“Le mani non sono vere, non sono reali… sono misteri che abitano la nostra vita… A volte, quando fisso le mie mani, ho paura di Dio… Non c’è vento che faccia tremare quelle candele, eppure esse si muovono, guardate; si muovono… da che parte si inclinano?… Che pena se qualcuno mi rispondesse!… Sento il desiderio di ascoltare musiche esotiche suonate in palazzi d’altri continenti… lo sento nel profondo dell’anima. Forse perché, quand’ero bambina, correvo dietro alle onde in riva al mare. Presi la vita per mano, tra le rocce, con la bassa marea, quando il mare sembra aver incrociato le braccia sul petto ed essersi addormentato perché più nessuno possa vederlo…”

Fernando Pessoa (1888-1935)

Nella risacca m’abbandono anch’io, udendo questi gemiti, inconsistenti e ipnotici, che risucchiano la vita tra le onde del sogno, lasciandoci persi nella contemplazione; questo fraseggio da chiaro di luna non concede scampo: non ci resta che fluttuare. Oscillare effimeri sulla linea mai definita che separa la realtà dall’immaginazione. La realtà è plasmata dall’immaginazione, l’immaginazione è plasmata nel reale. La realtà può essere sogno o scuro grigiore. L’immaginazione può essere realtà o sogno, destinato a dissolversi, con le prime luci del mattino. Così come lei, così Fernando Pessoa, così le sue protagoniste: tre vegliatrici, un corpo di donna esanime, ed una finestra. Tutto ciò che si sviluppa è sogno, è realtà, è ombra o pensieri d’altre vite; solo una cosa è certa, o meglio, si lascia intuire: la luce dissolverà sia le ombre che le vite, e la fitta trama di sogno, generata dal sogno lucido di Pessoa, svanirà all’alba nello stridere d’una carrozza che intercede tra il calamaio dello scrittore e la sua penna d’oca. Dall’unica finestra della stanza minuscola, inizia a filtrare della luce. Pessoa è stanco, e s’addormenta sul suo scrittoio intarsiato. Sogna di star sognando tre vegliatrici che sognano un marinaio.
Il Marinaio” (1915) è un gioco d’incastri in cui la realtà si inizia ad intravedere con la luce del giorno, ma la chiarezza, durante quello che lui stesso definì “un dramma statico” è spesso foschia.
Pessoa qui è un meraviglioso pittore, che dipinge paesaggi di una bellezza sconvolgente, dai colori sgargianti e surreali. Viola terra onirica, verde cielo e sol d’arancio.
Posata che sia l’ultima pennellata, il quadro svanisce, e il pittore dimentica il quadro che aveva dipinto e ne inizia un altro con egual minuzia, dove già si intravede la bellezza magniloquente, che stordirà il lettore. Le figure appaiono davanti ai nostri occhi come arte figurativa, e svaniscono come sequenze, lasciando profonde impronte nell’animo.
La pittura è poesia senza parola, “Il Marinaio” è pittura della parola. Una parola che rincorre esasperata la catena dei significati senza mai raggiungere alcun fine, una parola che giunge a sé stessa e lascia nel cuore la vacuità, offuscando gli occhi per la sua evanescenza. Parola che brilla e illumina, parola che scuote e pervade, le pagine si susseguono e nulla realmente accade, solo figure pure, timorose del passato e ambigue nella loro perplessità esistenziale. Le vegliatrici non sanno d’esistere, e non esistono, ma esistono le loro voci che rintoccano nella stanza chiusa, nel buio perplesso di candele e scenografie senz’anima narrativa. L’ambientazione è senza dubbio sur-reale. Praticamente non succede nulla; solo voci di sottofondo percuotono la nudità della veglia, infiggendo chiodi sanguinanti nell’eternità, nell’Aion, giacché il tempo in quanto Kronos, nelle sue dimensioni di passato-presente e futuro è sovvertito, senza gerarchia né linearità.

L’unica realtà rimane il monile-oggetto che si tiene tra le dita, leggero come una nebbia di arcobaleni, che si sfoglia e divora con la mente, lasciandosi trainare dalle onde, dal marinaio che ci accompagna docile verso la terra estrema del non esistente, cosicché la chiusura di questo libro lascia un’amara consapevolezza: la luce del giorno, trascina noi nel buio, nuovamente, della realtà.

Giacomo Grignetti

Fernando Pessoa

Fernando Pessoa