“Solo o con gli amici vesto sempre il trasgressore di routines. Dal momento in cui un’attività qualsiasi diviene prevedibile cerco di prendere una tangente. Se mi trovo a che fare con una regola provo a prenderla in contropiede. Se da questo non ne deriva nulla, tanto peggio. Ma spesso si verificano delle situazioni interessanti. Dal punto di vista tecnico, ad esempio, è spesso stimolante fare il contrario di ciò che prescrivono le istruzioni d’uso. L’ho fatto spesso con i magnetofoni e con gli strumenti elettronici.”

Brian Eno (1948)

Come fa un artista visionario ad essere tale? Com’è possibile che in 40 anni di carriera si riesca ad essere sempre originali, nonostante in questi 40 anni la musica si sia continuamente trasformata?

E’ quello che mi sono chiesto tempo fa nell’ascoltare parte della sconfinata produzione musicale di Brian Eno (al secolo Brian Peter George St. John Le Baptiste De La Salle Eno), musicista inglese ora 67enne, che per molte ragioni può essere considerato il padre del genere ambient e della world music. Erano gli anni che anticipavano il punk ed erano ancora presenti anche gli ultimi scampoli della Beatlemania. Il nostro Brian scopre il registratore, non usato solo per riprodurre la musica ma utilizzato come strumento capace di registrare suoni e riprodurli in vari modi. La sua amicizia con il geniale chitarrista Robert Fripp lo porta alla ricerca di musica meno eclatante di quella del momento; questa collaborazione portò il duo ad una combinazione straordinaria di suoni, con la chitarra visionaria di Fripp e la capacità straordinaria di Eno di programmare loop registrati e filtrati dai sintetizzatori. Ne scaturiscono due LP intitolati “(No Pussyfooting)” (1973) e “Evening Star” (1975).
Ma nel 1974 Brian decide di intraprendere una carriera solista con la pubblicazione di due album “Here Come The Warm Jets” e “Taking Tiger Mountain (By Strategy)”. Certo è che ascoltando oggi quei quattro lavori ci si rende conto che siamo lontani anni luce rispetto all’elettronica odierna; si sentono forti i sapori della musica pop britannica degli inizi anni ‘70, ma la ricerca ossessiva di suoni diversi, di armonie fuori dal comune, di ritmiche mai ascoltate, fa tornare alla mente la domanda iniziale.
Il tutto viene chiarito nel 1975, anno in cui esce una delle pietre miliari di Brian Eno, “Another Green World”, ma soprattutto anno in cui l’artista inglese conosce ad una mostra di pittura l’artista Peter Schmidt, con il quale mette a punto una serie di strategie creative di supporto a quegli artisti, soprattutto in ambito musicale – ma non solo -, nelle fasi di blocco creativo. I “124 dilemmi degni di interesse” vengono stampati sul fronte di altrettante carte, a formare un mazzo, pronto all’uso, capace di mettere un ordine indisciplinato nella mente dell’artista che ne usufruisce. Il processo creativo di Eno prende davvero la tangente: “Another Green World” è un lavoro piacevolissimo ed assolutamente attuale, anche per i suoni prodotti; Brian Eno mostra la sua vera essenza, la “Possible Music”, l’unica etichetta che può più o meno sintetizzare quello che il poliedrico musicista riesce a mettere in piedi. I tradizionali canoni di composizione vengono deframmentati e ricomposti in mille possibilità diverse. 14 autentiche perle musicali ed un album da avere obbligatoriamente in una playlist.

Carta n.86 – “Abbandona gli strumenti normali”

Lo stesso anno Eno pubblica “Discreet Music”, nel quale campeggia, sul retro e non casualmente, una citazione su Erik Satie. Brian, per ottenere i suoni ammette apertamente di aver manomesso due sintetizzatori per alterare il timbro di uscita ed avere una sensazione di galleggiamento su una linea melodica semplice ed accattivante. E’ come se un quadro uscisse dalla cornice: è la musica che si trasforma da quadro a cornice, una cornice nella quale ciascuno può metterci il quadro che vuole. Nella storia della musica è il primo lavoro che verrà catalogato come ambient e che vedrà altri artisti innamorati cimentarsi con questo nuovo genere negli anni a venire, da Vangelis a David Sylvian, da David Bowie a Holger Czukay, da Angelo Badalamenti a Moby, da Alva Noto ai Nine Inch Nails, ma anche allo stesso Ryuichi Sakamoto in varie collaborazioni.

Carta n.7 – “Cascate”

“Before And After Science” (1977) è un album con vari riferimenti all’acqua, decisamente meno sperimentale dei precedenti e dalle venature pop/rock, almeno per la prima metà del disco. E’ uno scrigno che contiene uno dei cristalli più luminosi dell’intera produzione di Brian Eno, “By This River”, che per la prima volta presenta il suono di un pianoforte “preparato”, cioè con un qualche oggetto appoggiato sulle corde che ne stoppa il suono rendendolo non libero di diffondersi e per questo proveniente da altri tempi e da altri luoghi.

Carta n.8 – “La cosa più importante è quella più facilmente dimenticata”

E’ del 1978 “Ambient 1: Music For Airports”, ispirato e dedicato ad una lunga infinita attesa in aeroporto; Eno, infatti, memore di questa situazione capitatagli realmente, notò come la musica diffusa in un terminal aeroportuale lo rese nervoso a causa della noia causatagli da quelle canzoni sbagliate. La musica in questo concept album riprende il concetto inaugurato con “Discreet Music”, diffondendo note su note che si muovono senza una direzione precisa ed avvolgendo l’ascoltatore.
Lo stesso concetto è alla base di “Music For Films” (1978), ispirato a pellicole immaginarie, con 18 brani della durata media di poco superiore al minuto.

Carta n.123 – “La ripetizione è una forma di cambiamento”

“Ambient 2: The Plateaux Of Mirror” (1980) è uno dei tantissimi lavori fatti in collaborazione con altri artisti. Nella fattispecie l’album è stato concepito, composto e suonato congiuntamente al pianista/compositore statunitense Harold Budd. E’ un gioiello fatto dal pianoforte di Budd che ripete ossessivamente una serie di note accarezzate, ed i suoni creati e diffusi da Eno ne rendono magico l’ascolto, lasciando a bocca aperta per quello che si può ottenere dall’elettronica non fine a se stessa ma a servizio dell’arte, due brani su tutti: il sogno infinito e dolcissimo di “First Light” e “An Arc Of Doves”, brano impreziosito da particolari rumori minimali.
Dello stesso anno il terzo capitolo della quadrilogia ambient di Eno, “Ambient 3: Day Of Radiance”, prodotto in collaborazione con Laraaji, artista americano che impreziosisce la ricerca di Brian con suoni che sembrano provenire dall’Estremo Oriente.
Sempre nello stesso anno esce “Fourth World, Vol. 1: Possible Musics”, frutto della collaborazione con Jon Hassell, trombettista e compositore statunitense, con il quale inaugura quella corrente ispirata alla musica etnica che negli anni a seguire verrà etichettata come world music, e che lui definisce “quarto mondo”, proprio per testimoniare la commistione tra suoni del futuro e strumenti primitivi.

Carta n.77 – “Fra il nulla e qualcosa di più”

Nel 1982 esce l’ultimo lavoro della sua personalissima quadrilogia, il migliore (secondo Monacò), “Ambient 4: On Land”, un album oscuro, fatto di molti suoni tenebrosi, alcuni vicini, altri lontani e appena percepibili: “Alcuni singoli suoni erano rumori molto ordinari, sensibilmente rallentati… sonorità improvvisate: un posacenere urtato da una matita, una cannuccia soffiata in un bicchiere pieno d’acqua… ho rallentato il tutto e tutto si è trasformato in qualcosa di nuovo”. L’esperienza dell’ascolto non è facile, ci si trasforma da normali ascoltatori in spettatori. Prendono forma immagini che vengono direttamente dalla notte, “da una notte strana, fatta di bruma, minacciosa e triste”. Per questa esperienza Brian Eno suggerisce anche di manomettere l’impianto audio per creare una specie di quadrifonia artigianale con l’aggiunta di una cassa da situare alle spalle di una terza collegata alle due principali tramite i due poli positivi di queste ultime due: l’effetto ottenuto è l’elisione di alcuni suoni comuni che vengono diffusi dalla sola cassa centrale, rendendo più ampio il raggio di ascolto e la fonte d’origine meno definita. Nel film “Shutter Island” (2010) di Martin Scorsese (il più cupo e gotico della straordinaria carriera del regista italoamericano) vengono utilizzati in modo geniale due brani di “On Land”, “Lizard Point” e “The Lost Day” e ne fuoriesce così tutto il potenziale da incubo creato da Eno. Meraviglioso e incredibilmente malinconico il brano che chiude l’LP, “Dunwich Beach, Autumn, 1960”.

Carta n.54 – “Ricordati di quelle dolci serate”

Con “Apollo: Atmospheres & Soundtracks” (1983), realizzato con la collaborazione di Daniel Lanois, Eno apre le porte della sua musica allo spazio infinito. Mentre i primi brani risentono ancora del dark ambient dell’album precedente, nel resto del disco l’artista inglese comincia a far gocciolare suoni e note direttamente sull’ipotetica tela che l’ascoltatore sta “guardando” durante l’ascolto. Sorprendenti quattro pezzi (“Silver Morning”, “Deep Blue Day”, “Weightless” e “Always Returning”), che sembrano inaugurare un genere mai ascoltato prima, una specie di country spaziale, un po’ come se una band Tex-Mex suonasse in una stazione orbitante attorno ai “bastioni di Orione”.

Carta n.29 – “Cambia il ruolo degli strumenti”

1993, il nostro musicista/non musicista pubblica un album che lui stesso non considera musica: “All’inizio non avevo mai pensato di pubblicare quel materiale. Lo avevo concepito solamente come uno studio. Notai che lo mettevo spesso sul piatto mentre scrivevo o leggevo. Non l’ho mai veramente considerata musica. Pensavo creasse un ambiente accogliente in cui pensare”. Definisce così “Neroli”, thinking music, ed effettivamente non trovo altra valenza in questo lavoro.
Degno di nota è sicuramente un progetto che risponde al nome di Passengers, un super gruppo allargato, tra U2 (si proprio la band di Bono Vox e The Edge), Luciano Pavarotti, il produttore e musicista Howie B, Holi e lo stesso Brian Eno. Il titolo è “Passengers: Original Soundtracks 1” (1995) e se qualche fan degli U2 è rimasto deluso, certo non lo è rimasto chi ama Eno. I suoni sono a dir poco pazzeschi, con una ritmica davvero fuori dal comune. La voce di Bono, poi, sul “tappeto sonoro” creato e preparato magistralmente da Brian, ne rende assolutamente imperdibile l’ascolto (“Your Blue Room” su tutte). Segnalo anche la famosa “Miss Sarajevo” con il duetto fra il timbro sofferto e dolce di Bono e quello inimitabile del tenore italiano Luciano Pavarotti; una canzone pop molto bella, dai suoni davvero inconsueti per un successo da alta classifica.

Carta n.74 – “Ricorri ad una vecchia idea”

Si alternano negli anni numerosissime collaborazioni e soprattutto una serie di lavori composti quali “colonne sonore” di mostre pittoriche o installazioni artistiche, per poi arrivare a “Another Day On Earth” (2005) che segna il ritorno di Brian Eno come cantante dopo ben 20 anni. Ovviamente il disco è di più facile ascolto, proprio per la struttura dei brani, che tornano ad essere – anche se non tutti – canzoni. E’ inutile parlare dei suoni, che sono davvero fuori dal comune. In “And Then So Clear”, la voce dell’artista britannico è filtrata attraverso chissà quale marchingegno. C’è spazio anche per un piano giocattolo (“How Many Worlds”) ed un beat elettronico davvero piacevole in “Just Another Day”, dalle parti di Moby.
Nel 2010 il nostro torna alla musica più elettronica e trascendente: “Small Craft On A Milk Sea” è un contenitore di suoni che tornano a fluttuare nello spazio, un po’ come avvenuto in “Apollo”. Non mancano i brani più duri e quasi techno trance che nell’economia dell’album non guastano, riuscendo a garantire ogni tanto un cambio di passo della fluttuazione dei suoni.
Il successivo LP, pubblicato a quattro mani con Rick Holland, “Drums Between The Bells” (2011), è un lavoro diverso per molti aspetti, in quanto la voce dello stesso Holland è integrata all’interno dei suoni “progettati”, “creati” da Eno. Un disco cupo e duro che evidenzia un’ossessione: le campane. Infatti Eno ha compiuto molti studi sulla fisica del suono della campane (vedi lo sperimentale “January 07003: Bell Studies For The Clock Of The Long Now” del 2003) e questo è l’album di canzoni “vere” dedicato a questo studio.

Carta n.61 – “Non infrangete il silenzio”

L’ultimo suo lavoro in studio da solista, ad oggi, è “Lux” (2012), che fa tornare la mente alla non-musica ascoltata in vari lavori passati. La presenza di un pianoforte “preparato” il cui suono è affogato in una massiccia presenza di echi e ridondanze sonore, lasciano fluttuare l’ascolto come nei dischi ambient pubblicati negli anni passati.

Termina qui l’excursus davvero molto parziale della sterminata produzione musicale di Brian Eno, corredata da numerosissime collaborazioni sia in qualità di compositore, che di arrangiatore e produttore. L’unico consiglio che posso dare è quello di approfondire la conoscenza di questo visionario dei nostri tempi. Io ho capito con l’ascolto che anche le visioni possono essere frutto di un processo creativo ben definito. Forse c’è bisogno soltanto di guardare le cose da una prospettiva diversa.
O basta avere un mazzo di carte.

Bartolomeo Perrotta

Il Pensiero Laterale Di Brian Eno

Brian Eno