Poco più di cento anni fa viene pubblicato in Italia il primo numero del “Corriere dei Piccoli”. Era il 27 dicembre 1908. Inizialmente i fumetti statunitensi sono riproposti sottoforma di racconto illustrato, dove i balloons vengono sostituiti da didascalie che ne spiegano il racconto. Altre riviste italiane della prima metà del Novecento, oltre al “Corriere dei Piccoli”, propongono storie e personaggi noti del fumetto di massa statunitense, come i settimanali “L’Avventuroso”, “Robinson” e la rivista mensile “Asso di Picche” (la più ricca di materiale statunitense). Quest’ultima fa riferimento ad un gruppo di giovani disegnatori ventenni, fra i quali Dino Battaglia, Hugo Pratt e Sergio Toppi che, successivamente, diventeranno dei personaggi-chiave della storia del fumetto.
Al contrario di quanto è avvenuto in Francia, il fumetto in Italia non ha avuto una vita facile, poiché ha risentito di quella forma di pregiudizio che lo ha spesso considerato una “sottoletteratura”.
I luoghi di produzione e pubblicazione sono inizialmente i settimanali a grande formato per i giovani, che non pubblicano solo fumetti; la stampa avviene in grandi albi non rilegati, dando vita al cosiddetto formato “all’italiana” (molto largo).
Negli anni Trenta, dopo il successo della rivista “Jumbo” dell’editore milanese Vecchi, gli altri editori cominciano ad intravedere nei fumetti la possibilità di buoni affari. Lo stesso Lotario Vecchi, subito dopo il successo della prima rivista, lancia il giornalino “Rin-Tin-Tin”, su cui appaiono alcuni interessanti characters americani e molte storie umoristiche e d’avventura inglesi.
Sempre nello stesso periodo, scendono in campo anche i fratelli Del Duca con “Il Monello”, i quali si limitano a riproporre l’impostazione tipica del “Corriere dei Piccoli” e di “Jumbo”.

“Apparvero così in edicola “Tigre Tino” (967 copie), “Bombolo” (971), che divenne nel 1935 “Cine Comico”, su cui furono pubblicate le tavole di “Braccio di Ferro” di Segar, “Primarosa” (966), primo tentativo di giornalino per ragazzi, “L’Audace” (967) con molte novelle e romanzi moderni, brillanti, incisivi e riccamente illustrati, nei primi 60 numeri, in cui non appaiono fumetti.”

Leonardo Becciu, “Il fumetto in Italia”

Nel campo della stampa per ragazzi risulta rivoluzionario il settimanale “L’Avventuroso” di Mario Nerbini, che abbandona la formula editoriale classica proponendo essenzialmente storie disegnate prive di didascalie, portando all’affermazione definitiva del fenomeno comics nel nostro Paese. L’insieme di tutta questa produzione di varia qualità, come afferma Franco Restaino nell’opera “Storia del Fumetto. Da Yellow Kid ai manga”, vede formarsi quella che è stata chiamata la prima “scuola italiana” di autori di fumetti: i disegnatori Franco Caprioli, Rino Albertarelli, Walter Molino, Benito Jacovitti, Giovanni Scolari, Guido Moroni-Celsi, Giorgio Scudellari, Giove Toppi, Ferdinando Vichi, Franco Chiletto, Edgardo Dell’Acqua, Antonio Canale e qualche altro; i soggettisti e sceneggiatori Federico Pedrocchi, Cesare Zavattini, Vincenzo Baggioli, Andrea Lavezzolo, Gian Luigi Bonelli (il futuro editore e autore di “Tex”).

Sono anche gli anni in cui il fumetto, più che mai, riflette gli eventi del periodo, costretto a fare i conti con le influenze della politica fascista. Infatti i giornali per ragazzi sono più condizionati, e quindi più legati alla cultura ufficiale; ne è un esempio “Il Balilla”, rivista di regime per eccellenza.
Come è noto, una volta affermatosi pienamente, il regime prende a controllare ogni settore della vita nazionale e impone una serie di leggi rigorose anche nel campo dei comics, che in nome dell’autarchia culturale portano alla scomparsa di quasi tutti i characters americani (anche se, in un secondo momento, ritorneranno più o meno mascherati e italianizzati), fatta eccezione per i personaggi Disney della casa Mondadori (il format bonelliano delle tre strisce deriva proprio da quello della Disney italiana). Con la censura d’importazione del materiale statunitense, termina anche l’epoca d’oro del fumetto in Italia (1934-1938), calano le vendite e si assiste alla chiusura dei principali settimanali. Tra le produzioni più fortunate del periodo, provenienti sempre dalla casa Mondadori, ricordiamo “Saturno contro la Terra”, “Virus, il mago della foresta morta”, “Alle frontiere del West” e “Dottor Faust”; tutte ristampate poi sul finire degli anni Sessanta su riviste come “Sgt. Kirk” e “Linus”. Le prime due opere sono entrambe produzioni fantascientifiche: “Saturno contro la Terra”, nasce dalla collaborazione tra Federico Pedrocchi, Cesare Zavattini e Giovanni Scolari; ambientata nel futuro, narra la storia di Rebo, capo dei saturniani, e del suo tentativo di occupare la Terra. L’analogo obiettivo lo ritroviamo in “Virus, il mago della foresta morta”, questa volta con Molino ai disegni e Pedrocchi ai testi, ove un folle scienziato che vive in una foresta isolata ai margini della società, con l’aiuto del servitore Tirmud, l’anziano zio e il Capitano Piero (sopravissuto ad un guasto aereo), tenterà in tutti i modi di conquistare il mondo.
Il Cowboy “Kit Carson” dai lunghi baffi bianchi, creato da Rino Albertarelli, è il protagonista, invece, dell’opera “Alle frontiere del West” (1937); produzione di grande qualità le cui vicende prendono vita tra i colori e i paesaggi tipici del genere Western. L’eroe astuto Kit, col suo cavallo e il lazo, ritornerà anche negli anni Cinquanta al fianco dell’amico Tex. Due anni più tardi, sempre il disegnatore Albertarelli, con l’aiuto dello sceneggiatore Pedrocchi, ripropone nella versione a fumetti le vicende del “Dottor Faust”, opera letteraria di grande pregio, la quale ha come protagonista un sapiente disposto a tutto pur di soddisfare la sua sete di conoscenza, finanche a scendere a compromessi col Diavolo.
Il maestro assoluto durante il Ventennio, nell’attività di disegnatore e non solo, è stato Antonio Rubino, il quale in epoca fascista conia il termine “fumetto”; ecco come amava definirsi: “Giornalista per ragazzi, favolista, autore di libretti e di commedie, decoratore di ambienti, scenografo, attore, polemista, regista di disegni animati e persino, nei ritagli di tempo, raccoglitore di olive.
Sempre negli anni Trenta e precisamente nel 1936 viene fondata dalla Rizzoli la rivista di umorismo e satira “Bertoldo”; il giornale potrà vantare una serie di firme prestigiose: dal grandissimo regista Federico Fellini, che debutta proprio su “Bertoldo” a Walter Molino, Leo Longanesi, Nino Camus, Saul Steinberg, Marcello Marchesi, Daniele Fontana e tanti tanti altri. La rivista chiude nel 1943.
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, nel 1940, si cominciano a pubblicare storie ispirate agli eventi bellici in riviste come “L’Audace”, “Pisellino”, e inizialmente anche su “Il Vittorioso” dell’editoria cattolica. Nel 1943 la penuria di carta porta alla chiusura di molti giornali e si assiste all’abolizione definitiva delle ultime strisce americane. Nel periodo in cui i tedeschi prendono il sopravvento sul territorio italiano, il governo fascista mantiene in piedi un minimo di stampa ricreativa solo nella Repubblica di Salò, dove continuano ad essere pubblicate riviste come il “Corriere dei Piccoli”, gli albi de “L’Audace” e “L’Albogiornale”.
Con la fine della guerra, e con la caduta del fascismo, comincia un’epoca nuova anche per la “letteratura disegnata”; egli trova la sua sede non più nei settimanali ma negli albi, dal formato più piccolo, dedicati solo al fumetto. Inoltre cambiano i temi: non più i grandi eroi dei comics statunitensi ma personaggi più semplici e meno articolati, così come diventano più semplici anche le trame e i disegni. Fra tutti i nati in questo periodo, “Tex”, ranger del Texas amico degli indiani (1948) di G.L. Bonelli, è quello che arriverà fino ai giorni nostri e che conoscerà grande diffusione anche all’estero. Difatti, ancora oggi Tex Willer è amato dai tanti appassionati del genere Western e non solo, continuando ad essere tramandato di generazione in generazione con vendite più che soddisfacenti. E’ aquila della notte per i pellerossa, carismatico e invincibile, le sue vicende prendono vita nelle selvagge praterie del West disegnate con particolare realismo. La costruzione delle tavole predilige la dinamicità e il movimento. Viene apprezzato dagli esperti, oltre alla precisione dei disegni ove tutto è riprodotto nei minimi dettagli, il racconto, poiché le vicende sono narrate con molta verosimiglianza storica; inoltre i dialoghi, intrisi di emozioni e sentimenti, coinvolgono il lettore a sentirsi parte integrante della storia, stimolando riflessioni e interrogativi. “Tex” rimane, dunque, l’eroe senza tempo, il ranger dal cuore grande; sceneggiato e disegnato negli anni dal duo Bonelli-Galleppini (Galep), poi da Bonelli junior (Sergio), Claudio Nizzi, Mauro Boselli, Claudio Villa, Giovanni Ticci e da tanti altri valenti autori della numerosa scuderia/famiglia Bonelli.

“Diabolik” di Angela e Luciana Giussani in “Diabolik, chi sei?” (1968), disegni di Enzo Facciolo e Glauco Coretti.

Tavola di “Tex”, creato da G.L. Bonelli e A. Galleppini nel 1948, in “Il patto di sangue” (1950-51)

In questi anni si assiste anche alla nascita del fenomeno EsseGesse, uno dei sodalizi più importanti e longevi della storia del fumetto italiano. Il trio composto da Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris decide di mettersi insieme sotto la sigla EsseGesse (ricavata dalle iniziali dei loro cognomi) per realizzare una serie di personaggi destinati a fare epoca. E’ dal loro genio che nascono “Capitan Miki” (1951), “Il Grande Blek” (1954), pubblicati dalla Editoriale Dardo e il “Comandante Mark” (1966) edito dalla Daim Press (futura Bonelli).
E, proprio in questi anni, grazie alla grande ripresa economica e sociale, si assiste in Italia all’incontro tra il fumetto e la letteratura. Infatti negli anni Sessanta, anche grazie al boom economico, si finisce per attribuire grande importanza alla divulgazione culturale servendosi, tra le altre cose, della vendita tramite le edicole per dispense come quelle dei Fratelli Fabbri Editori.
In questo contesto, il fumetto incomincia ad esser visto come un efficace mezzo potenziale di diffusione della cultura, anche da parte di importanti scrittori e artisti. Dino Buzzati, per esempio, con l’intento di dimostrare come la narrativa possa essere espressa in forma sia di racconto che di immagini, ripropone in chiave fantastica il mito di “Orfeo ed Euridice”, utilizzando i comics in un poema a fumetti. Nello stesso periodo anche Alik Cavaliere, in alcuni bronzi del 1962, si serve del fumetto vero e proprio, il balloon, per dare voce e dialogo alle piante e ai fiori, protagonisti dei suoi lavori. La medesima tendenza si ravvisa nei collages di Gianfranco Baruchello, che inserisce in grandi spazi bianchi elementi di linguaggio in miniatura. Inoltre non bisogna dimenticare Lamberto Pignotti, che analizza il linguaggio del fumetto, sia per ciò che concerne la struttura narrativa e sintattica, sia per ciò che riguarda l’aspetto grafico, nell’ambito delle ricerche svoltesi all’interno del “Gruppo 70”, movimento d’avanguardia che egli stesso fonda a Firenze nel 1963; in particolar modo è attraverso la poesia visiva che  propone un linguaggio iconico-verbale alternativo rispetto a quello elaborato dai mass media. Nelle sue opere del 1966 e del 1968 (ad esempio “Di scena il peggio” e “Confessioni di inganni”) Pignotti utilizza gli elementi del fumetto montandoli sullo sfondo di un’immagine scelta a contrasto: spesso le vignette sono prive di immagini, oppure le nuvolette sono vuote o con scritte illeggibili.
Durante gli anni Sessanta, è importante ricordare la nascita della rivista “Linus”, la quale, dà il via a un’ulteriore fase innovativa per il fumetto rivolgendosi ad un pubblico d’élite. Seguirà, quindi, un ventennio d’oro per un fumetto di qualità, dallo stile molto spesso sperimentale.
Difatti, in questo periodo, le sorti del fumetto sono affidate alle riviste italiane che promuovono direttamente il prodotto, incentivando la sperimentazione e l’innovazione.
Possiamo affermare che negli anni Settanta i fumetti, ormai, si sono definitivamente imposti anche in Italia: basti pensare che settimanalmente venivano pubblicati oltre due milioni di copie di giornaletti. Tra i personaggi simbolo di questo decennio, senza dubbio gli amatissimi e controversi “Mister No” e “Ken Parker”, i quali, seppur in modo atipico, hanno rappresentato al meglio il genere avventuroso.
Jerry Drake, in arte “Mister No”, è il primo antieroe della produzione bonelliana, creato dallo stesso Sergio Bonelli nel 1975, il quale continua ad utilizzare, per il suo nuovo personaggio, lo pseudonimo Guido Nolitta. Al contrario di Tex Willer, eroe per antonomasia, Jerry è un ribelle indisciplinato, bevitore incallito e amante delle belle donne e dell’ozio, un anticonformista dalla condotta disdicevole, ma pur sempre pronto ad aiutare gli altri. Ex soldato statunitense, che ha combattuto eroicamente nel Pacifico e sul fronte italiano alla fine del secondo conflitto mondiale, Mister No decide di ritirarsi in Amazzonia col desiderio di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e della violenza organizzata della società e di ritrovare la serenità perduta scomparendo dalla cosiddetta “civiltà”. Ma così non andrà… tanti saranno gli imprevisti per il pilota newyorkese/amazzonico e i guai da risolvere per salvare i più deboli e le gentil donzelle, (sovente aiutato dall’amico Esse-Esse, ex soldato nazista) alla guida del suo scassatissimo Piper che di frequente necessita di un bel calcione per decollare. Jerry porta sul braccio il disegno di un quadrifoglio, simbolo di una fortuna sempre inseguita, forse invano… al ritmo del suo amato jazz.
Con le avventure di “Ken Parker”, invece, ci spostiamo negli USA e non solo della seconda metà dell’800; nato dalla fantasia di Giancarlo Berardi (testi) e Ivo Milazzo (disegni), la prima pubblicazione avviene nel 1977 ad opera della Sergio Bonelli Editore, allora Cepim. “Lungo Fucile” (così veniva chiamato dagli indiani per via della lunga canna del suo inseparabile “Kentucky”) viaggerà tantissimo, dal Montana al Messico, dall’Alaska al Canada e ancora Wyoming, Arizona, Oklahoma, Kansas, South Dakota fino a viaggiare nella fantasia, nella realtà e nel cinema e nella letteratura. Ken (che ha ereditato i tratti del Robert Redford di “Corvo Rosso Non Avrai Il Mio Scalpo”, film di Sydney Pollack e John Milius) incontrerà lungo il suo tormentato cammino oltre ai due suoi creatori, Sergio Bonelli e Decio Canzio, e una parata incredibile di star vere e immaginarie: Orson Welles, Marilyn Monroe, Buster Keaton, Basil Rathbone, Totò, Stan Laurel e Oliver Hardy, John Wayne, Tex Willer e i suoi pards, Zagor, il Piccolo Ranger, Blueberry, Capitan Miki, Larry Yuma, Pecos Bill, e ancora Sherlock Holmes, Auguste Dupin, Hercule Poirot, Ellery Queen, Philo Vance e i realmente esistiti Wild Bill Hickok, il Generale Custer, Buffalo Bill, lo scrittore Ambrose Bierce e Ely Parker (Donegawa) e tanti altri. Ken è una figura unica nel suo genere, non spara se non è costretto a farlo, e non gli piace affatto, è riflessivo, ironico, paziente… ama la natura e la libertà. Le sue storie sono ricche di poesia, di passione civile e di ironia, ma stupiscono anche per le improvvise e inedite esplosioni di violenza. Gli indiani sono spesso buoni, a volte cattivissimi e non esiste una divisione netta tra il Bene e il Male. Un aspetto particolare di questo personaggio è la sua continua trasformazione: invecchia, cambia le proprie idee, affrontando temi scomodi e adulti spesso bypassati dal fumetto popolare quali: emarginazione, razzismo, ecologia, politica, omosessualità ecc. Ogni albo è un romanzo americano a se, pur inserito all’interno di una continuità temporale. La sua vita editoriale è stata travagliata: sospeso nella prima edizione, cambia casa editrice varie volte per poi ritornare alla Bonelli, dove dopo alcuni Speciali ha chiuso i battenti, prima di un’ulteriore ristampa. La recentissima nuova edizione per Mondadori vedrà un albo conclusivo della serie, che svelerà la sorte di Ken. A chi si chiede come possa essere ancora oggi, un fumetto Western, protagonista nelle edicole e nelle librerie la risposta migliore è quella che diede il papà di Ken, Berardi, in una prefazione che ha ormai quarant’anni: “Perché il West è solo una convenzione che, attraverso la metafora del passato, ci parla del presente”.
Oltre a collaborare alle riviste, i grandi autori propongono da un lato libri cartonati e costosi per un pubblico colto, e, dall’altro, libri tascabili ed economici per la “massa” (in particolare prende spazio il cosiddetto “fumetto nero”).
“Il nero a fumetti” – afferma Gino Frezza nel libro “La scrittura malinconica” – “costituisce un salto qualitativo nella produzione seriale degli anni Sessanta. Esso si fa eclatante fenomeno di costume, rompe precostituiti valori ideologici di trasmissione dell’educazione, pone esplicite e inquietanti domande sui meccanismi di riconoscimento nella lettura, mette apertamente in scena la propria origine”.
Contemporaneamente si assiste alla ristampa dei classici del passato in forme e traduzioni nuove che consentono di modificare in modo decisivo il panorama del fumetto italiano. Il “fumetto nero” si materializza nel personaggio di “Diabolik” (l’eroe cattivo e spietato del crimine) che, attraverso un ribaltamento della morale corrente, offre una via d’uscita al soffocante buonismo degli altri fumetti. Il successo del personaggio creato dalle sorelle Giussani apre le porte ad una lunga serie di eroi neri più o meno sadici e dai nomi simili, che va da “Kriminal” a “Fantax”, da “Demoniak” a “Sadik”.

Il Fumetto In Italia Parte Prima

“Diabolik” di Angela e Luciana Giussani in “Diabolik, chi sei?” (1968), disegni di Enzo Facciolo e Glauco Coretti

Negli anni successivi buona parte dei “fumetti neri” assume connotazioni erotiche, fino alla nascita di un vero e proprio filone pornografico. Al diffondersi del fumetto di massa, dei “fumetti neri” e del fumetto “d’autore”, consegue la nascita della cosiddetta “cultura” del fumetto, figlia della collaborazione editoriale e degli intellettuali del periodo: psicologi, sociologi, pedagoghi e letterati iniziano a considerare finalmente i comics come interessanti oggetti di studio. Non a caso l’Istituto di Pedagogia dell’Università di Roma comincia a promuovere convegni internazionali sui fumetti, mentre su libri e riviste appaiono una serie di saggi relativi all’argomento, fra i quali si segnalano quelli di Roberto Giammanco e di Umberto Eco.
Quest’ultimo, con il libro “Apocalittici e integrati”, pubblicato nel 1963, attribuisce al fumetto la dignità di un oggetto di studio e di analisi sociologica ed estetica.

“Il fumetto è un prodotto industriale, commissionato dall’alto, funziona secondo tutte le meccaniche della persuasione occulta, suppone nel fruitore un atteggiamento di evasione che stimola immediatamente le velleità paternalistiche dei committenti. E gli autori per lo più si adeguano: così il fumetto nella maggior parte dei casi, riflette l’implicita pedagogia di un sistema e funziona come rafforzatore dei miti e dei valori vigenti.”

Umberto Eco (1932), “Apocalittici e integrati”

Le polemiche che il volume suscita presso gli esponenti di una cultura tradizionalistica e moralistica, consapevolmente ignara di tale fenomeno, non impedisce la nascita della rivista “Linus” nel 1965 (come già sopracitato), interamente dedicata ai comics di buona qualità.
“Linus” nasce con lo scopo di far conoscere ai lettori italiani, in particolar modo a quelli adulti, una letteratura a fumetti di alto profilo, contribuendo in modo determinante alla diffusione della conoscenza di questo medium. Il primo numero della rivista si apre con un dibattito dedicato al fumetto come nuovo fenomeno culturale, che vede il contributo di Eco, Oreste Del Buono e Elio Vittorini (uno dei pochi intellettuali italiani che già negli anni Quaranta aveva prestato attenzione al fenomeno dei comics).
Guido Crepax, uno degli autori-simbolo della rivista, fin dai primi numeri, attraverso il personaggio di “Valentina”, esplora il genere onirico-fantastico, al quale aggiunge presto connotazioni smaccatamente erotiche e trasgressive, che caratterizzeranno tutta la vita del personaggio; le medesime connotazioni le ritroveremo poi in altri suoi personaggi femminili come “Bianca” (1972) e “Anita” (1973) e, successivamente, anche nelle sue raffinate trasposizioni di opere della letteratura erotica in fumetti: come i romanzi francesi “Emmanuelle” del 1979 di Emmanuelle Arsan (o, come riportano diverse fonti, scritto dal marito Louis-Jacques Rollet-Adriane) e “Histoire d’O” del 1975 di autore anonimo, “Justine” del 1980 del Marchese De Sade e l’adattamento del romanzo “Venere in pelliccia” (1986) di Sacher-Masoch… tra i titoli più noti.

“Diabolik” di Angela e Luciana Giussani in “Diabolik, chi sei?” (1968), disegni di Enzo Facciolo e Glauco Coretti

“Valentina”, celeberrimo personaggio inventato da Guido Crepax

Alla fine degli anni Sessanta l’aperto schieramento a sinistra della rivista “Linus” la rende “di tendenza” nel mondo della contestazione giovanile, tanto che si assiste ad una convergenza tra fumetto e critica sociale.
Molte sono le riviste che in quegli anni si ispirano al suo modello, come “Tommy” ed “Eureka”. Quest’ultima, diretta da Luciano Secchi (da soggettista e sceneggiatore è Max Bunker), propone, dopo un’attenta selezione, “classici” francesi, americani e fumetti dei migliori autori italiani; di grande successo “Alan Ford”, l’ubriacone “Andy Capp”, “James Bond”, “Modesty Blaise”, “Garth” ed altri. Sono presenti anche alcune rarità, “Flash Gordon” di Alex Raymond e “The Spirit” di Will Eisner (dello stesso autore la rivista pubblicherà negli anni Ottanta la versione italiana di “A Contract With God”).
Tra le riviste importanti del periodo, ritroviamo nuovamente il “Corriere dei Piccoli”, testata storica del pubblico infantile fin dal primo Novecento, la quale decide di pubblicare, oltre ad ottimi materiali francesi, il meglio degli autori italiani: da “Bilbolbul” di Attilio Mussino, il “Signor Bonaventura” di Sto (Sergio Tofano), “Marmittone” di Bruno Angoletta, il “Sor Pampurio” di Carlo Bisi, al simpatico “Pier Cloruro de’ Lambicchi” di Giovanni Manca. Tutte “macchiette” poste al centro di raccontini gustosi e aggraziati che si esauriscono in una tavola di poche vignette.
Nello stesso decennio Hugo Pratt e Dino Battaglia, i quali, come abbiamo visto avevano esordito nel secondo dopoguerra con la rivista “Asso di Picche”, sono ancora insieme con la stessa cifra stilistica, creativa e innovativa, che li contraddistingue. I due artisti diventano colonne portanti dello stesso “Corrierino”, proponendo un fumetto che cerca di sviluppare temi avventurosi per ragazzi con intelligenza e sensibilità grafica.
Pratt produce molte cose interessanti, ma il suo capolavoro resta la creazione del fascinoso e misterioso “Corto Maltese”, con avventure ricche di poesia e magia, ambientate in parti remote del mondo; ne sono un esempio gli episodi “Una ballata del mare salato” (1967), ambientato nell’Oceano Pacifico, al largo delle isole Figi e “Corte Sconta detta Arcana”, avventura che si sviluppa tra Hong Kong, Cina, Manciuria, Siberia e Mongolia.
Lo stile di Pratt possiede una carica magica e illusoria che per vari aspetti si può apparentare a quella dello scrittore argentino Jorge Luis Borges, per le simili capacità di fondere finzione e realtà, di coinvolgere il lettore in una trama di rimandi e allusioni, fitta e avvincente.

Il Fumetto In Italia Parte Prima

Prima apparizione del marinaio Maltese da “Una ballata del mare salato” (1967), la prima storia di Hugo Pratt che vede come protagonista Corto Maltese

Il raffinato Dino Battaglia, invece, inaugura un nuovo genere, quello della trasposizione a fumetti di opere letterarie. Tra le sue più belle riuscite, “La caduta della casa degli Usher”, pubblicata alla fine degli anni Sessanta sulla rivista “Linus”. Quest’opera a fumetti, tratta dall’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, mette in evidenza una tecnica grafica e una forma narrativa che rielabora, rinnovandola profondamente, la tradizionale sequenza delle vignette in uso nei comics di marca statunitense.
Oltre che con Poe, Battaglia si misurerà con Guy De Maupassant, Charles Dickens, E.T.A. Hoffmann, Adelbert Von Chamisso, Georg Büchner, Gustav Meyrink, Howard Phillips Lovecraft, M.P. Shiel, Stephen Crane, François Rabelais, Jonathan Swift, Alphonse Daudet, Carlo Gozzi, Hans Christian Andersen e i fratelli Grimm.

Il Fumetto In Italia Parte Prima

Una tavola de “La caduta della casa degli Usher” (1969) di Dino Battaglia

In questi anni, infine, ai grandi autori affermatisi nel periodo d’oro del fumetto italiano delle riviste (Crepax, Pratt, Battaglia), incomincia a far parlare di sé un altro grande maestro, anch’egli una figura cruciale per la storia del fumetto, Sergio Toppi, che nel 1975 arriva a “Linus” dal “Corriere dei Piccoli”. Come Battaglia, anche Toppi inventa un genere, rinnovando la grafica tradizionale del fumetto; egli crea storie significative intorno ai tre nuclei tematici del genere: l’avventura, la Storia e il fantastico, racchiudendo le sue narrazioni in grandi tavole senza suddivisioni in vignette.
In questo senso Toppi appare come il padre di tutta una generazione di autori italiani degli anni successivi, come Guido Buzzelli, Milo Manara, Vittorio Giardino, Attilio Micheluzzi, Lorenzo Mattotti ed altri.

Mariangela Rado