“I baristi mi conoscono tutti. Mi frenano quando esagero. Sono un farabutto furbastro stronzo strafatto. E invece dovrei rigare dritto.”

Tom Waits (1949)

 

Sarebbe stato il più forte calciatore di tutti i tempi, se solo non fosse “nato” nel periodo di un certo Edson Arantes Do Nascimento (questo nome forse a primo impatto non vi dice nulla, ma è quello “esteso” di un signore del pallone come Pelé). Quell’altro, era Manoel Francisco Dos Santos, noto agli appassionati di calcio come Garrincha; una delle stelle più sfavillanti che il cielo di questo sport abbia mai avuto. Ad ammettere la grandezza di Garrincha, nemmeno troppi anni fa, lo stesso Pelé che in una intervista dichiarò che è stato il giocatore più forte in assoluto con cui abbia mai giocato. E se lo ha detto il “numero uno” (o il “numero due”, fate voi) di ogni epoca… beh, un pochino gli si deve pur credere. La storia di Garrincha è degna di un film: racchiude in sé, soprattutto per quello che riguarda la parte personale un fascino incredibile, ma anche tante di quelle contraddizioni che sembra assurdo che possa essere arrivato lì dove è arrivato lui. Quanto sto per raccontarvi è talmente bello e commovente che non si sa da dove iniziare. Manoel Francisco nasce il 28 ottobre del 1933, e non il 18 come venne registrato inizialmente dal padre Amaro che comunicò male il giorno al delegato dell’anagrafe del Comune di Pau Grande, nel Distretto di Magé. Papà “Garricha” (chiamiamolo così) era guardia di sorveglianza in una fabbrica tessile di Pau Grande: era un notevole bevitore e morì pochi anni dopo la nascita di Manoel. La mamma, Maria Carolina Dos Santos, era originaria di Recife, nel Pernambuco. Papà “Garrincha” era un discendente dei vecchi indios che abitavano lo Stato del Magé. La famiglia è piuttosto numerosa (Maonel è il quinto figlio) e la vita è alquanto difficile. I soldi sono pochi per soddisfare tutti e spesso il cibo non basta. Proprio per questo tipo di problemi, dovuti alla malnutrizione, Manoel cresce poco. E’ piuttosto cagionevole di salute, molto magro e piccolo di statura. E’ talmente “delicato” che una delle sorelle gli mette il soprannome con il quale diventerà famoso, Garrincha appunto – la garrincha è un uccello molto piccolo e delicato, ma piuttosto agile, un esemplare simile al passero europeo e per la sua conformazione fisica, Manoel ricorda proprio le caratteristiche di questo volatile -. La sua infanzia è piuttosto spigolosa, trascorre gran parte del suo tempo per strada. Con gli amici si incammina nelle foreste, va a pesca a mani nude nei fiumi, a caccia di uccelli. La sua famiglia è talmente povera che non si può permettere nemmeno un paio di scarpe, ed infatti Manoel va in giro completamente scalzo. E’ in questi anni che impara anche ad assumere “droghe” e sostanze alcoliche con cui la cultura degli indios era dedita curare alcune malattie congenite (a nove anni Garrincha era, tra le altre cose, un tabagista; fumava sigari di paglia). Sul piccolo Maonel sembra gravare una maledizione, soffre infatti anche di diversi “difetti fisici”: è leggermente strabico, ha la spina dorsale deformata, il bacino sbilanciato, una delle gambe è più lunga dell’altra di sei centimetri (per via della poliomelite, conseguenza diretta della sua malnutrizione), ha un ginocchio affetto da varismo e un altro da valgismo. Per via di tutti questi problemi, i medici lo dichiarano invalido. Con questi presupposti ecco che si concretizza il primo paradosso della sua vita e viene da chiedersi come abbia potuto diventare uno dei più grandi calciatori della storia?! La risposta non c’è e se c’è, è di difficile individuazione dal punto di vista logico e razionale. La via più breve è pensare alla predestinazione, al destino. Ad ogni modo, il Garrincha ragazzino manifesta una particolare attenzione al gioco del calcio e nonostante la sua condizione di “invalido”, mette in mostra tutto il suo talento nel superare gli avversari con il gesto tecnico più bello che possa esistere, il dribbling. Gioca a calcio e non gli piace andare a scuola, tant’è vero che riesce ad andarci (il più delle volte letteralmente costretto) solo fino alla terza media. Appena 14enne decide di andare a lavorare in fabbrica. Qui il suo capo Franklyn Leocornyl, detto “Boboco”, gli aggiunge il nome di Francisco, in modo tale che non possa essere confuso con altri Manoel Dos Santos presenti nello stabilimento. Dopo appena un anno però, viene licenziato per diverse inadempienze sul posto di lavoro, ma l’intervento di “Boboco” risulta decisivo per la sua riassunzione. Leocornyl è anche Presidente della squadra di calcio dello stabilimento e ha capito che la presenza in rosa di Garrincha può essere decisiva per vincere i tornei statali. Per questo, riesce a farlo riassumere con mansioni più basse: in pratica viene relegato in magazzino. Qui incontra due ragazzi, Swing e Pincel, con i quali stringe rapporti di amicizia che spesso sfociano in bevute chilometriche. Nel 1949, la madre di Manoel muore per una malattia, e il padre si ricongiunge con un’altra donna. Proprio le donne sono una delle grandi passioni (oltre al calcio e all’alcool) di Garrincha: intreccia relazioni con tantissime ragazze, da cui ha anche diversi figli. In fabbrica conosce una bella figliola di nome Nair e la mette incinta. A quel punto Maonel, a soli 19 anni, viene costretto a sposarla. Dal matrimonio con Nair avrà poi ben otto figlie. Parallelamente all’inizio della sua carriera con la maglia del Botafogo, conosce una certa Iraci con la quale si intrattiene spesso e volentieri. Nonostante sia sposato, Garrincha decide di continuare la sua relazione extraconiugale con la bella Iraci, che nel tempo gli darà altri due figli. La carriera calcistica comincia come detto nel Pau Grande, con la squadra della fabbrica dove lavora, e nella quale si mette in mostra per le sue infinite doti tecniche, anche se prima di giocare come ala destra (il suo ruolo naturale) viene impiegato come trequartista. Questo piccolo talento viene notato ben presto da un emissario del Cruzeiro, che riesce a portarlo nel club, ma per due soli anni (parliamo sempre di giovanili). Nel 1951 passa al Serrano che è anche la prima società che gli garantisce uno stipendio di trenta cruzeiros a partita. Garrincha però non vuole abbandonare la fabbrica dove lavora, anche per la grande amicizia e riconoscenza nei confronti di “Boboco” e dei suoi amici. Gioca quindi sia per la squadra dello stabilimento che per il Cruzeiro. Questa vita lo costringe tuttavia a continui spostamenti tra Pau Grande e Petrópolis cosicché finisce per stancarsi presto di fare il pendolare. L’aspetto economico non gli interessa, per lui il gioco del calcio è solamente una passione e quasi subito decide di lasciare il Cruzeiro per tornare a lavorare e giocare (gratis) nella squadra della sua città. Il suo immenso talento e la sua leggerezza nel puntare gli avversari, lasciarli sul posto e andare via sul fondo per crossare, non passano però inosservate, così come sono mirabili le sue cavalcate, il suo accentrarsi per poi scagliare fendenti improvvisi che non lasciano scampo ai portieri. Ma lui, Manoel, non si cura di tutto ciò. Sembra quasi che non si renda conto dell’infinito talento che Madre Natura gli ha regalato come compensazione a quel fisico “improponibile” per uno che vuole giocare al calcio e non solo. A lui non interessa diventare professionista, è un borderline… gli basta avere un pallone tra i piedi e avversari da dribblare per essere felice. Eppure un suo amico lo convince a fare un provino per una squadra di professionisti e un giorno lo accompagna presso la società del Vasco Da Gama. Si reca al campo per sostenere il provino, ma siccome non aveva con sé un paio di scarpe da calcio, la possibilità di mettersi in mostra gli viene negata. In quella occasione, viene anche offeso da uno dei custodi del campo del Vasco che lo apostrofa in malo modo definendolo “storpio”. Qualche tempo più tardi, sempre invogliato da alcuni amici prova con il São Cristóvão ma dopo dieci minuti di partita viene sostituito. Con la Fluminense invece aspetta il suo turno dalla mattina alla sera, ma siccome ha paura di perdere il treno per tornare a Pau Grande, lascia il campo di allenamento prima che venga il suo turno e per questo i dirigenti non lo riescono visionare. Tuttavia la grande occasione gli si presenta quando un ex giocatore del Botafogo, Araty Viana, viene invitato a Pau Grande da un amico per visionare Maonel durante le partite del dopolavoro. Viana intuisce che si tratta di un talentino che potrà fare carriera e gli procura un provino con la sua ex società. Il primo giorno gioca una partitella con la squadra giovanile, allenata da Newton Cardoso, figlio dell’allora allenatore della prima squadra Gentil Cardoso. L’esito ovviamente è piuttosto confortante e i dirigenti decidono di provarlo il giorno successivo contro la prima squadra. Manoel ovviamente viene schierato sulla destra, come ala, e dalla sua parte gli gioca contro un certo Nílton Santos: un terzino sinistro che per la sua classe e la sua esperienza viene soprannominato “Enciclopedia”. “Enciclopedia” è uno dei giocatori più forti di quel tempo, è considerato un mostro sacro, tant’è che vanta già una lunga militanza con la Nazionale brasiliana. Com’è andato il provino lo raccontiamo attraverso le parole che lo stesso Nílton Santos ha scelto per la sua autobiografia: “Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno”. Invito accettato all’istante, ed è così che per poco più di ventisette dollari, Garrincha diventa un giocatore professionista. Il primo anno al Botafogo (1953) è più che positivo dal punto di vista personale, con 20 reti in 26 partite, ma la squadra non è ancora competitiva. Nel 1955 due gioielli di quella rosa, Dino Da Costa e Luís Vinício vengono ceduti rispettivamente alla Roma e al Napoli. Anche per Garrincha arriva una offerta, dalla Juventus, ma viene rispedita al mittente. Le prime soddisfazioni per il giovane Manoel arrivano nel 1957 quando con il suo Botafogo riesce a conquistare il titolo di Campione del Brasile e lui viene premiato come Miglior Giocatore del Campionato. La sua parabola ascendente è appena partita. L’anno successivo porta in dote diverse giocate spettacolari, a volte snervanti per i difensori avversari, ubriacanti. Garrincha infatti, dopo aver saltato il suo diretto marcatore, si diverte a tornare indietro e risaltarlo almeno un altro paio di volte. Questo atteggiamento piace tantissimo ai tifosi che lo osannano, ma piace meno ai diversi allenatori che lo invitano a non umiliare gli avversari ma, una volta effettuato un primo dribbling, a crossare in mezzo o ad andare al tiro. Il Campionato vede il Botafogo chiudere a pari punti con il Vasco Da Gama e il Flamengo in testa alla classifica. Pertanto c’è bisogno di un mini torneo a tre per decretare la vincitrice del Campionato e la sua squadra chiude al terzo posto dietro al Vasco Campione e allo stesso Flamengo. Nell’estate del 1958 c’è il primo grande appuntamento internazionale per Garricha e compagni, il Mondiale di Svezia. Ovviamente il giovane Manoel viene convocato dalla Nazionale “verde-oro”, anche se intorno a lui c’è un certo scetticismo. Il suo modo di intendere il calcio, tutto istinto e fantasia non convince pienamente la critica, che vorrebbe un Brasile più ragionatore che estroso. La ferita del “Maracanazo” è ancora aperta e sanguina. Un incubo che ricorre ancora nella testa dei tifosi brasiliani: la partita persa contro l’Uruguay in Finale nel 1950 allo Stadio Maracanã e il titolo iridato che vola via per colpa di troppi “geni” in campo e nessuna disciplina tattica. Un suicidio a cui la stampa e la critica non vuole più assistere. Lo scetticismo viene in qualche modo giustificato da alcuni testi psicologici che lo staff medico della Nazionale sottopone a tutti i giocatori per individuarne i più intelligenti. Garrincha ottiene un punteggio di 38 su 123 totali e viene definito infantile. “Ha la psiche di un bambino di quattro anni, non ha la capacità nemmeno per fare l’autista di bus”, si legge nel rapporto del dottor Carvalho, medico ufficiale del Brasile. Secondo il suo report, anche Pelé (allora diciottenne) ottiene un punteggio basso e pertanto sconsiglia la convocazione dei due calciatori. In un paio di amichevoli pre-mondiali, il Brasile gioca anche in Italia. In un test contro la Fiorentina, Garrincha si mette in luce con diverse giocate e un episodio curioso: dribbla un difensore, un secondo, un terzo, mette a sedere il portiere e invece di calciare a porta vuota aspetta che ritorni uno dei difensori saltati per dribblarlo ulteriormente e mettere infine il pallone in fondo al sacco. In quell’occasione i compagni di squadra gli vanno incontro non per abbracciarlo, ma per insultarlo perché il suo atteggiamento di scherno nei confronti degli avversari non piace a nessuno. Per questo motivo la sua esclusione dal Mondiale svedese sembra ormai certa.

Un membro dello staff brasiliano però, Paulo Amaral, riesce ad ottenere il reintegro in rosa di Garrincha motivando il suo atteggiamento come “non cattivo o irridente nei confronti dell’avversario, ma è solamente il suo modo di intendere il calcio. Con allegria”. Giunto in Svezia, il Mondiale di Manoel comincia con due partite di ritardo. Le prime sfide contro Austria e Inghilterra non le gioca, e diverse sono le leggende che si sono sprecate sulle sue due esclusioni. Una di queste vuole che la sera prima dell’esordio beve in maniera talmente esagerata tanto da non riuscire a smaltire la sbornia nemmeno dopo ventiquattro ore. La seconda invece racconta che secondo uno studio della Federazione brasiliana, i giocatori bianchi si sarebbero potuti esprimere meglio di quelli di colore nel clima nordico perché si sarebbero andate ad affrontare le Nazionali europee che hanno grande rigore tattico e per questo ci sarebbe voluta una maggiore attenzione e disciplina. C’è anche una terza ipotesi: riguarda l’animo particolare dei giocatori neri, molto sensibili alla “nostalgia” e per questo se fossero entrati in campo con la “tristezza addosso” avrebbero potuto influire negativamente sull’andamento delle partite. Dopo aver ottenuto una vittoria ed un pareggio, il Brasile si appresta a giocare contro la fortissima Nazionale dell’Unione Sovietica, tra le cui fila milita Lev Jašin, il fortissimo portiere, l’unico nel suo ruolo (a tutt’oggi) ad aver vinto il Pallone d’Oro. Una leggenda. Garrincha scende in campo e la sua prestazione è superlativa, fornisce assist a ripetizione, coglie una traversa ed è incontenibile. La vittoria per 2-0 del Brasile è solo un antipasto di quello che farà nelle fasi ad eliminazione diretta. Nei quarti di finale il Brasile batte per 1-0 il Galles con gol di Pelé, ma è Garrincha a far ammattire i difensori gallesi mettendoli a sedere più e più volte. In semifinale i “verde-oro” annientano la Francia per 5-2; Manoel è ancora sugli scudi con diversi assist. Il Brasile vola così in Finale, contro la formazione di casa, la Svezia che punta tutto sulla sua grandissima fisicità. Dopo appena quattro minuti Nils Liedholm porta in vantaggio gli svedesi. Passano solo cinque minuti e il Brasile pareggia: Garrincha effettua una serie di finte sulla destra, entra in area e crossa al centro per Vavá che insacca, 1-1. Al 32’ i sudamericani ribaltano il punteggio con lo stesso schema, Garrincha fugge via sull’ala, crossa al centro e ancora Vavá la mette dentro, 1-2. Nella ripresa dopo 10’ Pelé raccoglie un traversone in area, si libera con un sombrero di un avversario e batte l’estremo difensore Kalle Svensson per l’1-3. Al 23’ arriva anche il poker firmato da Mário Zagallo in mischia. A dieci minuti dalla fine, Agne Simonsson accorcia le distanze (2-4) prima del definitivo 2-5 di Pelé. Per la prima volta il Brasile diventa Campione del Mondo e Garrincha, l’operaio indisciplinato, lo “storpio”, lo scherzo della natura con quel fisico che tutto poteva tranne che giocare a calcio, sale sul tetto del Mondo. La sua carriera sembra destinata a continuare a brillare in maniera accecante. L’anno successivo alla conquista del Mondiale gioca tutta la stagione da “infortunato”. La congiunzione tra tibia e femore è irregolare e determina l’usura della cartilagine, il che potrebbe comportagli ulteriori problemi. Decide di rinviare l’intervento chirurgico alla fine del Campionato e di giocare sotto antidolorifici ma, a fine torneo, non si presenta in clinica per l’operazione perché gli avevano prospettato che avrebbe potuto anche non giocare più a calcio. L’estate successiva alla conquista del titolo iridato, il suo Brasile viene invitato ad una tournée in Svezia. Qui incontra una bella ragazza che fa la cameriera nell’albergo dove è ospite la Nazionale e intrattiene una fugace e passionale relazione con lei. Mesi dopo si scoprirà che la ragazza diciassettenne rimase incinta di Garrincha, che anche a distanza di anni non riconoscerà mai il figlio nato da quella avventura. Nel 1960 il suo Botafogo si classifica al terzo posto in Campionato; quel torneo passerà alle cronache per un gesto di fair play da parte di Manoel: durante una partita supera in dribbling un avversario che si accascia a terra per uno stiramento e lui, anziché proseguire la sua corsa verso il portiere, decide di fermarsi scagliando il pallone fuori per andare a soccorrere il suo avversario. Nel 1961 invece si erge a trascinatore del Botafogo verso il suo secondo titolo Nazionale, mentre nel 1962 porta a casa una doppietta: Campionato brasiliano e Torneo Rio-San Paolo. Nell’estate di quello stesso anno c’è l’appuntamento con il Mondiale in Cile, cui Garrincha arriva da Campione in carica e come una stella del calcio mondiale. Il Brasile è inserito nel girone insieme alla Spagna, al Messico e alla Cecoslovacchia. Contro i messicani è successo per 2-0 con gol di Pelé e Zagallo. Si passa attraverso lo 0-0 contro gli slovacchi per poi superare la Spagna per 2-1 grazie alla doppietta di Amarildo. Dai quarti di finale in poi Garrincha si prende di prepotenza la scena. Contro l’Inghilterra sigla una doppietta nel 3-1 finale mentre in semifinale contro il Cile segna altri due gol che permettono al Brasile di arrivare in fondo alla manifestazione. Qui si consuma un “giallo”, o per meglio dire un “rosso”… come il colore del cartellino che gli viene sventolato dall’arbitro dell’incontro per aver rifilato un calcione nel sedere ad un difensore cileno. Come da prassi, Garrincha non avrebbe potuto giocare la Finale contro la Cecoslovacchia. Ecco che allora si mobilita la diplomazia, come se si trattasse di un Capo di Stato. Si muove in prima persona il Presidente del Brasile, Tancredo Neves, che invita la FIFA a cancellare la squalifica per meriti sportivi. Viene fatta pressione anche sull’arbitro dell’incontro affinché nel referto ammetta di aver espulso Manoel per uno scambio di persona. Persino il guardalinee (uruguayano) viene fatto partire in tutta fretta in aereo per Montevideo facendogli fare scalo (con un finto errore) per una decina di giorni a Parigi, rendendogli impossibile testimoniare sull’accaduto. “Se non gioca Garrincha, vincono loro e sarà la vittoria dello stalinismo”, si affrettano a dire tutti i Capi di Stato sudamericani. Insomma in mezzo a questo tourbillon mediatico e politico, si riesce a convincere la commissione disciplinare della FIFA a cancellare la squalifica, con le maniere “forti”. La Finale tra Brasile e Cecoslovacchia lo vede in campo e sarà come sempre decisivo con tanti assist nel 3-1 che consacra i “verde-oro” Campioni del Mondo per la seconda volta consecutiva. Con 4 reti Garrincha è anche il Capocannoniere del torneo e viene eletto Miglior Giocatore della manifestazione. Insomma la sua carriera è all’apice, ma proprio come accade spesso… quando si è nel punto più alto poi comincia la discesa, l’inesorabile declino… una caduta improvvisa che lo riporta nella polvere nel giro di pochissimo tempo. Di ritorno dal Mondiale cileno Manoel intreccia una relazione con la cantante brasiliana Elza Soares. Una relazione malvista dall’opinione pubblica perché Garrincha era ancora sposato con Nair, e per quei tempi facile è immaginare lo scandalo che i due novelli Romeo e Giulietta provocano con il loro legame. Tuttavia quella con Elza è una storia d’amore passionale. Lei ha un passato burrascoso: è stata violentata a soli 13 anni ed è stata costretta a sposare il suo stupratore per poi rimanere vedova a soli 25 anni. Dopo tanti problemi e tantissime difficoltà riesce a ritagliarsi un posto nel panorama canoro brasiliano. L’incontro con Garrincha tuttavia segnerà in pratica l’inizio della fine per entrambi. I due scialacquano i soldi che guadagnano, spendono e spandono tutti i loro averi tanto da risultare sempre in debito con qualcuno. La continua assunzione di alcool e droghe non aiuta certamente la carriera e la salute di Manoel, che comincia ad accusare con sempre maggiore frequenza dei malanni fisici al ginocchio, quello che qualche anno prima si era rifiutato di operare. Nel 1963 tuttavia c’è chi ancora spera di “salvarlo”, in Italia. Inter, Milan e Juventus provano ad ingaggiarlo, ma senza riuscirci. Nel 1964 il Botafogo conquista il secondo Torneo Rio-San Paolo. Dopo aver eliminato il San Paolo e il Portuguesa, la Finale si sarebbe dovuta disputare contro il Santos di Pelé, ma il golpe militare che vede protagonista il Paese causa lo slittamento della partita al 10 gennaio del 1965. Sul risultato di 3-2 per il Botafogo, viene annullato un gol al San Paolo a cinque minuti dalla fine. Il tutto genera accesissime discussioni in campo tra i giocatori, cosicché l’arbitro si vede costretto a sospendere la partita. Gara che poi non viene più ripresa. Tempo dopo, con un accordo tra le Federazioni di Rio e San Paolo, il titolo viene assegnato ad entrambe le squadre. In quel periodo Garrincha ha firmato un contratto a presenze con il suo club, cosa che lo costringe a scendere sempre in campo, anche in condizioni pessime dal punto di vista fisico. Proprio non ce la fa più e finalmente si convince a farsi operare al ginocchio. L’intervento però non avviene sotto i ferri del medico del suo club, in quanto la società voleva fargli firmare una dichiarazione in cui Manoel si sarebbe dovuto impegnare a compiere esercizi fisici durante la riabilitazione, di modo tale da rientrare in campo il prima possibile. Si rivolge allora al chirurgo dell’América De Cali, che lo sottopone ad intervento asportandogli i menischi. Operazione che non ha alcun esito positivo. Per questo il Botafogo lo multa per essersi fatto operare da un dottore non del suo club e gli decurta buona parte dello stipendio, visto che l’ala destra è costretta a trascorrere tutto l’anno a fare riabilitazione. Garrincha però ha sempre maggiore bisogno di soldi per mandare avanti la sua relazione con Elza e per soddisfare la sua dipendenza da alcool e droghe che non accenna a diminuire, anzi si aggrava. Nel 1966 il Botafogo, stanco ed esasperato, lo cede al Corinthians che dimostra di credere ancora in lui, proponendogli il contratto più ricco della storia del club. Di qui le gelosie dei suoi nuovi compagni di squadra che non gli passano praticamente mai il pallone. Il rendimento è sceso di parecchio e diverse sono le partite in cui non incide. Nonostante tutto, riesce a vincere nuovamente il Torneo Rio-San Paolo, che viene assegnato ex aequo a Botafogo, Santos e Vasco Da Gama, a causa dell’imminente Mondiale in Inghilterra e per l’impossibilità di organizzare in tempi brevi un altro mini torneo di “spareggio” tra le quattro formazioni. In Inghilterra, con la sua Nazionale Garrincha parte bene, battendo la Bulgaria (2-0) all’esordio (tra l’altro con un suo gol), ma poi perde contro l’Ungheria (3-1) e il Portogallo (3-1) e così torna a casa dopo il primo turno. Durante una partitella in allenamento, subisce un brutto intervento al ginocchio, peraltro già menomato, ed è costretto a frequentare solamente l’infermeria. Il buio si avvicina. Nel 1967 passa al Vasco Da Gama in prestito, ma in pratica non scende mai in campo se non per un paio di amichevoli. Anche la Fluminense prova a recuperarlo, ma dopo un mese di prova, decide di rinunciare. Nel 1968 viene condannato per non aver pagato gli alimenti alla prima moglie e alle figlie, ma è salvato dall’intervento di un banchiere che ne salda tutti i debiti. Tra il 1968 e il 1969 inizia un continuo girovagare nel tentativo di strappare un contratto, con i colombiani del Junior (1 presenza 0 reti), con gli uruguayani del Nacional Montevideo (mai neanche tesserato) e con gli argentini del Boca Juniors (senza riuscire a convincere i dirigenti). Il 13 aprile del 1969 un altro evento tragico scuote la vita di Garrincha: è alla guida (senza patente) di una vettura ed è in compagnia della suocera. La sua auto va a sbattere contro un camion e la suocera, Rosaria (la mamma di Elza) viene sbalzata fuori dall’abitacolo e trova la morte. Manoel nega di aver bevuto prima di mettersi alla guida, ma viene condannato a due anni di carcere, pena poi sospesa. I rimorsi per l’accaduto lo sbranano, tant’è che cade in profonde crisi depressive. Tenta anche il suicidio inalando gas. Dopo essersi ripreso dal tentativo di togliersi la vita ma non riuscendo a superare l’evento luttuoso, decide di lasciare il Brasile e si trasferisce per un breve periodo di tempo in Italia, a Roma. Siamo nel 1970. Qui Garrincha si improvvisa venditore di caffè e gioca a calcio in squadre dilettantistiche e dopolavoristiche (una delle quali curiosamente si chiamava Lazio), che gli consentono di racimolare pochi spiccioli per sopravvivere insieme alla sua Elza, che nel frattempo inizia a lavorare come cantante in diversi locali. Nel 1971 Manoel viene messo sotto contratto dalla Red Star, una società francese, ma non scende mai in campo. Nel 1972 decide allora di ritornare in Brasile, ma dopo solo un anno e nemmeno una decina di partite con la maglia dell’Olaria, capisce che è giunta l’ora di smettere con il gioco del calcio. La storia con Elza va avanti fra alti e bassi fino al 1977 quando una sera, ubriaco marcio, la aggredisce e la picchia. Da quel momento in poi Elza toglie gli ormeggi, è giunto il momento di lasciarlo perché ormai fuori controllo e fuori dal mondo. Pochi giorni dopo Garrincha conosce un’altra donna, Vanderléia Vieira, con la quale intreccia una relazione che nel 1981 darà alla luce una nuova figlia. In questi anni prova a guadagnarsi da vivere insegnando calcio ai bambini, ma il vizio dell’alcolismo non lo abbandona mai, anzi. Viene ricoverato in ospedale per problemi al fegato per la prima volta nel 1978 e da quel momento in poi è tutto un susseguirsi di ricoveri. Partecipa al Carnevale di Rio nel 1980 su di un carro a lui dedicato, ma la sua faccia è ormai triste e sola, oltre che scavata dai danni della vita dissoluta che ha condotto. Nel 1981 gli viene diagnosticata la cirrosi. La fine è davvero ad un passo. Gli ultimi giorni della sua vita li trascorre bevendo nei bar e il 19 gennaio del 1983 viene nuovamente ricoverato in condizioni disperate. Un edema polmonare “consuma” definitivamente quel piccolo martoriato deforme corpo nella notte del 20 gennaio del 1983, dopo anni di stenti vissuti nella miseria più nera, forse ancor di più di quella che ha imparato a conoscere da bambino. Il volo della garrincha è durato troppo poco, trasformandosi ben presto in picchiata inesorabile, distruggendo l’uomo dal fisico fragile ma che ha saputo regalare a chi ama il gioco del calcio un personaggio unico, che resterà immortale.

 

“Adesso fumo sigarette e mi sforzo di diventare puro. E scivolo come le stelle. Nell’oscurità.”

Tom Waits (1949) 

 

Donato Valvano

Garrincha

Garrincha

Il Volo Di Garrincha - scheda tecnica

Nome: Manoel Francisco Dos Santos
Cognome: Garrincha
Nato il: 28 ottobre 1933, Pau Grande, Rio De Janeiro, BRASILE
Morto il: 20 gennaio 1983, Rio De Janeiro, BRASILE
Altezza: 1,69
Peso: 72
Ruolo: Ala Destra

Carriera:

Botafogo (Presenze 236 / Reti 85)
Corinthians (Presenze 4 / Reti )
Vasco Da Gama (Presenze / Reti )
Junior (Presenze 1 / Reti )
Flamengo (Presenze 4 / Reti )
Olaria (Presenze 8 / Reti )
Brasile (Presenze 50 / Reti 12)

Palmarès:

Botafogo:
Campionato Carioca: 3 / Torneo Rio-San Paolo: 2
Corinthians:
Torneo Rio-San Paolo: 1
Brasile:
Mondiale: 2 / Capocannoniere Mondiali: 1 / Miglior Giocatore Mondiali: 1