Il vento soffia leggero e ti sussurra all’orecchio, come un fido consigliere, le mosse giuste da compiere. La sfida sta per iniziare, ma non conosci il tuo nemico. Sai solo che c’è un pericolo che ti attende, e con esso una quasi certezza: soccombere è probabile. Ma forse esiste anche una probabilità d’uscirne. E con questo dubbio, ma anche inconfessabile speranza, vai avanti. Sai che se andrà bene non solo sarai ancora vivo, ma ci sarà un’altra occasione almeno per ritentare quello che sembra un gioco, seppur dal possibile esito mortale. E con la morte nel cuore, vai avanti. A furia di pensarci, non sarà mai peggio di come l’avrai immaginata. Sarà semplicemente tutto. Oppure, il nulla.
Tiro giù queste quattro righe per iniziare a parlare di Ernest Hemingway (1899-1961), un autore che seppur reputi un gran maestro, a volte – lo confesso – mi è pure indigesto. Intendiamoci, non lo è come un piatto che non mi piace, o una bruttura incommentabile. Nelle rare volte che detesto Hemingway avviene perché lo leggi e si dimostra troppo bravo, troppo al di sopra; poi ci rifletto e in fondo capisco che amo i suoi scritti – non tutti, ma i miei preferiti si fanno buona compagnia – e ne ho tratto goduria e insegnamento. Quando a vent’anni fai di tutto per partire in guerra (scartato per un difetto all’occhio sinistro, riuscì ad aggregarsi alla Croce Rossa come conducente d’ambulanza e a partecipare ugualmente alla Grande Guerra), vieni ferito da un mortaio e trascorri una lunga degenza in ospedale militare, a migliaia di chilometri da casa tua, hai di certo dentro una forma di predestinazione. Hemingway, spinto all’amore per la vita raminga e all’aria aperta fin da piccino (quando lo portava in giro il papà), sperimentò su sé stesso il senso della morte con quel primo duro contatto, con un’esperienza che in molti avrebbe causato solo repulsione e in lui, al contrario, aprì un varco, una condizione; di lì venne fuori un valore – il senso della morte, la guerra, l’esperienza del pericolo – che tanta fortuna fece per la sua produzione letteraria. La morte, sì. In molti la evitano, anzi tutti vorrebbero evitarla. Ma Hemingway ne cercò spesso e ovunque tracce seppur minime, animato da una strana tensione come quando, pur odiando un altro essere umano, ne siamo al contempo inesorabilmente attratti.
Da quella prima esperienza venne fuori, di getto, “Addio alle armi” (“A Farewell to Arms”, 1929), un intenso romanzo sulle atrocità ma anche sull’amore, figlio dei giorni da infermo e di una Medaglia d’Argento ottenuta grazie – si fa per dire – alle ferite riportate in quella tragica occasione. La caducità della vita umana è ispirata già nelle prime frasi, e come ammettere il contrario?: “… E le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda se non per le foglie…”.
Lo stile hemingwayano crebbe nel tempo anche senza darne impressione, o parvenza alcuna. Lo scrittore americano non dimenticò mai i rudimenti del giornalismo e gli insegnamenti del primo maestro Pete Wellington, nonché le indicazioni categoriche contenute in un manuale che raccomandava la stringatezza e l’uso di una lingua energica, di una prosa senza fronzoli eppur ricca di significato, sapore, odore e colore. La parola si fece essenziale, ma non scondita, così come non erano prive di poesia e corposità le descrizioni, e certe pagine degne di insegnare qualcosa – e più – a tanti aspiranti scrittori. Non a caso Hemingway è uno dei più citati esempi nelle scuole di scrittura creativa, tanto che alcuni suoi testi vengono interamente riversati nelle menti di chi desidera imparare trucchi e trucchetti, magie ed espertaggini del mestiere. Uno dei migliori consigli a lui attribuiti fu quello dell’essere conciso e quindi di non innamorarsi troppo della propria scrittura, lasciandola respirare quando doveva e troncando gli inutili orpelli quando necessario. Inoltre, se per qualcuno lo stile asciutto ed essenziale si traduceva in mera trama, senza essenza di forma, per altri era proprio questo il punto di forza di Hemingway. Papa (soprannome referenziale e in certo senso rispettoso affibbiatogli da un amico) è stato, a mio giudizio, uno dei primi grandi provocatori di emozioni, in quanto egli stesso sosteneva che l’emozione non andava descritta. La descrizione doveva limitarsi ai fatti, da cui poi sarebbe scaturita l’emozione in chi leggeva tale descrizione. Raschiare fino a trovare il fondo del barile – sempre ammesso che ci sia del buono da far emergere – è in effetti la meta ideale di ogni giornalista, e quindi di chi diventa grande scrittore partendo dal giornalismo. Ernest non dimenticò mai il mestiere, come testimonia la prima collaborazione con la rivista “Toronto Star”, iniziata nel lontano 1920 e terminata nel 1924 (quattro anni intensi, in cui lo scrittore girò come corrispondente per mezza Europa). Hemingway sembrava sapere fin da piccolo cosa voleva, tanto da deludere sia il padre (che lo voleva iscritto all’università) sia la madre (che lo voleva musicista). Anche da giornalista egli si mostrò dotato di una certa personalità (attaccò la “falsa” bohème di Ezra Pound a Parigi – anche se distrusse appena in tempo la satira che aveva scritto, prima di causare danni irreparabili; scrisse articoli sarcastici nei confronti di Benito Mussolini). Non c’è dubbio che la sua formazione negli anni Venti sia stata fortemente condizionata dai soggiorni a Parigi, laddove sotto il riferimento di Gertrude Stein e Sherwood Anderson, molti artisti in fuga dagli Stati Uniti cercarono sé stessi e la propria credibilità in una nuova vita bohèmienne, che poi di bohème per tanti di loro aveva ben poco. Essi erano la “generazione perduta”, come lo stesso Ernest si autodefinì. Un bel passaggio, pubblicato postumo in “Festa mobile” (“A Moveable Feast”, 1964), descrive un Hemingway intento ad affrontare a quei tempi il famoso “blocco dello scrittore”: A volte quando inizio una nuova storia e non riesco ad andare avanti, mi siedo di fronte al camino e inizio a schiacciare la buccia di alcune piccole arance verso gli angoli delle fiamme e osservo gli zampilli blu che si creano. Mi alzo e guardo fuori verso i tetti di Parigi e penso, ‘Non preoccuparti. Hai sempre scritto in passato e scriverai ora. Tutto ciò che devi fare è scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci’. Così finalmente scrivo una frase vera, e parto da là. Era facile perché c’era sempre una frase vera che conoscevo o che avevo sentito dire da qualcuno. Quando mi accorgevo che stavo scrivendo in maniera elaborata, o come qualcuno che introduce un tema o presenta qualcosa, mi fermavo e tagliavo la tiritera, buttavo via e ricominciavo dalla prima vera semplice frase dichiarativa che avevo scritto…”.
L’amore per la Spagna nacque ai tempi di un soggiorno estivo a Pamplona, per la festa di San Firmino, nel 1924. Era stata Gertrude Stein a suggerirglielo. Durante quel periodo, Hemingway trasse gli elementi che lo fecero innamorare della tauromachia e delle corride. L’esperienza gli servì per scrivere e pubblicare “Fiesta” (“The Sun Also Rises”, 1926), un libro da molti ritenuto un capolavoro e che, insieme al monumentale saggio “Morte nel pomeriggio” (“Death in the Afternoon”, 1932), è divenuto un ottimo riferimento per comprendere quanto il tema della lotta per la sopravvivenza abbia affascinato lo scrittore, e come egli abbia studiato e cercato di scoprire cosa ci fosse dietro tanto fascino.
Qui, occorre che io apra una breve parentesi. Questo è l’Hemingway che personalmente apprezzo di meno, e non certo per lo stile e altre questioni tecniche. D’altronde, non si può essere d’accordo su tutto e tener alti tutti i vessilli del mondo. Da qualche parte, quando t’imbarchi per la vita, devi pur approdare. Non condivido l’effetto violento della manifestazione, in quanto oggi fine a sé stesso. Non nego tuttavia che un tempo possa esser stato diverso, e tutto il mondo di usanze e colori e sapori e suoni di quell’antica tradizione fosse qualcosa di fantastico (in fondo, Hemingway non fu l’unico a restarne affascinato). Tolte di mezzo le considerazioni personali, è fuori di dubbio che le pagine dei due testi siano saporose e calde come il sangue che sgorga dalle ferite, e che si respiri tutto il profumo e la baraonda della fiesta e tutta la parabola della tragedia, rappresentata dalla lotta all’ultimo sangue tra l’uomo e il toro.
La Spagna tornò nelle storie del grande scrittore con uno dei romanzi più riusciti, scritto in tempo di guerra. Sto parlando di “Per chi suona la campana” (“For Whom the Bell Tolls”, 1940), un gioiello di epicità il cui titolo fu mutuato da un verso di un sermone del 1623 di John Donne: “No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main. If a clod be washed away by the sea, Europe is the less, as well as if a promontory were, as well as if a manor of thy friend’s or of thine own were: any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind, and therefore never send to know for whom the bell tolls; it tolls for thee”. Nel romanzo lo stile immediato dei dialoghi e l’azione nelle situazioni ben si sposa con la drammaticità dei temi e con le similitudini, col linguaggio figurato, consegnandoci pagine memorabili che ne fanno un classico della letteratura di guerra (bella seppur datata, tra l’altro, la pellicola del 1943 che vide protagonisti Gary Cooper e Ingrid Bergman).
Hemingway si è attirato anche diverse critiche per una certa avversione e ironia nei confronti degli omosessuali, ma non me la sento di giudicarlo, in quanto quelli erano tempi diversi dai nostri e rispetto la libertà d’opinione. Il machismo di cui è stato sempre accusato dai detrattori era figlio, a mio giudizio, del carattere avventuroso coltivato a furia di leggere classici e delle prime esperienze di caccia e di vita a contatto con la natura, oltre che della durezza di certe situazioni vissute in gioventù e della boxe praticata da giovanissimo; aveva dentro anche una incessante voglia di esperienze al limite, di mettersi sempre alla prova per assaporare l’adrenalina del momento, l’ebbrezza del pericolo. Così, furono molti gli incidenti in cui, a volte anche banalmente, lo scrittore rischiò in modo serio la pellaccia. Il vecchio Ernest non era esente neanche da difetti di natura lavorativa, come accadde quando compì un gesto opportunistico nei confronti della casa editrice che lo pubblicava e di Sherwood Anderson (il fatto è citato in molte biografie) pur di passare a un altro editore (Scribner), ma ciò conferma solo che l’ideale non esiste, e tutti noi commettiamo errori.
Tra i suoi amori, quelli per le donne (si sposò più volte ed ebbe numerosi flirt) e quello per la caccia, da cui trasse alcuni ottimi libri, come “Verdi colline d’Africa” (“Green Hills of Africa”, 1935), ispirato a un fortunato safari compiuto con la moglie Pauline Pfeiffer nel 1933-1934. Spesso fu, come abbiamo già visto, la vita reale a ispirarlo tanto da non costringerlo neanche a cercarla, la finzione: “A differenza di molti romanzi, nessuno dei personaggi e degli avvenimenti contenuti in questo libro è immaginario. Chiunque non vi trovi sufficienti interessi amorosi ha piena facoltà, leggendo, di inserirvi qualsiasi interesse amoroso egli, uomo o donna, abbia al momento. L’autore ha cercato di scrivere un libro completamente vero per vedere se il profilo di una regione e l’esempio di un mese di vita descritti con fedeltà possano competere con un’opera di fantasia…”, scrive appunto Hemingway come avvertenza al testo. Il libro fu accolto tiepidamente dai critici, come spesso accadde per vari suoi scritti; tra l’altro, il rapporto che lui stesso instaurò con i critici non fu mai facile, e spesso si risolse in noiosi battibecchi letterari.
L’altro safari, a metà degli anni Cinquanta, fu descritto in “Vero all’alba” (“True at First Light”, pubblicato postumo solo nel 1999): “… In Africa, una cosa è vera all’alba e falsa a mezzogiorno, e per questa cosa non si ha più rispetto di quanto se ne abbia per il bel lago dalla perfetta corona d’erba che si è visto oltre la pianura salina cotta dal sole. La mattina abbiamo attraversato quella pianura a piedi e sappiamo che il lago non esiste. Ma ora è là, assolutamente vero, bello e credibile…”.
I suoi personaggi sono spesso stoici, mostrano grazia e temperamento in situazioni di disagio (la cosiddetta grace under pressure). Ma c’è tanto di Hemingway, e io ho appena il tempo di farne cenni. Come dimenticare ad esempio lo strafamoso “Il vecchio e il mare” (“The Old Man and the Sea”, 1952), il titolo che oltre a valergli il Premio Pulitzer nel 1953 gli portò il Nobel nel 1954 (tra l’altro Papa non poté andare di persona a ritirarlo, a causa della fastidiosa malattia causatagli dal troppo bere). Dal romanzo, potente e poetica parabola del vecchio pescatore Santiago e della sua lotta contro le crudeli angherie del destino contrario, la sua tenacia contro le forze della natura che ne rivelano anche l’intenso rapporto di amore e odio, fu tratto un bellissimo film che vide stellare protagonista il mai troppo compianto Spencer Tracy. Anche “Il vecchio e il mare” non fu esente da critiche, ma di occhi aperti solo anni più tardi è pieno anche quell’oscuro mondo, e per fortuna le cose vanno così. D’altra parte, se nessuno criticasse (pur essendo i critici, come sosteneva lo stesso Hemingway, dei parassiti), ognuno di noi potrebbe alzarsi e scrivere le più grandi idiozie, certo di trovare tanti altri idioti pronti ad applaudirci.
Un’ultima menzione vorrei farla al settore racconti. La vita di Ernest fu disseminata dalla forma racconto, in quanto spesso ne pubblicava sulle riviste. E quale opera meglio de “I quarantanove racconti” (“The Fifth Column and the First Forty-Nine Stories”, 1938) può rappresentare l’Hemingway “scrittore breve”? Il continuo confrontarsi col pericolo, e la sfida perenne alla morte così tante volte sfiorata in gioventù, apparivano sempre più il connotato evidente della sua anima di scrittore, del suo inventarsi storie per andare avanti. Non c’era ricerca particolare in lui e, se vogliamo, nemmeno tanta forza di sperimentare. La sua evoluzione stilistica fu la ricerca perenne dell’asciuttezza (cui avrebbero attinto a piene mani certi ottimi scrittori nordamericani che sono venuti in seguito), la drammaticità del dettaglio appena accennato, l’emozione suscitata più che descritta, o servita al lettore su un piatto d’argento.
La depressione dovuta alla malattia e al passare del tempo fecero calare lentamente e dolorosamente il velo sulla sua esistenza. Ernest Hemingway si tolse la vita, all’alba di un giorno di luglio del 1961, dopo alcuni tentativi falliti. Così facendo forse egli richiamò a sé stesso quello che tanti anni prima dovette aver provato, in primis l’esperienza del suicidio del padre Clarence. Ernest era divenuto troppo presto uomo e troppo dolore aveva visto e sopportato, seppur senza apparentemente risentirne. Respirò spesso l’aria tragica della vita. E quando spuntò quell’alba egli, probabilmente, la visse senza ansia, avendo deciso ormai il passo finale, una volta constatato che quello stimolo, quella molla che lo spingeva a scrivere non gli diceva più nulla. Ed è vero che all’alba si nasce. Quando si ha però un’eredità così ingombrante da trasmettere ai posteri, giunge il momento di congedarsi per far spazio ad altri. Anche se è l’alba, occorre ammettere la possibilità che, talvolta, si possa anche lasciare. E chi, se non Ernest Hemingway, poteva decidere di farlo così?

Best regards,

Enzo D’Andrea

Ernest Hemingway

Ernest Hemingway