Di Luigi Di Gianni

Scritto da: LUIGI DI GIANNI
Musiche di: EGISTO MACCHI
Montaggio di: GIUSEPPE GIACOBINO, CARLA SIMONCELLI
Fotografia di: MARIO MASINI, GIUSEPPE AQUARI
con:
SVEN LASTA
RADA RASSIMOV
JEAN MARTIN
RENATO PINCIROLI
CLAUDIO CAMASO
EZIO MARANO
MILENA VUKOTIC
ALESSANDRO HABER
ANTONIO CASALE
DANIELE DUBLINO
GIUSEPPE TUMINELLI
MARIA CUMANI QUASIMODO
EDOARDO TORRICELLA
GIOVANNI ATTANASIO
MARIO GARRIBA
NANDO MARINEO
LUIGI ANTONIO GUERRA
Produzione: LUIGI DI GIANNI
Durata: 123’      Anno: 1974
Titolo Originale: IL TEMPO DELL’INIZIO (Monacò)

 

IL TEMPO DELL’INIZIO

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“Qui giace il vecchio comandante. I suoi seguaci, che ora non possono avere alcun nome, gli hanno scavato la tomba e posto questa pietra. Una profezia afferma che fra un certo numero di anni il comandante risusciterà e da questa casa guiderà i suoi seguaci alla riconquista della colonia. Credete e aspettate!”

Franz Kafka (1883-1924)

 

Un uomo scappa. Viene raggiunto da due infermieri. Chiuso. Internato. Prigioniero. Riportato all’ordine, al suo posto, quello che gli è stato assegnato dall’alto. Il signor Lamda ha bisogno di cure. David Lamda, di anni 45, studi irregolari, diversi mestieri: assicuratore, impiegato, libraio, non coniugato. Socialmente irrecuperabile. Un elemento pericoloso. La sua vita, le sue ore senza tempo in un ospedale psichiatrico di una città X. Con occhi morenti osserva i fili della luce che filtrano dalle finestre disegnando giorni che sono come carogne di guerre infinite. Fuori inizia il suo delirio. Case distrutte, crepe ovunque, nelle anime nei corpi e nei muri macchiati e distrutti. Su ogni cosa polvere, macerie di un agglomerato urbano osceno e senza nome, ancora più oscuro dell’oblio. Volti di morti che camminano imbiancati di calcestruzzo, vagando sulla terra come ambasciatori di pazzia. Avanzi, numeri, relitti, puttane. Schiavi in ogni dove, “liberi” perché gli è stato ordinato, vivono lavorano amano e muoiono in un accampamento di dannati. Gli edifici si stagliano alti, mutilati, asimmetrici, quadri realizzati da architetti folli dominati dal caos, vetusti nell’assenza di colore disegnano strade piene di scorie ignote vomitate da uomini aberranti. Lo schifo è governato da un antico Capo, un fantoccio. Amato e odiato. Umiliato. Senile. A cui tutti vogliono fare le scarpe. Eccoci, in un mondo dopo il mondo pieno di spie. “Il Tempo Dell’Inizio”, di Luigi Di Gianni, che riesce a dar forma ai suoi incubi e a quelli di Franz Kafka raccontando l’irraccontabile, un regista “primitivo”, che si permette il lusso di anticipare David Lynch e i deliri senza soluzione di continuità e Terry Gilliam e le visioni distopiche. Di Gianni scrive, produce e dà anima e sostanza al suo magnum opus, un grande affresco spaventoso, pauroso, claustrofobico, destabilizzante, deprimente… metacinema in un cono oscuro, per vittime e carnefici. Mette in gioco la carriera e i soldi; vorticose particelle di realtà che gli si conficcheranno come schegge e lame nel petto. Il film è scomparso per anni. Maledetto come poche altre pellicole nella nostra storia e non solo. Alla fine delle riprese ne esce distrutto il Maestro. La sua opera è una lugubre cattedrale innalzata per contrastare la banalità del cinema. Di tutto il cinema. Atto unico e definitivo che passa come un’ombra e come ombra rimane. Lo stupore ottuso dei critici dell’epoca, un Nastro d’Argento e poco più. Poi la notte. Cala il sipario. Se solo potessero i morti di allora, critici ciechi, portare la loro voce ai vivi… Di Gianni affaccia lo sguardo sulla tenebra eterna, gioca a fare Escher, costruisce sequenze magistrali, coreografie di oscuri rituali, simboli occultistici degni dei film di Kenneth Anger, primi piani abnormi, carrellate circolari, strabilianti scelte registiche di un filosofo con una disposizione drammatica del suo animo e una cultura enorme. Di Gianni affida le sue preghiere a due direttori della fotografia in stato di grazia, Masini e Aquari e al compositore Egisto Macchi, le cui note musicali prive di speranza si riversano in una partitura che sembra una muta di cani ululanti oltre il vento e il chissà dove. David Lamda è un grandissimo Sven Lasta. Le pratiche vanno portate avanti. Lamda combatte contro una plebe ostinata e volgare, in un momento delicato in cui secondo antichi cerimoniali si assiste all’assunzione del potere dei nuovi governanti. Questo cambio porterà la Pace. Pace possibile solo con la schiavitù dell’individuo, con una struttura sociale ben delineata che cancella l’uomo e crea il numero, e impone simboli e pilastri della vita associata: il Palazzo del Potere, il Mangiatoio Pubblico, la Casa del Piacere… in un attacco al totalitarismo sovietico del periodo staliniano con un affresco talmente elevato da esser degno de “La Fattoria degli Animali” (1945) di George Orwell. Autorità silenziose si muovono seguendo un ordine antico. Il signor Lamda delira, riuscendo finalmente a dare forma alla fuga. Fuga che ha il sapore della beffa. Lamda è un servo e un raccoglitore di rifiuti ora. E’ circondato da una pantomima di casi umani e sempre più assente, ammantato di una solitudine che gli respira addosso e si unisce al buio di ambienti e luoghi ammuffiti, con lo schifo che ritorna ovunque, pieno solo di incertezze. La sua unica compagnia è una statuina arcaica, un totem dall’atteggiamento orante (un’autocitazione), con le braccia aperte verso il sole. Sole che Lamda non vedrà mai. La telecamera si stringe intorno a lui impietosa, in cerchi concentrici sempre più stretti, fino a soffocarlo. Tradito dalla figura di uno strano messaggero, novello Pifferaio di Hamelin, che lo mette a conoscenza della sua importanza in un progetto di salvazione totale dell’uomo, facendogli credere che tutti quei ragni dormienti in quel girone infernale, quei dannati, quei numeri, quei reietti, quei “mostri” finalmente disposti ad assumersi la responsabilità della sua guida, decideranno davvero di bruciare la città sulla quale grava una maledizione vecchia come il mondo. Il suo strano cammino di sogno e realtà sta per finire, minacciato da quella stessa indole ribelle che l’ha sempre caratterizzato e segnato. Ribellione canalizzata, precisa, sacrilega come tutte le forme di rabbia destinate davvero a cambiare lo stato delle cose. Vola verso l’alto e riesce solo per un attimo a toccare la sospensione, a sfiorare una parete investita da un raggio di sole. Immagine ferma in un istante eterno. Ma il tempo non si ferma mai, e quell’attimo poi finisce. Con il dolore che si muove tra gli sconosciuti come una malattia, trasmettendosi di sguardo in sguardo, David Lamda cerca di rimanere vivo. Dopo il fallimento reale della fuga all’inizio del film il secondo tentativo è un disastro. La visione della realtà si dilata a dismisura in un mondo osceno. Male che si somma ad altro Male che si somma ad altro Male ancora. Lamda è come un fantasma e come tale si congeda… tra campi di tortura e fosse comuni e un tentativo di alleanza con una donna. Un linciaggio di frankensteiniana memoria, solo senza fuoco. Ondate di violenti e folli si abbattono su di lui lasciandolo senza scampo, sommerso dai rifiuti, perso per sempre. Antichi muri intorno, lunghi corridoi bianchi, scarabei nel cervello testimonianza della multiformità della realtà. Il sogno distorto e malato di una guerra diventa reale. La clinica psichiatrica è minacciata, le croci e le sicurezze della scienza e della medicina sbiadiscono, increspate sul fondo di questo incubo che ora pare eterno e vero… le oscure forze si agitano nell’inconscio velato nascosto dietro le quinte di tutti. Un disordine infinito è alle porte, annunciato da carri armati, e gli inquilini della clinica psichiatrica, come angeli scacciati dal Paradiso perderanno la ragione, diventando solo lugubri figure alle finestre. Un presente che è pura visione. Ogni persona è una storia, ma alcune fanno davvero paura. Luigi Di Gianni, interprete dell’arcano, si è lasciato prendere da un pericoloso vortice verso le segrete ragioni dell’“Io”, incantato dal pensiero del mistico Meister Eckhart e da Martin Heidegger, e ha partorito un flusso di coscienza… una pellicola che è una strana entità. Alla maniera di Lucio Fontana, che apriva tagli nella tela bianca per mettere in evidenza come anche il quadro dipinto più realisticamente fosse solo una piatta rappresentazione della realtà percepita dall’occhio, la “pittura” di Di Gianni è un inganno visivo, come il cinema, dove l’uomo percepisce la realtà con i sensi ma la elabora con l’intelletto. Arrivano i bombardieri, i carri armati. “Il Tempo Dell’Inizio” è così che finisce dunque, quasi com’era iniziato, ha fatto la sua parte, facendoci ascoltare il suono di un violino rotto.

“Le sue braccia si rifiutavano d’alzarsi, le gambe non volevano muoversi, e inorridendo constatò che perfino la voce non gli obbediva più: le parole gli aleggiavano mute sulle labbra. Non udiva altro che il battito del proprio cuore, e nel frattempo… lo raggiunse.”

Nikolaj Gogol’ (1809-1852)

Monacò

Sven Lasta - Il Tempo Dell'Inizio (1974)

Sven Lasta – Il Tempo Dell’Inizio (1974)