Con la fine degli anni Ottanta si conclude l’epoca del fumetto di qualità, di stile tradizionale o sperimentale e tutto il mercato viene monopolizzato dal fumetto di massa, che ha avviato un forte rinnovamento di temi e di stili, acquisendo dei caratteri propri di quello delle riviste e dei libri: dal “Tex” degli esordi, con trame lineari e disegni piuttosto semplici – pur se negli anni rivisitato – o di un “Diabolik”, si è infatti passati a trame e stili figurativi più complessi e ricercati, arricchiti da una documentazione sempre più rigorosa, con titoli come “Martin Mystère”, “Il Detective dell’Impossibile” e “Dylan Dog”, “l’Indagatore dell’Incubo”.
Protagonista assoluta di questo periodo è quindi la Sergio Bonelli Editore con tre novità editoriali destinate a fare epoca e numeri da capogiro: oltre i già citati “Martin Mystère” (1982) di Alfredo Castelli (testi) e Giancarlo Alessandrini (disegni) e “Dylan Dog” (1986) di Tiziano Sclavi vi è il giallo/poliziesco “Nick Raider” (1988) di Claudio Nizzi. Martin Jacques Mystère è un professore, antropologo, archeologo, collezionista e instancabile viaggiatore. Vive a New York, in un appartamento pieno zeppo di libri e oggetti curiosi, ubicato al numero 3 di Washington Mews e si occupa di fatti apparentemente impossibili che la “scienza ufficiale” rinnega sistematicamente. E’ accompagnato dal fedele assistente Java (un autentico Uomo di Neanderthal) e dalla compagna di una vita (poi diventata in gran segreto sua moglie) Diana Lombard. Una curiosità legata a questo personaggio è la conoscenza che si ha della sua data di nascita (26 giugno 1942), fatto insolito per i comics, inoltre “Martin Mystère” è considerato, a ragione, il primo fumetto a distaccarsi dalle serie classiche fino a quel momento pubblicate dalla Bonelli (“Tex”, “Mister No”, “Zagor”) aprendo la strada a tematiche ed ambientazioni contemporanee e unendo il cosiddetto fumetto d’autore col fumetto seriale/popolare.
“Dylan Dog” è forse in Italia il personaggio che ha meno bisogno di presentazioni e, dopo “Tex”, il più conosciuto al mondo. Nato dalla fantasia e dalla sensibilità del romanziere Tiziano Sclavi (che in una delle rarissime interviste, a proposito di una ormai storica domanda sulla sua creatura e su quanto ci fosse di lui in Dylan o Groucho, ha risposto: “Non sono né l’uno né l’altro, io sono i mostri”), l’Indagatore dell’Incubo è riuscito ad imporsi con forza nell’immaginario collettivo, diventando una vera e propria icona, un fenomeno di costume, un modello per i giovani e i meno giovani dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi (tra inediti e ristampe è arrivato a raggiungere il milione di copie vendute in un mese). La storia: Dylan vive nella Londra contemporanea, è un detective privato un po’ particolare, non cerca mariti o mogli infedeli, non scatta fotografie, non fuma e non beve. Dylan si occupa di zombi, licantropi, vampiri, streghe, fantasmi, demoni, poltergeist, serial killer e, molto spesso, anche di orrori quotidiani celati da una normale giornata lavorativa di anonimi signori in bombetta. Ha un assistente, Groucho (sosia dell’attore comico Groucho Marx) e un grandissimo amico/padre nell’Ispettore Bloch di Scotland Yard (recentemente “mandato in pensione” – ma sempre presente nel fumetto – dal nuovo curatore di Dylan Roberto Recchioni). Le sue storie sono ricchissime di riferimenti cinematografici e letterari, e, almeno per tutto il primo corso, di poesia e malinconia. Fatto inedito e non trascurabile è come “Dylan Dog”, un fumetto a larga diffusione popolare, sia riuscito ad affermarsi anche come fumetto d’autore, venendo osannato dalla critica e dagli intellettuali più famosi; hanno speso fiumi di inchiostro per tesserne le lodi, tra gli altri, Umberto Eco, Carlo Lucarelli, Corrado Augias e altre eminenti figure della letteratura e dell’accademia italiana.
Creato da Claudio Nizzi, “Nick Raider” è un poliziotto della Squadra Omicidi di New York, una città rappresentata con crudo realismo e grande verosimiglianza. Nick, quasi sempre affiancato dal suo compagno nero Marvin Brown, per quanto sia un duro, non è mai violento e si muove sempre nel rispetto delle leggi in una giungla urbana che di legale ha ben poco in quello che a ragione è stato definito il miglior fumetto giallo-poliziesco in Italia.
Dopo gli anni Ottanta, al di là della produzione di massa dei pochi colossi editoriali, vi saranno uscite di grande interesse dirette alla sperimentazione; quasi tutte però appaiono incapaci di allargare un mercato per questo tipo di prodotti che è sempre più ristretto, rispetto ai favolosi anni Sessanta, Settanta e Ottanta, e meno ricettivo verso sperimentazioni e innovazioni.
Negli anni Novanta, e più precisamente nel 1991, fa il suo esordio nelle edicole la prima serie a fumetti fantascientifica targata Sergio Bonelli, “Nathan Never”. Nato dalla creatività della cosiddetta banda dei tre sardi (Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna) Nathan è un malinconico Agente Speciale Alfa del futuro (ispirato a Rick Deckard, il protagonista del film “Blade Runner”) che si muove in un cupo scenario urbano di una megalopoli tecnologica di acciaio e cemento, sviluppata su più livelli e popolata da mutanti, spacciatori di psico-droghe, criminali e potenti multinazionali dagli scopi oscuri. Nathan nelle sue missioni è aiutato, tra gli altri, dal genio dei computer polacco Sigmund Baginov e dalla prima Agente Alfa, Legs Weaver, modellata sull’attrice Sigourney Weaver, la protagonista della saga di “Alien”.
Gli anni Novanta sono anche il periodo in cui nelle edicole vi si può trovare la più alta proposta di bonellidi (cioè albi a fumetti prodotti nello storico formato “bonelliano” composti da circa 96 pagine) di qualità mai pubblicata fino a quel momento. Tra i tantissimi è d’obbligo citare “Full Moon Project”, “Lazarus Ledd”, “Dagon”, “Hammer” e “Samuel Sand”. A farla da padrone in questa spartizione del mercato fumettistico è la Star Comics, forte della produzione dell’ottimo “Lazarus Ledd” (ideato dal vulcanico Ade Capone, purtroppo recentemente scomparso) e della saga Sci-Fi “Hammer” (conclusasi dopo soli 13 numeri), che ha portato i suoi creatori (Majo, Gigi Simeoni, Giancarlo Olivares, Stefano Vietti) a trasferirsi in massa alla Sergio Bonelli Editore.
E’ sempre la Bonelli che chiude in grande questo decennio, con il varo di personaggi in miracoloso equilibrio tra fumetto d’autore e popolare: “Magico Vento”, colto western-horror di Gianfranco Manfredi; “Napoleone”, noir del grande disegnatore/sceneggiatore Carlo Ambrosini; “Brendon”, cavaliere di ventura che si muove in un timburtoniano scenario post-apocalittico uscito dalla fantasia di Claudio Chiaverotti; “Julia”, la criminologa partorita dal papà di “Ken Parker” Giancarlo Berardi.
Dagli anni Duemila ad oggi la produzione del fumetto è influenzata e trasformata dalla crisi economica. I comics hanno vita più breve e in molti casi i personaggi sono concepiti per avere una storia editoriale corta o comunque prestabilita. Nascono le miniserie e continuano ad uscire alcuni bonellidi di ottima qualità come la miniserie della Star Comics “Dr. Morgue”; i due migliori personaggi sono editi dall’Eura (poi Aurea) Editoriale: “John Doe” e “Detective Dante” entrambi ideati dal duo Lorenzo Bartoli (anch’egli recentemente scomparso) e Roberto Recchioni.            
A questa nuova regola fa eccezione l’ultimo arrivato in casa Bonelli, quel “Dampyr” tutt’ora pubblicato con discreto successo, ideato da Mauro Boselli e Maurizio Colombo.
Il “Dampyr” è Harlan Draka, cresciuto perseguitato dalla brutta fama di essere figlio del diavolo o di una strega. Draka è in realtà figlio di un Maestro della Notte (un supervampiro) e di una donna umana. Il suo sangue è veleno per i vampiri e perciò decide di dedicare la sua vita alla distruzione di questi mostri in giro per il mondo. Si avvarrà dell’aiuto di Emil Kurjak, un ex soldato mercenario e della vampira rinnegata Tesla Dubcek.
Tra le miniserie spiccano quelle della Bonelli “Volto Nascosto” e “Shanghai Devil” (entrambe con lo stesso protagonista) di Gianfranco Manfredi; “Jan Dix” (qualitativamente la migliore) di Carlo Ambrosini; “Caravan” di Michele Medda; “Greystorm” di Antonio Serra; “Cassidy” di Pasquale Ruju; “Saguaro” di Bruno Enna; “Orfani” (la prima miniserie Bonelli concepita interamente a colori) di Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari e “Lukas” ancora di Medda e Michele Benevento. A chiusura vale la pena citare due nuove uscite Bonelli: la nuova collana “Le Storie”, ha la particolarità di non avere un protagonista principale; ogni episodio è infatti autoconclusivo e tratta una vicenda che termina con la fine dell’albo (anche se in qualche caso ci sono stati e ci saranno dei sequel). Vengono affrontati i generi più disparati e gli autori scelti per questo progetto sono un giusto compromesso tra artisti affermati e giovani promesse. Le magnifiche copertine sono frutto dell’arte del veterano Aldo Di Gennaro. La seconda e ultima uscita è il fumetto di genere avventuroso “Adam Wild” di Gianfranco Manfredi. Adam è un esploratore scozzese, membro della Royal Geographical Society di Londra, che combatte ogni forma di schiavitù nell’Africa Nera della fine del XIX secolo. “Adam Wild”, fumetto che si avvale di un eccellente gruppo di disegnatori internazionali, è anche l’ultimo, ad oggi, ad avvalersi di grande fortuna presso la critica italiana coeva.
Il futuro di questa splendida e troppo a lungo bistrattata forma d’arte è quanto mai indecifrabile… non si può predire cosa ci sia all’orizzonte per le nuvole parlanti; ma la passione e il talento con il quale questi artisti affrontano ogni giorno il destino per regalare sogni, è la garanzia che ci sprona ad accompagnarli lungo il cammino dell’avventura.

Mariangela Rado


SCENEGGIATORI E DISEGNATORI: TESTIMONIANZE SULLO STATO DI SALUTE DEL FUMETTO ITALIANO OGGI

FABIANO AMBU (1972) Disegnatore:
(“L’Insonne”, “Nemrod”, “Dampyr”)

Il quadro generale non è roseo, ma ciò non è dovuto a quel pessimismo che ci portiamo dietro dagli anni Novanta, è una crisi creativa, propositiva ed editoriale, che va oltre il mondo fumetto ma si spinge a tutto quello che è cultura nazionale. Non siamo più la patria dell’Arte, questo lo si può notare visitando le manifestazioni e le gallerie italiane; ormai riproponiamo gusti e correnti che provengono d’Oltralpe, vittime di un’esterofilia e di un disinnamoramento nazionale. Io sono tutt’altro che nazionalista, ma l’idea che arte, cultura ed in questo caso il fumetto siano vittime di una conquista dettata da marketing e moda non riesco ad accettarlo, malgrado viva involontariamente quest’arresa forzata alle influenze estere, spero sempre in una reazione. Il fumetto italiano è variegato, ci sono sicuramente talenti ed idee, il problema è chi vincola questi talenti, anzi chi non li vincola, perché l’assenza di chi scommette sulle nuove idee è palese. La crisi economica, uno Stato che non investe in cultura come risorsa, media superficiali e dozzinali, una classe dirigente mediocre ed un concetto di meritocrazia inesistente stanno facendo abbassare notevolmente la qualità delle proposte italiane. Sottovalutare la qualità nella professione del fumetto è un grave sbaglio, sottostare poi esclusivamente a mode facilmente riproducibili e di bassa caratura crea degli autori mediocri e non competitivi a livello mondiale. Quello che noto è un’abilità di scimmiottare usi e costumi di altre realtà senza portare avanti una tradizione che con maestri come Sergio Toppi, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Gianni De Luca, Andrea Pazienza, Benito Jacovitti etc. aveva toccato le vette più alte della sperimentazione e dell’Arte del fumetto. I nomi che ho citato sono sconosciuti alle nuove generazioni che si avvicinano ai comics, e questo è un problema non da poco. Altra realtà molto presente è quella dei social network, grande risorsa sfruttata in modo banale, quindi invece di vedere vetrine di autori che propongono sperimentazioni ed innovazione per il linguaggio fumetto vediamo una riproposizione di prodotti tra il demenziale e il demente privi di spessore ed artisticità, inoltre di una qualità molto bassa che paragonata alle proposte mondiali è dozzinale e pressappochista. I lettori non sono il problema, fondamentalmente il compito di educare al gusto è una prerogativa e una responsabilità che spetta a chi fa i fumetti, noi autori, editori (veri) e tutti gli addetti ai lavori che devono guardare oltre il proprio orticello osando anche a rischio di sbagliare. Quando parlo di osare non intendo riproporre un sistema di marketing all’americana, o un sistema giapponese di produzione, parlo di sperimentazione creativa, investimenti nella qualità dei prodotti e nella professionalità. Se devo fare un albo a fumetti devo investire nella qualità della grafica, in un editor capace di essere aggiornato sui gusti e sulle tendenze del momento, disegnatori, letteristi, coloristi preparati e propositivi capaci di apportare quel qualcosa in più al prodotto finale. Un buon fumetto oggi deve essere competitivo, esportabile e fatto bene, non si può più star fermi ad aspettare, siamo in piena evoluzione, i lettori ora hanno un ampia possibilità di scelta e spetta a noi educare al bello. La professione permette di avere i codici per poter veicolare i messaggi che inviamo con le nostre storie ed i nostri lavori, portando ad una maggiore consapevolezza che permette di intercettare il gusto della società con la capacità di influenzarlo positivamente. Ora c’è sempre meno interesse per forma e contenuti, l’importante è ottenere risultati economici, viviamo in un contesto sociale che è indubbiamente di basso profilo culturale, vent’anni di tv spazzatura ci hanno ridotto a Terzo Mondo per quanto riguarda l’alfabetismo, i lettori sono sempre meno e una parte rifiuta di crescere culturalmente. Il fumetto vivrà sempre e comunque ma sta variando forme e contenuti, quello che prima era un prodotto popolare ora è di nicchia, viviamo in un mondo che evolve velocemente e che non concede pause. Inoltre si sta perdendo la curiosità, tutto è a portata di mano o di un click, tutto quello che si legge, che si guarda (film, tv), che si ascolta è facilmente reperibile, quindi si evita di provare qualcosa che è distante dai propri gusti. Il gusto genera richiesta e il mercato adatta la propria offerta, c’è solo un problema, che il gioco è sempre al ribasso, siamo una società pigra e non abbiamo voglia di impegnarci in letture che richiedono una buona dose di concentrazione, preferiamo i roboanti effetti pirotecnici a trame ben strutturate e un buon ritornello melodico a delle dissonanze sperimentali, siamo figli viziati e superficiali di questa società. Detto questo c’è solo un modo per riappropriarci di quella fama di artisti, sognatori e poeti che abbiamo ereditato dal passato, scommettere su noi stessi, conoscere i mezzi e sfruttarli per dare un’altra visione della società che si differenzi dal gregge. Essere una pecora nera è un atto di eroismo in questo Paese; sogno un gregge di pecore nere che riprenda le redini di questa cultura allo sfascio.

FRANCESCO ARTIBANI (1968) Sceneggiatore:
(“Topolino”, “Martin Mystère”, “Paperinik”, “W.I.T.C.H.”)

È da quando ho iniziato a leggere fumetti (diciamo dalla metà degli anni Settanta) che sento parlare di crisi del fumetto e l’argomento, più o meno a ragione, continua ad essere dibattuto e sempre attuale. C’è stata la crisi delle riviste d’autore nel corso degli anni Novanta e oggi questa crisi si è estesa arrivando a toccare personaggi e testate ritenute fino a poco tempo fa al riparo da ogni difficoltà. Lo stato di salute del fumetto italiano è sicuramente preoccupante ma il problema vero non è semplicemente il calo dei venduti di questa o quella testata ma una generale disaffezione alla lettura da parte del pubblico. In Italia si legge sempre di meno e il cosiddetto analfabetismo di ritorno è una condizione sempre più diffusa. Persone che hanno imparato a leggere a scuola si ritrovano a non leggere più e a non essere più in grado di sfogliare, comprendere e apprezzare un fumetto, una rivista, un libro. Visto in questa prospettiva il problema del calo dei lettori di fumetti perde buona parte della sua importanza perché il rischio reale è un altro, terribile e ben più grave. Il fumetto in quanto tale soffre ma sopravvive; i personaggi storici e le testate più celebri riescono a far fronte alle periodiche flessioni gestendo l’emorragia di lettori. Allo stesso tempo l’offerta di fumetti è incredibile e mai come in questo momento ci sono state tante proposte che vanno dalle nuove serie alle ristampe di ogni genere e per ogni pubblico. Gli autori hanno idee spesso ottime, i progetti non mancano, nuovi spazi e piattaforme si aprono per scrittori e disegnatori. La sfida vera però è quella della (ri)conquista dei lettori: il pubblico c’è ma è cambiato così come è cambiato il modo di leggere. Nell’epoca della comunicazione veloce e dei pensieri in 140 caratteri è evidente che chi fa fumetti deve cominciare a ragionare in maniera diversa. Il gusto dei lettori si è adeguato ai tempi nuovi, la soglia d’attenzione e la capacità di concentrazione si sono ridotte e il fumetto, al di là dei contenuti, deve imparare a fare i conti soprattutto con queste nuove regole d’ingaggio. I lettori “forti” sono sempre di meno e, inevitabilmente, continueranno a diminuire nel corso dei prossimi anni per semplici ragioni biologiche; va dunque trovata la chiave giusta per catturare i nuovi lettori e quelli potenziali che sono ancora di più. Un’ultima considerazione: in questi anni recenti abbiamo visto i buoni risultati in termini di vendite di autori nati in rete e il loro successo dimostra che la carta stampata – che sia albo da edicola o volume – è ancora il modo migliore per leggere e su questo dato bisogna concentrarsi nel breve/medio termine in attesa di preparare il nuovo passaggio verso i fumetti digitali da leggere su Tablet e Smartphone. Un modo per continuare a raccontare storie si troverà sempre; funziona così dalla notte dei tempi e questo – al momento – è l’unico dato sicuro e confortante.

ONOFRIO CATACCHIO (1964) Disegnatore, Sceneggiatore:
(“Nathan Never”, “Fantomax”, “Kriminal”)

C’è un sacco di fermento nel mondo del fumetto. Se ne affronta la produzione e l’auto-produzione su più fronti. Dalla stampa alla rete la creatività si dispiega dallo specifico della narrazione per immagini fino alla imprenditoria “molecolare” dell’autore, alle fiere e alle manifestazioni dedicate, fino alle grandi produzioni editoriali. Vedo un ritorno all’edicola, ai personaggi e alle storie dopo il consolidamento dei volumi da libreria, almeno per alcuni autori. Prima o poi arriveranno anche i numeri a sostentare il tutto? Come al solito dipenderà dalla qualità e dalle idee messe in campo. Io sono abituato a giocare su più tavoli: scrivo le mie storie e le disegno. Disegno storie di altri o le scrivo a mia volta per altri disegnatori e farlo mi diverte (e stressa) un sacco. Visto da tutte queste angolazioni il fumetto ha ancora molte frecce al suo arco. Oggi l’asticella si è innalzata: il confronto con altre narrazioni, al quale il pubblico è ormai avvezzo, costringe gli autori a sforzi sempre rinnovati per non perdere terreno. O, come sta succedendo in Italia da qualche tempo, per recuperare il terreno perso nel volgere di tempi strettissimi. Credo che sia quello a cui stiamo assistendo negli ultimi tempi: uno sforzo per svecchiare e adeguarsi alla contemporaneità del racconto con le immagini. Dal racconto, alla veicolazione e alla periodicità tutti i tentativi sono legittimi in tempi di “crisi”. Spero solo che il fumetto resti tale senza dovere, per sopravvivere editorialmente, diventare necessariamente la “desinenza” di qualche altro termine come “romanzo”, “giornalismo”, “divulgazione” e chi più ne ha più ne metta.

LUIGI COPPOLA (1957) Disegnatore:
(“Trumoon”, “Martin Mystère”)

Da quel che sento in giro, le rare volte che vado in qualche fiera fumetto, non mi pare di notare segnali incoraggianti, ma non ce n’erano nemmeno trent’anni fa. Tutto cambia e tutto resta uguale, una crisi tira l’altra in quest’assurda commedia tragica che è la nostra società. Il fumetto resiste grazie agli appassionati come voi, e “non ci sono più i lettori di una volta”, giusto per usare una frase fatta. Ma per farci smettere di fare fumetti devono venire di persona a toglierci gli attrezzi dal tavolo.

BRUNO ENNA (1969) Sceneggiatore:
(“Topolino”, “Paperinik”, “Dylan Dog”, “Saguaro”)

Per me, il mercato italiano resta sempre uno dei più vitali del mondo. Penso che, dal punto di vista creativo, non manchino le idee e le proposte; basta vedere tutto quello che stanno lanciando, in questo periodo, sia la Bonelli sia la Panini/Disney. C’è molto fermento, malgrado la famosa crisi (anzi, forse proprio in risposta alla crisi). Che poi coinvolge specialmente le edicole. Credo che, al di là dei dati di vendita, il fenomeno vada inquadrato in modo più ampio: togliendo i lettori specializzati e quelli occasionali, esiste una nuova generazione figlia del web che, a mio parere, noi “vecchietti” dovremmo tentare di capire. Tale generazione è composta da lettori “2.0”, che fruiscono le storie in modo diverso, per certi versi inaspettato. Esistono veri e propri casi editoriali nati grazie a Internet e ai social network, che dovrebbero, come minimo, farci riflettere (il problema, semmai, nasce nel momento in cui si tende a considerare il web come un luogo selvaggio, in cui poter vomitare tutto e il contrario di tutto). Tornando in tema, credo che in vent’anni di professione il mio modo di lavorare non sia cambiato: produco le mie storie, spingo le mie idee con caparbietà e pazienza, senza sgomitare troppo. Spero solo di continuare così, in modo costante e continuativo. Nel frattempo, cerco di interpretare il mondo che mi circonda, con curiosità e senza troppi preconcetti.

CLAUDIO FALCO (1958) Sceneggiatore:
(“Dampyr”)

È cambiato praticamente tutto. Oggi chi fa fumetti si confronta con un pubblico molto più esigente che in passato, abituato a videogames fantasmagorici, a effetti speciali di tutti i generi. Come si fa? Con un mezzo “povero” come il fumetto, a sorprendere i lettori? Il problema è questo. E in più si deve fare i conti con una serie di personaggi, “Dylan Dog” e “Ken Parker” su tutti, che hanno segnato un’epoca. Hanno cambiato il modo di scrivere le storie. E anche di disegnarle. È con loro che dobbiamo fare i conti.

SERGIO GERASI (1978) Disegnatore:
(“Lazarus Ledd”, “Dylan Dog”, “Le Storie”)

Il discorso potrebbe essere lunghissimo e articolato. Io festeggio proprio quest’anno quindici anni di attività professionale, cioè dal mio primo albo di “Lazarus Ledd” che venne pubblicato nel 2000. Oggi rispetto ad allora è un altro mondo. Internet e i social network hanno dato più visibilità ad autori e storie ma credo siano strumenti delicati e rischiosi, da maneggiare con cura. Le possibilità di farsi notare e di proporre autoproduzioni sono naturalmente incrementate in maniera esponenziale, sempre grazie ai social. In parallelo l’edicola sta perdendo un po’ di colpi e ora, molti lettori cercano i fumetti nelle librerie, spazio in grande espansione per quanto riguarda il nostro mondo. Quello dei comics non è un pubblico omogeneo per cui non saprei definire in che modo possa essere cambiato in questi anni. Probabilmente non ha mai cambiato pelle ma si è semplicemente evoluto. Dopo gli anni d’oro dei grandi maestri e dopo il reflusso di Andrea Pazienza, incontriamo anni bui in cui forse l’unica grande ancora di salvezza è stata la Bonelli con “Dylan Dog” (e “Tex” naturalmente, ma quello già esisteva). Le autoproduzioni iniziavano a scarseggiare e quando nei primi anni del nuovo secolo io ho iniziato a lavorare erano tutti pessimisti e apocalittici: nelle conferenze e alle cene si discuteva del fatto che ormai i fumetti stavano scomparendo. Questo quasi quindici anni fa. Ora siamo ancora qui e sembra esserci in atto un “Rinascimento”, di interesse sicuramente ma forse anche di vendite. Ovviamente non si fanno più i numeri di quarant’anni fa ma quando mi guardo intorno e vedo quanta gente mangia e paga un affitto facendo i fumetti, tutto sommato, mi sento sollevato. Questo non toglie che si debba sempre rimanere attenti a come cambia il mondo. Se noi vogliamo raccontarlo, dobbiamo starci dentro.

SERGIO GIARDO (1964) Disegnatore:
(“Martin Mystère”, “Nathan Never”, “Greystorm”)

Dovessi basarmi sui dati di vendita delle grandi case editrici, dovrei dire che il fumetto sta malissimo, non si può nascondere la contrazione che c’è stata in termini di venduto, rispetto, ad esempio, a vent’anni fa. Non c’è stato un cambio generazionale, quando io ero ragazzo quasi tutti i miei amici leggevano fumetti, ora non c’è un amico di mio figlio (o forse uno) che sia un lettore. In termini di creatività e di proposte, invece, complice anche la visibilità offerta dalla rete, c’è molto fermento. Alcuni dei fenomeni degli ultimi tempi sono nati sulla rete per approdare poi nelle edicole e nelle librerie. C’è più attenzione anche verso il fumetto cosiddetto d’autore, che sta uscendo dal suo ghetto per affiancarsi finalmente senza vergogna alla letteratura “nobile”. C’è poi da considerare l’ondata di cinecomics che ha portato alla ribalta un plotone di supereroi. Quindi, che dire, da un lato il fumetto è più che mai vivo e vegeto e presente nel nostro immaginario, dall’altro annaspa un po’, almeno per quanto riguarda le proposte da edicola. Intanto, finché ce n’è, lavoriamo…

GIUSEPPE MONTANARI (1936) Disegnatore:
(“Piccolo Ranger”, “Martin Mystère”, “Dylan Dog”)

Data la mia età e la lunga esperienza nel campo, ho passato varie fasi di entusiasmo e di depressione. Ricordo che alcuni miei colleghi, già quarant’anni fa, avevano decretato la morte del fumetto. Nonostante il periodo non molto felice dal punto di vista editoriale (vendite) io noto, per i contatti che ho in rete, che c’è ancora l’interesse, anche se di natura diversa da un tempo. Ci sono gli amanti del fumetto tout court; ci sono poi i fanzinari che stimolano con il loro spirito critico a migliorare il prodotto; infine ci sono i collezionisti, veri appassionati del fumetto. Io sono ancorato ai sistemi tradizionali. Mi avvalgo della rete per la ricerca e nonostante i miei quasi sessant’anni di attività ogni giorno trovo l’emozione della tavola bianca da riempire. Noto che ci sono molti giovani sceneggiatori con nuove idee e altrettanti disegnatori con buone qualità che si affacciano al nostro mondo.

GIUSEPPE PALUMBO (1964) Disegnatore, Sceneggiatore:
(“Ramarro”, “Martin Mystère”, “Diabolik”)

Nel fumetto italiano, il caos regna sovrano: piccoli grandi editori come Coconino e BAO raggiungono grandi fette di pubblico con Gipi e Zerocalcare; la Bonelli si gioca il jolly della novità con Recchioni & Co. In estate tornano i neri italiani: gli anni Sessanta riscritti con il nuovo “Diabolik” e il nuovo “Kriminal”. La rete genera sempre nuovi mostri del calibro di Sio, Mirka Andolfo e la Shockdom Generation. Nel frattempo il vero nodo resta la distribuzione, il collo di bottiglia che strozza tante potenzialità inespresse di tanti altri piccoli grandi editori. Nei prossimi mesi ne vedremo delle belle. Preparate le pupille e i neuroni (e le tasche ovvio).

GIULIANO PICCININNO (1960) Disegnatore:
(“Alan Ford”, “Topolino”, “Arthur King”, “Dampyr”)

Partiamo da una considerazione semplice. Una volta fra uno Jacovitti ed un Hugo Pratt c’era poca differenza; gli stili del disegno e della narrazione erano molto diversi ma, alla fin fine, erano autori che raccontavano storie per immagini, producevano tante tavole… poteva anche capitare che lavorassero tranquillamente per lo stesso editore o pubblicassero sulle stesse riviste. Insomma, facevano lo stesso mestiere. Possiamo fare questo esempio con altri casi più o meno estremi, fra Terenghi e Crepax oppure fra G.B. Carpi e Galleppini. Questi facevano lo stesso mestiere con stili diversi; qualche fumetto piaceva di più, altri un po’ meno, ma si riusciva comunque a leggere di tutto. In quel periodo certi autori riuscirono a sviluppare uno stile così personale fino a divenire loro stessi dei personaggi pubblici: Bonvi non era “quello che disegna le Sturmtruppen”, era Bonvi, non occorreva specificare. C’erano, insomma, autori con una fortissima personalità, riconoscibili ed apprezzati proprio per la loro particolarità. Li riconoscevi per il loro stile ma anche per la loro faccia. Era il caso anche di Jacovitti, di Pratt, di Crepax, di Magnus, di Micheluzzi, di Pazienza, di Battaglia… l’elenco sarebbe molto lungo. Poi, a partire dagli anni ’80, con il declino delle riviste, i personaggi hanno avuto il sopravvento sugli autori. Fumettisti sempre più bravi e preparati, indispensabili artigiani del disegno, hanno progressivamente sacrificato le loro aspirazioni “al servizio dell’eroe”. Diventa così  indispensabile presentare mediaticamente anche il miglior disegnatore al mondo sempre e solo in relazione con i personaggi da lui disegnati: Ecco quindi che l’immenso Giorgio Cavazzano deve essere presentato come “la matita di Topolino”, il formidabile Claudio Villa come “il copertinista di Tex”, l’impagabile Silver come “il papà di Lupo Alberto”… pian piano, negli ultimi anni, qualcosa è cambiato. Il fatto che alcuni nuovi autori pubblicassero dei libri (e non albi a fumetti) ha riportato la figura dell’autore all’attenzione della critica, attenzione tutta di rimando perché si tratta adesso di Graphic Novel, mica di giornalini… prima Toffolo sudandosi credibilità a suon di musica, poi Gipi, ed ora Zerocalcare, si fanno strada nel circuito della critica letteraria e dei media, che riconosce loro una indubbia autorialità, attratti anche dai numeri di copie vendute. Qual’è, quindi, lo stato del fumetto in Italia, oggi? Siamo quindi tornati agli anni “irripetibili”? Sorvolando sulla frammentazione del mercato, sui formati da edicola blindati, sulla mancanza di offerte di lettura rivolte ai più giovani, sul sovraffollamento delle fumetterie (di oggettistica, non certo di lettori), sulle fiere cosplayerizzate, ecco, tornando a considerare il fumetto per quello che è, cioè un mestiere, facciamo una piccola considerazione finale su questo: oggi possiamo dire che Tuono Pettinato fa lo stesso mestiere di Marco Checchetto? Cosa hanno in comune Sio e Bruno Brindisi nel modo di lavorare, nel rapportarsi con gli editori, nel raccontare per immagini? Nulla. Figuriamoci i loro lettori. La vedo dura.

MATTEO RESINANTI (1969) Disegnatore, Regista:
(“Legs Weaver”, “Nathan Never”)

La mia percezione è che il “fumetto” è un’arte destinata, negli anni che verranno, a chiudersi gioco-forza, in una bolla artistica limitata, cui si dedicheranno solo una cerchia di appassionati. Un pò come -es- l’Arte Moderna. Chi cazzo compra, conosce, segue l’Arte Moderna? Di certo non un pubblico ampio massificato come lo è stato quello per il fumetto bonelliano dei tempi d’oro di “Dylan Dog”. Salivi su un mezzo pubblico e TUTTI sfogliavano Dylan. Orde di ragazzini compravano il numero che poi leggevano a scuola. Ora non esiste più questo pubblico. Le orde di ragazzini frequentano le fiere ma nessuno compra i fumetti (manga a parte). Cosplay, gadget e pin-art dedicate (le commission) sono l’unica cosa cercata. E’ palese che la stessa gigantesca produzione di pagine della Sergio Bonelli sia destinata a ridursi. E ovviamente in molti tra i disegnatori si troveranno nella condizione di non poter più fare questo “lavoro”. Negli stessi Stati Uniti e in Francia non cambia molto la musica, anzi. I motivi inutile cercarli, sono tanti. La qualità non c’entra, chi disegna oggi è molto più preparato tecnicamente e stilisticamente di anni fa. E le storie sono più mature. E’ invece proprio il mezzo che non “interessa” più come a suo tempo. La riproposizione su Tablet degli stessi non porta secondo me a nessun nuovo mercato, nonostante la veda indispensabile per poter ancora diffondere la magia delle immagini disegnate. Come in tutte le “crisi” anche quella del fumetto, di cui ne sento parlare da quando li leggo (dai tempi de “L’Eternauta”, ad esempio), non è solo negativa. Porta, come tutte le situazioni di difficoltà, a radicalizzare la qualità e gli autori. Ossia, non c’è spazio per la mondezza, storie banali, o disegni orridi. Chi sbaglia cede il passo, e in maniera assolutamente “democratica” e meritocratica, chi viene apprezzato, chi disegna o chi scrive bene, avrà sempre la sua – seppur piccola – cerchia di pubblico. Certo è un peccato che questa situazione di fatto impedisca ad un autore di proporsi. Se volessi disegnare un fumetto mio, oggi, non porterei a casa pranzo e cena. Anzi forse nemmeno la colazione, ma il paragone musicale potrebbe essere similare. Chissà quante persone suonano nei garage sognando i grandi palchi, ma in quanti riescono ad affermarsi e a vivere della propria dote? Quindi non estinzione, ma mutamento. I libri esistono ancora e Kindle o carta stampata non moriranno, ma quanti vivono di quello che scrivono?

PINO RINALDI (1957) Disegnatore:
(“Martin Mystère”, “Nathan Never”, “Dagon”, “Capitan America”)

Purtroppo, contrariamente da come un non addetto ai lavori possa credere, il fumetto in Italia e nel mondo non se la passa bene. Mi si potrebbe obbiettare: ma come, col successo dei cinefumetto, o delle serie TV ispirate ai supereroi? In queste manovre ci guadagnano solo il cinema e la televisione. Il lettore dei fumetti andrebbe (anzi correrebbe) al cinema per assistere alle azioni del suo personaggio preferito, ma non il frequentatore comune delle sale cinematografiche, in edicola per comprare il relativo albo. Il bambino chiede ai genitori lo zaino, o l’astuccio del personaggio del momento, ma non il fumetto. Le grandi majors americane DC Comics e Marvel Entertainment, vivono più di diritti derivanti dalle trasposizioni varie, e merchandising che delle copie vendute degli albi. Sono costretti a produrre i fumetti, altrimenti non si farebbero film, cartoni ecc… Il fumetto è il veicolo pubblicitario per produrre il resto, un po’ un cane che si morde la coda. Non ne conosco il motivo, forse è per colpa degli autori che lo hanno snaturato rendendolo adulto, scordandosi che i primi fruitori sono gli adolescenti, i quali sentendosi trascurati, si sono gettati su tv e videogiochi, man mano col tempo, scordando l’esistenza del meraviglioso media chiamato fumetto. L’autore di 35/50 anni, attualmente parla ai propri coetanei, non riuscendo ad intercettare i gusti dei ragazzi. Quando io a 13 anni leggevo “Batman” o “L’Uomo Ragno”, essi erano cuciti su misura per me, oggi invece non è così. L’aver fatto perdere quell’aurea di ingenuità ha nuociuto al mezzo. In Italia ci sono pochissime case editrici che lo producono (le Paoline), ma è rivolto solo ad un certo genere di pubblico; l’Astorina poi, con il suo “Diabolik”, ma fa solo quel personaggio; la Sergio Bonelli Editore con “Tex”, “Dylan Dog”, “Martin Mystère” ecc…, che secondo me ha in pratica il monopolio del fumetto italiano, e quando non c’è concorrenza, il mercato stagna. Le altre case editrici sul piano produttivo non reggono il passo. Si stanno tentando nuovi mezzi, per raggiungere i ragazzi, tipo il PC, ma leggere un fumetto sul video è fastidioso, ed in più questi avveniristici sistemi hanno gli stessi difetti annunciati sopra. Speranze? Che gli editori e gli autori di fumetti tornino a fare il loro lavoro, senza complessi di inferiorità, sintonizzando i radar verso un pubblico di adolescenti.

UMBERTO SAMMARINI (1950) Disegnatore, Sceneggiatore:
(“Batman”, “L’Uomo Mascherato”, “Mandrake”)

Personalmente, sono convinto che il fumetto, in Italia e non solo, sia morto, soppiantato dai videogames. Ormai in edicola puoi trovare solo i Bonelli e i bonellidi, che sono un caso editoriale a se’ stante; Bonelli sostiene allo stremo anche le testate che annaspano. Per il resto è il deserto totale. Ci sono disegnatori che praticamente si autofinanziano, e realizzano cartonati sperando di guadagnare qualcosa con le royalties, ma rimane una speranza. Con 1.500 copie vendute, quando ti dice bene 2.000, ti ripaghi le spese della carta e dell’inchiostro. Ti rimane la soddisfazione, magra, di vedere il tuo nome stampato, e con il nome non ci paghi le bollette. Anche negli Stati Uniti, che erano la patria del fumetto, da tempo si usa questa formula, ma qui stiamo parlando di vendite da 100.000 o 200.000 copie, se non oltre. E’ un peccato, perché la professionalità dei fumettisti italiani è cresciuta in maniera esponenziale, manca soltanto l’editore lungimirante che investa soldi credendo in un progetto che, allo stato attuale delle cose, potrebbe anche risultare vincente.

GIGI SIMEONI (1967) Disegnatore, Sceneggiatore:
(“Full Moon Project”, “Lazarus Ledd”, “Hammer”, “Nathan Never”, “Romanzi a Fumetti”, “Dylan Dog”, “Le Storie”)

I gusti seguono la bulimia di ritorno del pubblico, che per anni poteva contare sul fumetto per avere cose che il cinema non poteva dare. Per fare un esempio, erano gli anni in cui i supereroi dei fumetti ne combinavano di tutti i colori, volando e sparando raggi dalle mani, e i mostri giapponesi distruggevano intere città. Il tutto, era avvertito dal pubblico come estremamente credibile, e “amazing”. Nel cinema, gli effetti speciali non arrivavano ad essere credibili allo stesso modo: la gente che volava era evidentemente appesa a fili, o proiettata su sfondi in modo precario e inverosimile, e Godzilla spaccava scatolette di cartone dipinte a finestrelle. Poi, arrivò l’era digitale, con effetti speciali mai visti prima. Si aprirono le porte del Paradiso, per il cinema d’azione… e il fumetto restò a mangiare la polvere. Da quel momento, dovette mettersi in scia per essere ancora credibile. In Italia avevamo già allora una cultura di narrazione fumettistica molto incentrata sui personaggi, per fortuna e per questioni forse genetiche, e i personaggi forti ressero la botta. Ma a ben vedere, il declino dei fumetti italiani è iniziato nella seconda metà degli anni ‘90 quando arrivarono “Jurassic Park” e “Guerre Stellari” (quello con gli effetti nuovi della ILM) e Internet prese piede in modo esponenziale, divenendo una forma di intrattenimento fortissima e diffusissima. Il fumetto era il passatempo di chi viaggiava in metro, in treno, di chi si concedeva una pausa sul lavoro. Oggi, quelle pause sono concentrate sul controllo delle email, sulle sbirciatine in Facebook e YouTube. Molto easy, immediate, semplici e soprattutto gratis, o quasi. E il fumetto? Occupò, suo malgrado, un posto in una nicchia di appassionati che era molto meno ampia di quella piazza dell’Intrattenimento di Massa che capitanava prima. Ne consegue che gli autori e gli editori dovessero iniziare a fare i conti con ciò che stava avvenendo, con la mutazione dei gusti del pubblico, della frenesia vorace (la bulimia di cui sopra) che spingeva sempre più persone a non voler perdere ormai troppo tempo ad andare a un’edicola, spendere qualche soldo e poi impiegare una mezz’oretta per leggere qualcosa. La crisi del fumetto non è una crisi di qualità. E’ una crisi dei lettori, un’emorragia di interesse. Le testate nuove e propositive ci sono sempre, perchè editori e autori campano su questo e non vogliono gettare la spugna. Anzi: una crisi scatena sempre delle endorfine produttive. Del resto, nel setaccio di questa crisi sono rimasti solo i lettori più radicali, appassionati e battaglieri. Ed è con costoro, che noi oggi dobbiamo confrontarci. La sfida continua, su un campo di confronto dove ognuno cerca di fare ciò che può. Ai lettori appassionati, poi, la tecnologia ha offerto vetrine e mezzi (blog, forum, Facebook, email) per azzerare la distanza, un tempo quasi sacra, tra lettore e artista. Oggi siamo gomito a gomito, seppure si parli di giunture virtuali. Il lettore scopre che l’artista non è un’essenza volatile, sfuggevole e intangibile. Ma un uomo come lui. E ci si trova facilitati in entrambi i sensi: esprimere direttamente all’autore il proprio apprezzamento con amore e passione oppure garantiti dall’anonimato di un nickname per sbraitargli contro. Come quando ci si trova in auto, in mezzo al traffico, e sentendoci protetti dalla propaggine di acciao del mezzo, come fosse un’armatura, gridiamo dei “fanculo!” a chi ci taglia la strada. Cosa che non faremmo, se la stessa cosa avvenisse su un marciapiede, tra pedoni. Ecco come è cambiato il pubblico, come si è asciugato il mercato e come si siano trasformati i rapporti tra lettori e fumettisti.

LUIGI SINISCALCHI (1971) Disegnatore:
(“Dylan Dog”, “Martin Mystère”, “Nick Raider”, “Magico Vento”, “Cassidy”, “Saguaro”)

“Finché c’è crisi c’è speranza”. Il fumetto, come tutte le forme creative, si esprimono al meglio quando l’occhio di chi ne fruisce è più smaliziato e pignolo… a patto che i giudizi siano sempre onesti però! Io ho fiducia, vedo che oggi si producono fumetti di spessore (e non mi riferisco al numero di pagine che ne aumentano il formato)… l’unico dubbio è sulla “popolarità” del fumetto, che oggi mi sembra di nicchia rispetto a ieri. Ma la qualità non è scesa, a mio avviso, è solo cambiato il modo di scrivere e disegnare, ma è fisiologico e segno dei tempi che sono diversi da ieri.

MAURO UZZEO (1979) Sceneggiatore:
(“John Doe”, “Dylan Dog”, “Orfani”)

A sei anni ho preso in mano il mio primo albo di “Zagor”. A nove ho capito che esistevano delle persone che per lavoro scrivevano e disegnavano quel fumetto, e fino ai quindici anni li ho considerati le uniche divinità in cui credere con tutto me stesso. A quell’età ho frequentato un corso indetto proprio da una di quelle divinità e ho imparato così come giocare con le sacre leggi che permettevano di dare vita ai personaggi nelle vignette. Frugare tra i loro trucchi del mestiere non ha mai diminuito, ai miei occhi, la fascinazione che provavo verso quei maestri della fantasia e del racconto. Conoscerli, neanche. Iniziare a vivere del loro stesso mestiere, tanto meno. Ancora oggi, mentre leggo un fumetto, mi faccio prendere per mano da loro, e che quella storia o quei disegni mi piacciano o meno, non è importante: il mio rispetto per chi sceglie di sedersi attorno al fuoco e raccontare agli astanti le proprie storie, rimane assoluto. Forse proprio per via di quel mistero e di quella fascinazione iniziale che mi impediva, nei primi anni ’80, di dargli anche semplicemente un volto. Nel 2015 tutti, tranne mia madre, hanno un profilo Facebook. Gli autori di fumetti hanno un profilo Facebook, le case editrici hanno un profilo Facebook, persino i personaggi dei fumetti hanno un profilo Facebook. Questo rende estremamente facile, per un lettore, riuscire a creare un ponte di collegamento tra lui e chi ogni mese consegna in edicola i suoi fumetti preferiti. Ora, se c’è una cosa che io trovo più inutile dei Queen, sono quelli che raccontano aneddoti per dimostrare quanto le cose una volta fossero migliori di oggi, quindi non vi parlerò di quanto questo assottigliare le distanze tra chi produce e chi fruisce abbia permesso agli hater di tutto il mondo di masturbarsi a suon di insulti sulle pubbliche bacheche di autori ed editori. Non ne farò un caso mondiale che vede coinvolti tanto gli autori di fumetti quanto quelli televisivi, cinematografici, e chiunque campi con un lavoro legato al mondo dell’intrattenimento. Non vi racconterò di quanti messaggi invadano le caselle di posta privata con richieste di attenzioni, di immediate valutazioni di lavori altrui, di commenti logorroici sulla storia appena letta e di cui, si richiede, immediato riscontro. E quant’è vero Iddio non vi parlerò dell’ecatombe di commenti ridicoli e fuori luogo si possano leggere mentre si promuove un albo in prossima uscita. Non lo farò, perché sarebbe un gioco facile. E strumentale. Non lo farò perché è proprio grazie ai social che chi legge può dare un volto a chi racconta, può dargli un aspetto e può dargli una voce. E’ grazie ai social se oggi chi legge può immediatamente comunicare le sue impressioni a chi è lì per narrare ed è grazie ai social che può ringraziarlo direttamente per il suo lavoro. E’ grazie ai social che può seguirlo, è grazie ai social che chi ascolta può sedersi vicino a chi parla. E questo, dopo un lungo giro, ci riporta all’origine del tutto: a quel fuoco attorno cui ci si sedeva tutti insieme in attesa che arrivasse il più vecchio di tutti a spaventarci coi suoi racconti. E lì c’è spazio solo per gli spaventi e per le risate. Perché la voce di chi racconta, fortunatamente, social o non social, non viene mai interrotta. Né mai lo sarà. E questo non cambierà mai.

BEPI VIGNA (1957) Sceneggiatore:
(“Dylan Dog”, “Nathan Never”, “Legs Weaver”)

Il fumetto vive un momento di grande trasformazione: la crisi dell’editoria ha comportato un calo generale delle vendite degli albi popolari (quelli da edicola), ma si sono aperti nuovi spazi di mercato che alcuni anni fa non c’erano. Oggi non esiste libreria che non abbia il suo settore dedicato ai comics e l’editoria digitale si inizia ad affermare anche da noi. La stessa considerazione che il fumetto gode in ambito culturale è cambiata, nel senso che oggi non viene più considerato una forma di “sotto letteratura”. Si può dire che, sebbene ci sia una crisi di vendite, mai come in questo momento il linguaggio del fumetto si mostra vincente: basta considerare l’influenza che esercita su altri media (cinema, letteratura), l’uso che se ne fa nella pubblicità, il fatto che sia usato molto di più nella divulgazione e nella didattica; e poi bisogna considerare il Web, dove il medium fumetto si integra perfettamente. La narrativa in generale sta vivendo un momento epocale: le strutture narrative si stanno modificando, le Serie TV e i videogiochi stanno cambiando il modo di raccontare le storie. Il fumetto è la forma che meglio ha recepito questo cambiamento in atto. In Italia, dove il fumetto è ancora molto vitale, il vero grande problema è legato al fatto che si legge troppo poco. Inoltre resistono ancora un po’ di preconcetti legati al fatto che la nostra cultura è settaria, ragiona per compartimenti stagni, non recepisce le novità. I fumetti seriali sono ancora considerati qualcosa di inferiore rispetto alla Graphic Novel, la cui maggior vicinanza al romanzo l’aiuta ad essere accettata di più, si continua a fare quell’assurda distinzione tra fumetto popolare e fumetto d’autore, mentre l’unico criterio distintivo dovrebbe essere quello tra buon fumetto e cattivo fumetto. Nel nostro Paese sono venuti meno i piccoli editori, che consentivano ai giovani di crescere e agli autori affermati di sperimentare. I piccoli editori rimasti preferiscono acquistare dall’estero prodotti già finiti, piuttosto che produrre nuove cose. C’è anche il problema di una critica poco preparata. In chi scrive di comics manca spesso una capacità critica oggettiva e c’è molto provincialismo (si esaltano prodotti stranieri senza valutare e conoscere a fondo che cosa si fa qui).

CLAUDIO VILLA (1959) Disegnatore:
(“Martin Mystère”, “Tex”, “Dylan Dog”)

Sono ormai più di trent’anni che calco… la sedia da disegnatore di fumetti. Di “china sotto i ponti” ne è passata parecchia e devo dire che tutto, intorno al fumetto, ma anche dentro il fumetto, ha subìto un certo cambiamento. Comincerei dai classici materiali da disegno, pennini e pennelli, sempre più rari. L’avvento del digitale ha decimato le forniture e ha portato vantaggi e svantaggi, come in tutte le rivoluzioni che si rispettino. Oggi abbiamo più facilità nel recupero delle foto di riferimento, grazie alla rete. I social network contribuiscono a far girare le informazioni. Per contro, la “fame” di novità si mangia gran parte del “piacere della scoperta” che c’era in un albo che usciva una volta al mese, atteso come fosse Natale, grazie alle anteprime, ai rumors che animano il popolo degli appassionati. I quali non sono più minimamente paragonabili al “lettore medio” degli anni Sessanta. Sono informati, acculturati e hanno gli strumenti per sezionare ogni battuta o disegno di un fumetto. Da questo punto di vista il lavoro si è fatto più impegnativo perché si ha a che fare con lettori preparati, che aspettano qualcosa che “valga più” delle altre possibilità di intrattenimento oggi disponibili. Il linguaggio stesso del fumetto si è evoluto verso una forma di linguaggio cinematografico. Se negli anni Cinquanta bastava inquadrare i personaggi con un campo lungo in mezzo alla vignetta e lasciar fare al testo il grosso del lavoro, oggi ogni inquadratura ha un peso, una funzione e uno scopo. Dovessi fare un paragone con il cinema, direi che il disegnatore di fumetti deve fare: il costumista, lo scenografo, il tecnico delle luci, il casting, il direttore della fotografia. Tutto sotto l’attenta supervisione dello sceneggiatore/regista! Lo sforzo complessivo che il mondo del fumetto può e deve fare oggi, a parer mio, è intercettare argomenti, linguaggi e storie che possano parlare alla nostra epoca, così come hanno saputo fare i grandi del fumetto che ci hanno insegnato il mestiere attraverso il loro entusiasmo. Che, in fondo, era l’unico “lettore” a cui han dato retta.

ROBERTO ZAGHI (1969) Disegnatore:
(“Nathan Never”, “Legs Weaver”, “Julia”)

Debuttai come disegnatore professionista nel 1994 e già allora, lontano da orecchie indiscrete, si parlava di crisi del fumetto. Ricordo che c’era qualche disegnatore senior che mi sconsigliava di intraprendere la carriera: “troppo incerta!”. Inutile dire che non prestai ascolto alle cassandre e lo stesso faccio oggi che le cassandre si sono moltiplicate. Da quell’anno non ho mai interrotto la mia collaborazione con la Bonelli, che continua ad essere la casa editrice più grande e solida del fumetto italiano. Accanto alle storiche testate, che per longevità hanno pochi equivalenti al mondo, sono arrivate tante nuove proposte, una delle quali è in vista del numero duecento ed è quella per cui disegno da quindici anni. Apprezzo i cambiamenti sia macroscopici che microscopici che si vanno progressivamente introducendo, dalla tecnica digitale all’uso più sistematico e meno sporadico del colore, per arrivare al recentissimo varo della vendita in formato elettronico. Il passaggio al disegno digitale mi ha restituito un po’ di quello stupore che provavo all’inizio della carriera, quando constatavo che davvero con quella matita e quei pennarelli potevo fare… il disegnatore di fumetti. Il panorama odierno (sebbene lambito dalla crisi generale dell’editoria) lo vedo molto ricco di proposte, tra edicole e fumetterie la scelta è ampissima. Le persone giuste ci sono e anzi di talenti nuovi ne arrivano in continuazione. Avanti così, senza timidezze e con convinzione nei propri mezzi e potenzialità.

John Doe - Massimo Carnevale

John Doe – Massimo Carnevale