Quanto sia plausibile un Luigi Di Gianni fotografo, accanto al più noto e celebrato Di Gianni documentarista etnografico o autore di film di finzione, lo si capisce immediatamente, anche attraverso la piccola selezione d’immagini che qui viene proposta. Certo non è il frutto di una produzione intensa, sistematica, né originariamente finalizzata ad una fruizione pubblica. Si tratta prevalentemente di fotografie che Di Gianni scatta per sé, a scopo documentario, ricognitivo, funzionali alla progettazione di un film, o in assenza del mezzo di registrazione prediletto, la cinepresa. Appunti visivi, tracce estemporanee, da sviluppare magari, in seguito, in forma cinematografica, o più semplicemente conservare con noncuranza in un cassetto. Cinema e fotografia, due modalità di rappresentazione certo ontologicamente contigue, ma che in Di Gianni raramente si sovrappongono, seguendo piuttosto percorsi paralleli, dando vita a risultati spesso dissonanti, a ulteriore testimonianza di un approccio affatto univoco alla rappresentazione del mondo, che il regista ha sempre rivendicato con forza. A differenza dei fotografi demartiniani, che, con le dovute distinzioni, in ossequio alle mansioni assunte nell’ambito delle spedizioni scientifiche promosse dal grande etnografo, si manifestavano primariamente come “funzioni” asservite al lavoro documentario, Di Gianni si muove indubbiamente su un piano ideologicamente più libero, dove il piano della pura denotazione risulta appena “filtrato” dalla sapiente cultura visiva, messa invece sistematicamente in atto nelle sue esperienze cinematografiche, venate da elementi espressivi desunti più da Carl Theodor Dreyer, che non dai padri fondatori del nuovo cinema nazionale. Ma come per queste ultime, anche la fotografia di Di Gianni è profondamente legata all’elemento antropologico principale, l’uomo, che, accanto alla dimensione metafisica, magico-religiosa, costituisce una dialettica bipolare indissolubile. La presenza umana è di fatto il fulcro attorno cui ruota la visione complessiva, esistenziale, di Di Gianni, che fotograficamente non indugia mai nella “messa in forma” del mondo, ma si limita a coglierne frammenti significanti, miracolosamente manifesti ad un occhio attento, fatti di volti e di corpi, e mai di pure forme astratte. Nonostante l’amore sempre rivendicato per le poetiche espressioniste, per una forma più dialettica che pedissequa replica del reale, il Di Gianni fotografo, a giudicare dalle immagini presenti nel suo archivio, sembra più attratto da una fotografia “stradale”, dall’appunto visivo aneddotico, più vicino allo stile del trance de vie di scuola bressoniana, che alla retorica estetizzante della fotografia d’arte, o al rigore documentarista dell’etnografo. Ritroviamo i luoghi e i temi cari a Di Gianni, questo sì, il Meridione, le liturgie magico-religiose, a testimoniare la contiguità con alcuni lavori cinematografici, come nel caso del pellegrinaggio sul Pollino, delle immagini lucane e calabresi, dell’avanspettacolo, ma anche, come nel caso della serie che documenta l’arrivo dell’Armata Rossa a Praga, nell’estate del 1968, o quella realizzata in Armenia, o a Mosca, situazioni del tutto autonome a circostanze filmiche, e sviluppate in forma esclusivamente fotografica, rivelando un interesse specifico per un mezzo che, più del cinema, soggiace al diretto riscontro della realtà fenomenica. Se le modalità operative del Di Gianni cineasta documentario ricorrono spesso, con precisa consapevolezza concettuale, alla ricostruzione del fatto rappresentato, in cui realtà e finzione scenica, seppur rigorosamente disciplinata, concorrono a trasmettere precisi e ponderati messaggi storico-didattici, le sue fotografie fanno i conti direttamente con la realtà, senza mediazioni, né formali, né concettuali, sono impronte, calchi, nella più schietta tradizione foto giornalistica, prive di qualunque retorica o autocelebrazione. Per questo, se è vero che non vogliamo qui celebrare un Di Gianni autore-fotografo, magari attribuendogli d’ufficio velleità artistiche mai rivendicate – sarebbe una palese forzatura – sveliamo con piacere una faccia inedita, complementare alla sua attività primaria, da intendersi come testimonianza di una passione intima, privata, che oggi qui, in omaggio ad una lunga e luminosa carriera, diventa eccezionalmente pubblica.

 

Claudio Domini