosco e gelido pomeriggio di febbraio, mentre provavo a raccontare di un film cercando il buio senza riuscire neanche a pensarlo. Il resto della pagina però era di un bianco che sembrava infinito, tiravo testate contro la Stele di Rosetta ma niente, non una frase di più, e quindi era ora di uscire a caccia. Dell’ispirazione. Nonostante il freddo. Ricordo che passeggiavo come un cane senza guinzaglio tra vicoli strettissimi e inospitali come la Baia del Commonwealth ascoltando musica (che è da sempre un ingrediente magico per catturare le idee) con il lettore MP3, la selezione casuale optava per “Warszawa” di David Bowie, dall’album “Low” (1977), uno dei miei preferiti; l’atmosfera decadente del brano spalancava le porte dell’ultimo Lynch, di quella storia ambientata per lo più nella mente di un’attrice, tra Los Angeles e la Polonia. La logica delle sensazioni apriva finalmente una chiave di lettura che mi sembrava inedita e che ricordo perfettamente. D’altro canto il resto di quello che buttai giù allora era di scarsa qualità e scritto male, ma tanto sarebbe stato pubblicato su una rivista degna dell’aspetto fisico e culturale del suo editore. Oggi mi risiedo a quella stessa tavola e con le stesse portate, a distanza di quasi dieci anni, rivedendo il film, sfogliando quei tratti d’ombra dove mi ero arenato all’epoca, così familiari. Oggi ho più mestiere e meno maschere, ho abbandonato lungo la strada una parte di me stesso per sempre, facendo rimanere la meno presentabile forse, ma la più vera. Ritento con tante più frecce al mio arco. Quello che segue quindi è la “giusta” versione di “INLAND EMPIRE”, con un perfetto inizio scritto tanto tempo fa.

INLAND EMPIRE 2.0

“Spogliati… lo sai cosa fanno le puttane?… scopano”. Lo specchio va in frantumi, in mille pezzi che riflettono il nulla, troppo lontani per decifrare qualcosa che abbia un senso… buchi neri alle pareti, luce e rumore di un proiettore cinematografico… un vinile che gira a vuoto su un vecchio giradischi… “INLAND EMPIRE”, il cinema di domani. “INLAND EMPIRE” è una poesia cantata, oscura, lunga e triste, quasi fino alla fine. Un mistero svelato. Un’idea. Solo una. Sviluppata con folle precisione, ma senza spartito, un’opera d’arte metodica e allo stesso tempo libera nel racconto e nella struttura in modo assoluto. Un cortocircuito sensoriale in una pluralità di mondi e di menti di un regista sereno ma dal pennello furibondo. Ascoltando per alcune frazioni di secondo un’intromissione di una stazione radio di Łódź, in Polonia – città antica piena di fabbriche e gigantesche centrali elettriche – sintonizzata su “A xxo N N”, soap opera radiofonica popolare nei paesi baltici, veniamo catapultati nell’area metropolitana di Inland Empire, Los Angeles, California. Mi acccorgo di aver freddo anche oggi, nonostante l’estate sia ancora alle porte. Un altro pomeriggio buio alla mia scrivania. La tastiera del portatile materializza parole sullo schermo. Elettricità. Fuoco. Tende rosse. Abat-jour, difettose. Oscuri corridoi. Fumo. Figure deformi. Figure femminili angeliche. Uno schioccar di dita… “INLAND EMPIRE”, l’ultimo Lynch. “Non so perché la gente si aspetti che l’arte abbia un senso, visto che accetta che la vita sia priva di senso. Io sono della scuola Western Union. Se vuoi mandare un messaggio, rivolgiti alla Western Union”. Il regista americano entra nei pensieri e nei silenzi della sua protagonista, in quegli occhi che hanno scorto la luce dei sogni e nelle lacrime che hanno l’amaro gusto del dolore, oltre le corti di nero della sua visione c’è un immenso film, infinito, allucinato, su Hollywood, sulla mente, sulla morte, sulla vita. Sull’amore. Sulla speranza. Lynch firma l’ideale parte centrale di una trilogia sul mistero dell’esistenza, sul senso delle cose che accadono: “2001: Odissea Nello Spazio” (1968) di Stanley Kubrick, l’inizio; “INLAND EMPIRE” (2006), quel posto oscuro dove amiamo cullare i nostri incubi e la loro dissoluzione; “The Tree Of Life” (2011) di Terrence Malick, la preghiera, la fede. “INLAND EMPIRE”: David Lynch fa tutto da solo. La sceneggiatura è senza un copione, scritta scena per scena, ignorandone la fine. Il montaggio è vicinissimo alla perfezione. La fotografia – l’opera è interamente girata in digitale con una telecamera Sony PD-150 – è di una finezza estetica meravigliosa, cattura la follia sui volti, rende vive le tenebre, tecnicamente è un raggiungimento senza precedenti nella storia del cinema. Questa nuova cinepresa portatile annulla la distanza tra chi filma e chi è filmato e permette al regista di addentrarsi ancor più nel profondo dell’introspezione e dell’orrore, dando vita all’altra faccia di “Mulholland Drive”, film che metteva a fuoco incendiandoli poi il glamour, l’eleganza e la seduzione. “INLAND EMPIRE” è la violenza dell’angoscia che corre di notte verso il nulla, verso terre innevate, è la sporcizia, la povertà, inseguendo però la luce alla fine. La musica (composta per la prima volta da tanti anni senza Angelo Badalamenti) è un riflesso delle immagini, una linea di racconto meravigliosa, come una sensazione d’amore bella e tragica in note. Le profonde parole di Lynch che raccontano il film, il testo scritto di “Polish Poem” cantato dall’angelica voce di Chrysta Bell. In colonna sonora un uso geniale di canzoni come “Als Jakob Erwachte” di Krzysztof Penderecki (anche in “Shining” di Kubrick e “Shutter Island” di Martin Scorsese); “Three To Get Ready” del jazzista Dave Brubeck; “Black Tambourine” di Beck o i sublimi brani originali composti da Lynch: il blues di “Ghost Of Love” e la malsana “Walkin’ On The Sky”; “The Secrets Of The Life Tree”. Imprevedibile l’uso dell’immortale “The Loco-Motion” di Little Eva. Il cast. Laura Dern (anche produttrice) è l’attrice Nikki Grace, una Stella dagli accenti bergmaniani che brilla di luce propria, ora bellissima ora deformata, dalla varietà espressiva strabiliante; la Dern recita nel ruolo che le vale un’intera carriera alla ricerca del “ruolo” più importante per la sua Nikki, perseguitata dai demoni partoriti da quella mente fuori controllo che genera altre vite in altri posti, sempre alla deriva: ricca attrice di successo; donna violenta della periferia urbana di Los Angeles; casalinga polacca; prostituta ferita a morte sull’Hollywood Boulevard. In quest’ultima identità, che scopriremo essere solo un film nel film, l’attrice perderà ogni energia vitale, svuotata, dissanguata dal cinema che è come un vampiro. Catapultata in un’agonia sempre più profonda. Lynch la frantuma con la sua telecamera digitale. Poi la ricompone e se ne allontana come alla fine di una seduta analitica. Sempre elegante Jeremy Irons nell’interpretare il regista inglese Kingsley Stewart, impegnato nel remake de “Il Buio Cielo Del Domani”, film maledetto sul quale pesa una sorta di maledizione e che al primo tentativo non fu ultimato a causa della morte dei protagonisti. Lo strepitoso Justin Theroux è l’attore sciupa femmine Devon Berk che seduce Nikki e rischia il collo per mano del geloso e possente marito di lei Piotrek (Peter J. Lucas). Ci sono anche Harry Dean Stanton, nell’assurdo ruolo del produttore Freddy, sempre al verde e Grace Zabriskie, l’inquietante e isterica (per la morte di sua figlia Laura?) vicina di casa senza nome. Infinita la sfilata delle comparse illustri, da William H. Macy a Diane Ladd, da Nastassja Kinski (figlia del grande Klaus) alle irriconoscibili Julia Ormond e Mary Steenburgen, fino al vecchio Leon Niemczyk (protagonista del superbo e metaforico lungometraggio d’esordio di Roman Polanski, “Il Coltello Nell’acqua” del 1962). Direttamente da “Mulholland Drive” il cameo della bellissima attrice messicana Laura Elena Harring. Tutti gli attori sono vittime di incredibili primi piani che arrivano ad alterarne i lineamenti, a volte sfocati, altre volte completamente deformati in un gioco di rimandi all’onnipresente Francis Bacon. Curiose similitudini si hanno anche con il video musicale di “Black Hole Sun” dei Soundgarden. Fantastico il discorso sulla toponomastica iniziato con “Mulholland Drive”: Inland Empire è il nome di un’area metropolitana ad est di Los Angeles, la realtà… l’inconscio di Nikki invece, la porta nella fredda, nebbiosa Polonia, dove in passato qualcosa è successo. La sordida vicenda coniugale di qualcuno nell’ombra, tradimenti, un omicidio? Da una Hollywood scintillante e magica che presto si trasforma in una città di morti viventi decadente e lugubre, ad una landa sperduta dell’Est Europa, che dopo aver subito gli orrori del comunismo è ora terra di nessuno egemonizzata da tenebrosi uomini di mezza età, mafiosi, papponi, zingari, animali predatori in cerca di sangue e sesso. Sulla strada delle Stelle ora, la Hollywood Walk of Fame, con oltre 2000 firme delle più grandi celebrità del cinema, una zona stracolma di puttane e teatro di un omicidio, tra senzatetto e tossici. Nikki Grace vomita sangue, ascolta storie, saluta la vita che se ne va, intravede il mistero che si sta svelando. Piange. “Non preoccuparti, stai solo morendo”. Realtà o finzione? E tutto il film è solo l’incubo di una ragazza perduta (Karolina Gruszka), spettatrice triste seduta su un letto, prigioniera, che in preda alle lacrime, con gli occhi fissi su uno schermo segue una bizzarra sitcom dall’oscuro significato, con applausi e risate preregistrate, interpretata da tre conigli in una stanza (autocitazione dalla serie di cortometraggi “Rabbits”), un mistero, suoni ovattati, atmosfera rarefatta. Nikki alla fine di un lungo calvario la riuscirà a liberare, accompagnata dalla melodia celestiale di “Polish Poem”… la ragazza perduta ora è improvvisamente felice, vede un’esistenza con figlio e marito, con una famiglia… Nikki Grace, la sua attrice preferita – il suo riflesso nello specchio – la bacia e si dissolve. Non è più un film e non è più cinema… “INLAND EMPIRE” è un supplizio figurativo lunghissimo, reso ancor più enigmatico da un numero incredibilmente elevato di cut-up, stacchi, digressioni che vanno dai conigli al coro di alcune giovani prostitute che cantano e ballano. Poi si trasforma in amore, ci sentiamo distesi, la felicità entra in noi, proviamo una gioia infinita, senza capirne il motivo. C’è davvero solo pace adesso. La nostra vita conserva il significato che ha sempre avuto, solo che ora ne conosciamo meglio le coordinate, riusciamo a vederlo, a questo serve l’ultima opera d’arte di un immenso regista mai stanco di portare terrore e sollievo all’anima. Nina Simone si esibisce nella ritmata “Sinnermann” sui titoli di coda dove tutti ballano, ballano, e ballano, e ballano… David Lynch (“Jimmy Stewart venuto da Marte”) che si è da anni messo ai margini di Hollywood e della settima arte, sereno nella sua via, nel suo linguaggio (sorta di rumore di fondo o suono industriale nella complessa armonia della vita) smantella l’essenza stessa del cinema, ci regala attimi di perfezione con una forza sensoriale mai vista. Spingendo all’estremo una storia che pare una sorta di “Alice nel Paese delle Meraviglie” i cui pezzi sono stati mescolati e sputati fuori e riordinati dal Caos in persona. Un’idea vincente e sfumata. E sparisce. E rimarrà in eterno. Questa storia finisce qui.
2015, chiudo il PC, fa meno freddo ora, sia dentro che fuori. Mi raccolgo in un “vecchio cappotto” ed esco, come tanti anni fa. Guardo il silenzio dipinto nelle stelle, penso alla mia ragazza e ad una vita piena di petali di rosa, anche se sono nato dalla parte sbagliata della barricata. Torno a casa e mi dico che è solo l’ennesima recensione fatta meglio, non la vita vera. Nient’altro. Solamente ancora un punto segnato per la squadra dei “cattivi”. Ne scriverò tante altre… ma sono felice.

“Io canto questa poesia per te. Dall’altra parte io vedo splendere il soffiare del vento. E’ lontano, lontano da me. Posso vederlo. Il vento soffia fuori ed io non ho fiato. Respiro di nuovo e so che dovrò vivere. Per dimenticare che il mio mondo sta finendo. Devo vivere. Sento il battito del mio cuore vibrare nel dolore…”

David Lynch (1946)

Monacò

INLAND EMPIRE (2006) - David Lynch

Laura Dern – INLAND EMPIRE (2006)