Di Robert Wiene

Scritto da: HANS JANOWITZ, CARL MAYER
Musiche di: ALFREDO ANTONINI, TIMOTHY BROCK
Montaggio di: ROBERT WIENE
Fotografia di: WILLY HAMEISTER
con:
WERNER KRAUSS
CONRAD VEIDT
LIL DAGOVER
FRIEDRICH FEHER
HANS HEINRICH VON TWARDOWSKI
RUDOLF KLEIN-ROGGE
RUDOLF LETTINGER
LUDWIG REX
ELSA WAGNER
HANS LANSER-RUDOLF
HENRI PETERS-ARNOLDS
HARRY FROBOESS
ROCHUS GLIESE
WALTER REIMANN
HERMANN WARM
WALTER ROHRIG
ROBERT WIENE
Produzione: RUDOLF MEINERT, ERICH POMMER
Durata: 77’      Anno: 1920
Titolo Originale: DAS CABINET DES DR. CALIGARI (Monacò)

 

IL GABINETTO DEL DOTTOR CALIGARI

“Bisogna definire semplicemente demoniaco quel comportamento enigmatico verso la realtà, verso quel tutto solido e chiuso che il mondo presenta. L’uomo tedesco è l’uomo demoniaco per eccellenza. Demoniaco sembra veramente l’abisso che non si può colmare, la nostalgia che non si può placare, la sete che non si può estinguere…”

Leopold Ziegler (1881-1958)

Apri gli occhi. Devi diventare Caligari. Devi diventare Caligari. Devi diventare Caligari… Amburgo, una notte scura di ottobre del 1913 il giovane sceneggiatore cecoslovacco Hans Janowitz, con lo sguardo impegnato a censire le sfumature della vita, vagava per una fiera alla ricerca di una bellissima ragazza che lo aveva colpito innescando fantasie lussuriose. I padiglioni che attraversava per la sua caccia occupavano anche il Reeperbahn, quartiere di solito affollato da marinai di passaggio, vantandosi di essere uno dei luoghi di piacere più conosciuti al mondo. Cercando la fata (sperava) disponibile, il giovane artista si imbatté in una risata proveniente da un buio parco sotto il severo sguardo di Otto Von Bismarck imprigionato nel gigantesco monumento realizzato da Hugo Lederer. La risata, al femminile, secondo il sensitivo Janowitz apparteneva alla gentil donzella, ma aveva probabilmente come unico scopo quello di attirare un altro libidinoso giovane nella boscaglia. Lui però decise di restare nei paraggi. Dopo qualche tempo, all’andarsene dello sconosciuto e soddisfatto giovanotto finito in “trappola” Janowitz, spettatore della vicenda, vide un’altra ombra sbucare all’improvviso dai cespugli e seguire quella risata che si andava via via estinguendo. Allorché lo sceneggiatore si mosse per avvicinarsi all’ombra e ne riuscì a distinguere solo parte dei lineamenti, che parevano anonimi come quelli di un borghese qualunque. Poi l’oscurità si riprese l’ombra che scomparve tra i cespugli. L’inseguimento era terminato. Il mattino dopo i giornali locali annunciavano: “ORRIBILE DELITTO SESSUALE A HOLSTENWALL! LA GIOVANE GERTRUDE *** ASSASSINATA”. Per Janowitz Gertrude *** era senza dubbio alcuno la bellissima ragazza da lui inseguita la sera precedente, strappata a morsi dalla vita. Decise quindi di recarsi al suo funerale. Durante la cerimonia funebre gli parve di scorgere l’assassino, ancora a piede libero. Anche l’uomo misterioso, l’ombra, si accorse di Janowitz: era il borghese della notte precedente. L’azione resterà ad eterna memoria. Carl Mayer, autore assieme a Janowitz di “Caligari”, nacque a Graz, capoluogo di provincia austriaco, e fu sbattuto giovanissimo fuori casa dal padre a causa dei pesantissimi debiti di gioco che il genitore un tempo benestante si impegnò ad accumulare in pochissimo tempo; figura tragica quella del padre di Carl, che dopo averlo cacciato insieme ai suoi tre fratelli, pensò bene di togliersi pure la vita. I debiti rimasero. Il giovane Mayer quindi si vide costretto a sopravvivere da sbandato, a mantenere i suoi tre fratellini e a scagliare la sua sfida al destino. Iniziò girando per l’Austria prima vendendo barometri, poi cantando nei cori e facendo saltuariamente la comparsa in piccoli teatrini di provincia. Venne infine la guerra, e in un primo momento si guadagnò da vivere nei caffè di Monaco schizzando su cartoline ritratti di Paul Von Hindenburg. Visto che tutto quello che aveva passato poteva avergli macerato la mente, il povero Mayer dovette anche subire diversi esami sulle sue condizioni psicologiche, arrivando a sprofondare nelle tenebre e di conseguenza ad odiare lo psichiatra militare d’alto rango che si occupò del suo caso. Come cantava John Cale: “Una Falena e una Candela si incontrarono. Decisero di diventare amici”. A guerra finita Janowitz, che per tutta la durata del conflitto era stato ufficiale di fanteria, si stabilì a Berlino, dove, in una bella sera chiara e luminosa, incontrò casualmente Mayer. In una situazione prevedibile come la fine di un romanzo d’amore ben presto i due scoprirono di condividere le stesse idee e le stesse passioni. Janowitz e Mayer fuggendo la vita reale e inseguendo sogni spaventosi presero a vagare di notte, di solito nei pressi della chiassosa fiera in via Kantstraße, e, come è proprio degli appassionati, dilungandosi in interminabili discussioni sulle avventure a Holstenwall del primo e sul duello mentale con lo psichiatra del secondo. Durante una delle loro lunghe passeggiate notturne Mayer venne attratto da un’insegna di un baraccone: “Uomo e Macchina”. Pensieri. Le macchine filtrano la sensibilità. Le macchine danno un senso di onnipotenza. Portò così l’amico ad assistere allo spettacolo di un uomo enorme e in apparente stato di incoscienza che dava prova della sua incredibile forza fisica accompagnandola con enfatiche esclamazioni che sembravano in quel momento ricche di significato. Ecco lo strumento per veicolare le idee. Il trucco è nelle menti veloci – che come mani esperte ad un tavolo da poker fanno comparire carte indispensabili –, quei cervelli che uniscono le esperienze e creano visioni. Un oscuro omicidio, un duello mentale, la misteriosa figura del forzuto. Il soggetto originale di “Caligari” era nato. Il seme era stato gettato. La soluzione per il nome arrivò anch’essa: venne dal volume “Lettere Sconosciute” di Stendhal, dove si leggeva che l’autore, appena tornato da una battaglia, aveva conosciuto alla Scala di Milano un ufficiale di nome Caligari (più giù spiego nel dettaglio).

Il Gabinetto Del Dottor Caligari”: Germania del Nord, Holstenwall, intorno al 1830. Un dottore demoniaco si dirige dritto verso la macchina da presa, all’istante il suo viso si gonfia diabolicamente. Una minaccia sfumata da un mascherino a forma di finestra. Un imbonitore da fiera dall’aspetto rude, che non si illumina mai di un sorriso si è identificato con un ipnotizzatore del ‘700 e spinge un sonnambulo a compiere azioni delittuose. Non somigliano ad uomini, bensì a creature infernali. Ma forse il tutto è solo l’allucinazione dell’ospite di un manicomio, di un folle nel pieno del delirio (quando tutte le barriere innalzate durante la lucidità si abbassano come ponti levatoi su un profondo fossato). Passando in rassegna la storia del cinema, Robert Wiene ha realizzato l’opera espressionista per eccellenza, chiave di volta, capostipite del fantastico e dell’horror e primo esempio di film psicologico. Dopo una breve conversazione generica la regia di “Caligari” passa dalle mani del famoso Fritz Lang (impegnato a dirigere “I Ragni”) a quelle del poco conosciuto Wiene, che in seguito mai manterrà le promesse del suo incredibile esordio. Wiene (che non era del tutto impreparato ad affrontate “Caligari” per via di un padre diventato squilibrato) rende la pellicola bizzarra, teatrale e magica, sovraccarica la realtà, stilizza la realtà, conferma un’idea controversa del mondo, pieno di angoli neri che assorbono l’energia delle figure che vi transitano e trasformano la materia in oscurità; le cronache dell’epoca parlarono di un film che apparve eccessivo al pubblico senza nessuna spiegazione. Incompreso come solo i capolavori sanno essere “Caligari” fonde la morbosità e l’esaltazione assoluta dell’Espressionismo con le fantasie romantiche di E.T.A. Hoffmann e Joseph Freiherr Von Eichendorff. Innovativa e piena di evocazioni funebri la fotografia di Willy Hameister, che in origine era virata in verde, bruno e blu. Fatuo e dissennato il concetto di scenografia che doveva giustificare la visione di un folle attraverso drappeggi gremiti di forme appuntite e frastagliate figlie di moduli gotici (opera di tre pittori espressionisti affiliati al gruppo “Sturm”, Hermann Warm – che dichiarò: “L’immagine cinematografica deve diventare un’incisione” –, Walter Reimann e Walter Rohrig – che si alimentano grazie alle leggende primitive tedesche ricche di oggetti animati a tal punto da arrivare ad avere una vita attiva e qualità proprie degli esseri umani), una sorta di esperimento dal significato metafisico, un luogo autonomo fuori dal mondo ordinario: gli ufficiali sono appollaiati su altissimi sgabelli (situazione questa che va a sottolineare visivamente la superiorità psicologica o sociale di alcuni personaggi, collocati a livelli diversi in modo da rendere concreta la distanza che li separa dagli altri, facendo propria con le immagini la lezione dello scrittore Franz Kafka e il suo attacco contro gli oscuri e inafferrabili burocrati), le ombre sono dipinte direttamente sui muri e sui volti degli attori/fantasmi che abitano i sinistri spazi, e ancora alberi piatti, strade a zigzag, oblique, che convergono verso un fondo oscuro, antri immersi nella penombra, finestre inaccessibili, cubi sbilenchi di case scalcinate alle quali si può accedere solo attraverso porte cuneiformi che con le loro zone nere bloccano inesorabilmente la luce, salite brusche e pendii scoscesi, tutte le forme e i paesaggi hanno contorni sghembi, le prospettive deformate, i fondali sono irreali e in contrasto con gli arredamenti perfettamente borghesi, e le interpretazioni degli attori sono assolutamente ipnotiche fino all’isteria. Werner Krauss è la follia in persona, il suo Dottor Caligari, una sorta di Dittatore, è sinistro, ciarlatano, mesmerista, morbosamente attratto dall’ipnotismo, burattinaio di una serie di misteriosi omicidi e personificazione dell’autorità illimitata che per soddisfare la propria fame di dominio è disposta a passare sopra ogni essere umano. La cosa che forse in pochi sanno è che nelle scene finali, quando Francis (Friedrich Feher) legge insieme ai dottori del manicomio il diario di Caligari si fa riferimento all’Italia, per una sorta di rivalsa: allo scoppio della Grande Guerra, lo Stivale violò gli accordi della Triplice Alleanza con la Germania dichiarando la propria neutralità. Ecco la cornice storica: in realtà, il Dottor Caligari altri non è che Giuseppe Calligaris, scienziato italiano che si dedicava ad esperimenti di ipnosi e di trasmissione del pensiero, all’epoca ritenuti poco ortodossi, per dimostrare che ogni zona del corpo ha corrispondenza diretta con una o più zone limitrofe, utilizzando la stimolazione tattile. Lil Dagover è la dolce Jane Olsen e a Feher è assegnato il compito di narrare tutta la storia, ambientata in una sorta di dipinto abilmente realizzato dai due sceneggiatori Janowitz e Mayer (la vicenda, come scritto all’inizio, è autobiografica e i due autori in un primo momento la sottoposero al visionario disegnatore e incisore Alfred Kubin per far si che venisse da lui adattata “scenograficamente” ispirandosi alle sue meravigliose opere demoniache e alle sue visioni tormentose). Cesare, un manichino a cui il suo burattinaio sta facendo indossare la propria maschera, è un personaggio dal fascino straordinario (che arriverà a preannunciare a un uomo felice che non rivedrà più la luce del sole) ed è interpretato dall’inquietante Conrad Veidt, attore oggi dimenticato ma dalla tecnica sublime e modernissima; il suo sonnambulo arreca e subisce dolore senza motivo né logica, maligno e angosciato insegue le ombre in uno specchio deformato ma non necessariamente reale; indimenticabile quando avanza strisciando lungo un muro come se dal muro stesso fosse stato concepito. “Il Gabinetto Del Dottor Caligari” si veste dell’arte più bella e colta: Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938), le cui pitture e sculture riflettono il mondo malato della pellicola, le influenze letterarie di Robert Louis Stevenson e del suo “Lo Strano Caso Del Dottor Jekyll E Del Signor Hyde” e di Henri-Marie Beyle Stendhal, “Lettere Sconosciute”. Echi e riverberi da Edgar Allan Poe e Achim Von Arnim, e ancora, sperimentazioni pittoriche che omaggiano e rendono vivo “L’Urlo” di Edvard Munch o le architetture del pittore Lyonel Feininger e le scenografie sognate dal futurista Enrico Prampolini. L’importanza di “Caligari” però non si ferma qui e regala lampi di stile a quello che sarà il cinema del futuro (avendo forse un solo padre: quel Max Reinhardt – regista e attore – che fece un esperimento a teatro nella sua messa in scena del dramma “Il Mendicante” di Reinhard Sorge nel quale egli sostituì alla scenografia classica scenari immaginari creati con luce e ombre): “Il Golem” (1920) di Paul Wegener, “Il Carretto Fantasma” (1921) di Victor Sjöström, “La Stregoneria Attraverso I Secoli” (1922) di Benjamin Christensen, “Nosferatu” (1922) di Friedrich Wilhelm Murnau, “Il Dottor Mabuse” (1922) e “M, Il Mostro Di Düsseldorf” (1931) di Fritz Lang, “Il Gabinetto Delle Figure Di Cera” (1924) e “L’Uomo Che Ride” (1928) di Paul Leni, “La Caduta Della Casa Usher” (1928) di Jean Epstein, “Dracula” (1931) di Tod Browning e “Frankenstein” (1931) di James Whale, capostipiti di tutto l’horror moderno, “Freaks” (1932) di Browning, “Il Testamento Del Dr. Mabuse” (1933) ancora di Lang, “Amore Folle” (1935) di Karl Freund, le pellicole col sommo Lon Chaney, l’Alfred Hitchcock de “Il Pensionante” (1927) e alcune sue “vertigini” e “ossessioni”, fino ad arrivare a Roman Polanski e al genio dark malinconico e romantico di Tim Burton, che deve molto del suo stile al film di Robert Wiene. Ma ritorniamo indietro nel tempo. Sono gli anni della Repubblica di Weimar e la prima pellicola di culto della storia del cinema è figlia di un’atmosfera inquieta e mutevole, un mondo dominato dal caos, dalla paura e dalla incomunicabilità, dove le parole sono fraintese e appiccicose come vischio… “Caligari”, con le sue strutture distorte, le forme allungate, le vie labirintiche (stilizzazioni espressionistiche che, è bene ricordarlo, non hanno fini decorativi ma di disagio) e quel senso di angoscia, rimane una delle manifestazioni più affascinanti ed estreme di questo cupo periodo della vita e del cinema tedesco. Una favola nera. Muta. Avanguardia allo stato puro. Un vortice di lucida follia. “Il Gabinetto Del Dottor Caligari” in sei atti riesce a raccontare l’oblio psichico, la geometria emotiva di un paese. La sera del 2 marzo del 1920 il regista tedesco di origini polacche Wiene presenta il suo film a Berlino, fu la prima vera rivoluzione per la settima arte. Un’opera dove l’architettura e la scenografia esprimevano l’animo umano, emanazione della luce e riflesso del buio. Fu sconvolgente. I ricordi si attorcigliano agli eventi: sei anni dopo l’uscita del film, Janowitz, durante una vacanza a Parigi, passò a trovare il Conte Étienne Bonnin de la Bonninière de Beaumont nella sua antica residenza. L’aristocratico, seduto tra i quadri di Picasso e i mobili di Luigi XVI espresse tutta la sua ammirazione per “Caligari” definendolo: “Affascinante e astruso come l’animo tedesco”. Poi aggiunse: “L’animo francese ha parlato oltre un secolo fa, durante la Rivoluzione, e allora voi avete taciuto… ora attendiamo ciò che avete da comunicare a noi e al mondo…”. La Germania comunicò quello che aveva da dire poco tempo dopo, per voce di un solo piccolo uomo, venuto da un abisso profondo come la morte, della quale sarebbe diventato uno dei migliori alleati, e avrebbe fatto piangere il mondo… il suo nome era Adolf Hitler. Chiudi gli occhi.

“Che mi importa della mia ombra! Mi corra pure dietro! Io – le scapperò via… ma, avevo appena guardato nello specchio, che dovetti gridare, e il mio cuore era sconvolto: bensì in esso non vidi me stesso, ma il ghigno deforme di un demonio.”

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Monacò

Il Gabinetto Del Dottor Caligari (1920) - Robert Wiene

Conrad Veidt, Werner Krauss – Das Cabinet Des Dr. Caligari (1920)