Tratto dal romanzo omonimo di F. Kafka

Sceneggiatura di Luigi Di Gianni

SCENA 84:

INTERNO – NOTTE – CORRIDOIO ALBERGO DEI SIGNORI

Il portone si apre e la m.d.p. precede dall’interno l’inserviente, Gerstacker e K., che s’inoltrano nel lungo “corridoio basso, un po’ inclinato”. Il corridoio è illuminato da forti lampade elettriche e l’inserviente s’affretta a spegnere la lanterna.

Brusii, conversazioni indistinte, qualcuno che detta una lettera, acciottolio di piatti, tintinnio di bicchieri, colpi di martello…

Notiamo ai lati del corridoio le porte delle stanze, una dopo l’altra, a pochissima distanza, che quasi si toccano. Le pareti sono interrotte, non arrivano al soffitto, forse per dare aria alle camere.
Il corridoio sembra non avere mai fine…
Davanti ad una porta, identica alle altre, notiamo seduto su uno sgabello un signore alto, magro, pallido, che indossa una pelliccia scura sotto la quale appare la camicia da notte. La porta è socchiusa. L’uomo legge distrattamente un giornale, sbadigliando. L’inserviente si ferma un attimo e mormora, a voce molto bassa.

Inserviente: E’ Pinzganer…

Gerstacker (scuotendo il capo con un certo stupore): Da un pezzo non veniva in paese.

Inserviente: Già… da un pezzo…

I tre, sempre preceduti in carrello, s’inoltrano ancora nell’interminabile corridoio… presso una porta, anche questa come le altre, l’inserviente si ferma e blocca gli altri due.

Inserviente: E’ qui che abita Erlanger.

Poi l’inserviente con un semplice cenno della mano chiede a K. di curvarsi un po’ e con estrema agilità sale sulle sue spalle, per poter guardare al di sopra del muro nella stanza. Poi si volge verso i due uomini.

Inserviente (ridiscendendo lestamente): E’ coricato sul letto… vestito di tutto punto, ma mi pare che sonnecchi. A volte qui in paese lo coglie la stanchezza, per via del cambiamento di aria. Bisognerà aspettare. Quando si sveglierà suonerà il campanello. Ma gli è già accaduto di dormire per tutto il tempo del suo soggiorno nel villaggio e di dover partire immediatamente per il Castello al risveglio… già, il lavoro che svolge qui è facoltativo…

Gerstacker (sospirando): Ormai è meglio che dorma sino alla fine… perché se quando si sveglia gli resta un po’ di tempo per lavorare è molto seccato di aver dormito e cerca di sbrigare ogni cosa in fretta e non c’è quasi tempo di parlare.

Inserviente (sbadigliando): Lei viene per l’aggiudicazione dei trasporti per il fabbricato nuovo?

Gerstacker fa cenno di sì con il capo, poi con aria circospetta, lanciando uno sguardo “non tranquillo” a K., prende per il braccio l’inserviente e lo tira in disparte, cominciando a parlargli a bassa voce… l’inserviente lascia fare senza dargli troppa retta. La m.d.p. stringe su K. isolandolo. K. si guarda intorno, cogliamo in lui un’improvvisa espressione di stupore…

In soggettiva vediamo più in là, ad una svolta nel corridoio, Frieda con in mano un vassoio. La ragazza è appoggiata al muro e mostra indifferenza…
K. raggiunge l’inserviente che sta ascoltando Gerstacker.

K.: Torno subito…

L’inserviente ha uno sguardo vuoto, fa un impercettibile segno con il capo. La camera accompagna K. che corre verso Frieda, la afferra per le spalle e la fissa negli occhi, come per riprender possesso di lei, ma la ragazza non abbandona il suo atteggiamento distrutto e, abbassando lo sguardo sul vassoio, si occupa di cambiar posto ad alcune stoviglie… poi si rivolge a K.

Frieda (con voce dura): Che vuoi da me? Vai dalle… sai bene come si chiamano, vieni appunto di lì, te lo leggo in faccia…

K. (cercando di cambiare discorso): Credevo che tu fossi alla mescita…

Frieda lo guarda stupita… gli passa dolcemente una mano sulla fronte e sulla guancia, come se volesse richiamare alla mente i suoi lineamenti. Ha ora gli occhi velati, assorti, come se cercasse di penetrare in un ricordo lontano. Parla con lentezza ripercorrendo un suo itinerario “sottile”…

Frieda: Mi rimetteranno alla mescita. Il lavoro che faccio adesso, provvisoriamente, non è adatto a me… chiunque può sostituirmi, basta saper preparare i letti, esser gentili con i clienti e sopportare le loro impertinenze, anzi provocarle, non ci vuole altro per fare la cameriera. Ma nella mescita è un’altra cosa. Adesso ho altre protezioni e il locandiere ne era felicissimo, così gli è stato più facile riassumermi. Anzi hanno dovuto insistere in parecchi per farmi accettare… ma alla fine ho ceduto. Solo che Pepi ha chiesto di non infliggerle la vergogna di metterla fuori dalla mescita su due piedi, e, siccome ha lavorato bene, le abbiamo accordato un rinvio di ventiquattro ore.

K. (tagliando corto): Benissimo… ma tu hai lasciato la mescita per seguirmi, e ci vuoi tornare ora alla vigilia del matrimonio?

Frieda (con durezza, senza esitazione): Non ci sarà nessun matrimonio.

K. (dopo un attimo di esitazione): Perché ti sono stato infedele?

Frieda (abbassando lo sguardo): Si…

K.: Vedi, Frieda, di questa pretesa infedeltà abbiamo parlato spesso, e ogni volta hai dovuto ammettere che si trattava di un sospetto ingiusto. Da allora nulla è cambiato. La cosa è rimasta innocente com’era e come resterà sempre. Dunque il mutamento… deve essere avvenuto in te, chissà che cosa ti hanno insinuato. Ad ogni modo… pensaci un momento… quali sono i miei rapporti con quelle due ragazze? La bruna, Amalia, e mi dispiace dover entrare in particolari per difendermi, non mi è meno sgradevole che a te… se posso, me ne tengo lontano, e quella mi facilita il compito… è così contegnosa…

Frieda (con aria offesa e astiosa): Ma sì… chiamala contegnosa adesso. E’ la più spudorata di tutto il paese e tu la trovi contegnosa, e non fingi, lo so. L’ostessa del Ponte dice di te: “Mi è insopportabile, ma non lo posso abbandonare, come si fa, con uno come lui? E’ come un bambinetto, ancora incauto nel cammino, che si avventura chissà dove…”

K. (sorridendo): Dalle retta, per questa volta… ma di quella ragazza contegnosa o spudorata che sia, non ne voglio sapere…

Frieda (puntigliosa): Ma perché hai detto che è contegnosa? L’hai messa alla prova, oppure intendi con ciò avvilire le altre ragazze?

K. (conciliante): Né una cosa, né l’altra. L’ho chiamata così per riconoscenza, perché lascia che io la trascuri, e mi permette in questo modo di poter frequentare la sua casa; sai che ci devo andare per il nostro avvenire comune… e perciò debbo anche parlare con la sorella di cui ammiro la forza e l’abnegazione, ma che davvero non saprei trovare affascinante…

Frieda (con stizza): I domestici non sono della tua stessa opinione…

K.: Né in questa né in altre cose. Vorresti davvero dai loro gusti provare la mia colpevolezza?

Frieda (lasciandosi trascinare per un braccio da K. ma ancora risentita): Tu non sai che cosa sia la fedeltà… il tuo contegno con le ragazze Barnaba non è l’essenziale… che tu frequenti quella famiglia, che tu ritorni con gli abiti impregnati dell’odore di quella stanza, è per me già un insulto che non posso sopportare… e scappi via dalla scuola senza dirmi niente. E resti da loro mezza nottata. E fai dire da quelle ragazze che non ci sei, e te la svigni di nascosto, per vie traverse, per non farti vedere… no! Non parliamone più.

K. (teso, inquieto): Sì, non parliamone più. Sai bene perché sono costretto ad andarci. Non mi è facile, ma mi faccio forza. Non rendermi il compito più pesante. Oggi volevo solo chiedere di Barnaba, che doveva portarmi una ambasciata importante. Non c’era ancora, e mi hanno assicurato che sarebbe rientrato da un momento all’altro. Non volevo farlo venire a scuola, temevo che la sua visita ti importunasse. Sono passate le ore, ma invece di Barnaba, è venuto qualcuno che io non posso sopportare, e allora sono passato per l’orto, non per nascondermi, ma per coglierlo di sorpresa, perché mi stava spiando, e dargliele di santa ragione… non c’è altro da dire, ma piuttosto… dimmi tu, vuoi spiegarmi la storia dei due aiutanti? Confronta i tuoi rapporti con loro e quelli tra me e la famiglia Barnaba… perché io vado da quella gente solo nell’interesse della nostra causa, e anzi, a volte mi sembra quasi di agire male, di sfruttarli, ma tu e gli aiutanti, invece. Dicevi che ti insidiavano, e hai pure confessato che in qualche modo esercitavano su di te un’attrattiva. Io non mi sono adirato, ho capito che sono in gioco forza e che non li puoi dominare, ero felice che almeno mi difendessi però, e ti ho dato manforte, e ora, solo perché per un paio d’ore ho allentato la sorveglianza fidandomi della tua fedeltà, e perché quel Geremia ha avuto la sfacciataggine di avvicinarsi alla finestra dopo che era stato messo in fuga insieme con il suo compare, ecco che ti debbo perdere, Frieda… e debbo anche sentirmi dire: non ci sarà nessun matrimonio. Toccherebbe a me e non lo faccio, rivolgerti dei rimproveri…

Adesso K., non riuscendo a sbloccare il mutismo e la passività di Frieda lascia la presa, rimane un momento assorto, poi si guarda attorno come a cercare un nuovo “argomento” e si rivolge ancora a Frieda…

K. (manifestando una certa stanchezza): E’ da mezzogiorno che non prendo cibo, Frieda… potrei avere qualcosa da mangiare?

Frieda fa un cenno di assenso con il capo e, finalmente rinfrancata, si allontana rapidamente per il corridoio, accompagnata dalla m.d.p., e raggiunge l’imbocco di una breve scalinata che porta ad un altro corridoio laterale. Frieda si avvia per le scale, mentre entra in campo K., che la segue un attimo con lo sguardo. Poi la camera lo accompagna mentre ritorna sui suoi passi. K. di spalle all’obbiettivo nota sul fondo, ancora confabulanti, l’inserviente e Gerstacker.

Si odono dei passi…

K. si volge di nuovo in favore della m.d.p. e guarda dall’altra parte del corridoio: la camera ruota dietro le sue spalle e coglie Frieda che ritorna con un piatto e una bottiglia di vino. La m.d.p. carrella lentamente e coglie i due personaggi di profilo, uno di fronte all’altro, stringe sui due. K. si impossessa del piatto: c’è del pane e dell’affettato (più che altro i resti di un pasto) e prende anche la bottiglia per tre quarti vuota, si accomoda per terra, cominciando a mangiare con appetito, in una posizione estremamente scomoda.

Il Castello - Sedicesima Parte

“Il portone si apre e la m.d.p. precede dall’interno l’inserviente, Gerstacker e K., che s’inoltrano nel lungo “corridoio basso, un po’ inclinato”. Il corridoio è illuminato da forti lampade elettriche e l’inserviente s’affretta a spegnere la lanterna.” – Illustrazione di Michele Barbaro

K.: Sei andata in cucina?

Frieda (raccogliendo il vassoio): No, in camera mia, è qui vicino…

K. (smettendo di mangiare): Potevamo andare là… su, andiamo, così sto seduto mentre mangio.

Frieda (bloccandolo con un cenno della mano): Ti porto una seggiola.

K. (trattenendo la ragazza per un braccio): Non andrò in camera tua e non ho bisogno di sedermi…

Frieda (stizzita): Ebbene sì, c’è lui, non te l’aspettavi? E’ coricato nel mio letto, ha preso freddo fuori, trema tutto e non ha quasi mangiato… in fondo è unicamente colpa tua, se tu non avessi scacciato gli assistenti, se non fossi corso dietro a quella gente, a quest’ora saremmo lì tranquilli nella nostra scuola… tu solo hai distrutto la nostra felicità! Credi che Geremia avrebbe osato portarmi via finché era in servizio? Tu ignori i nostri ordinamenti. Geremia voleva venire da me, si tormentava, mi spiava, ma non era che un gioco, come quello di un cane affamato che non osa saltare sulla tavola. E per me era la stessa cosa. Egli mi attirava, è un compagno d’infanzia, giocavamo insieme sulla collina del Castello. Tutto questo però contava poco, finché Geremia era legato al servizio, perché io conoscevo il mio dovere di tua futura moglie. Ma tu, invece, hai licenziato gli aiutanti e te ne compiaci come se avessi fatto qualcosa per me. Sarà pure vero, in un certo senso. Con Arturo ci sei riuscito, lui è delicato, non ha la passione di Geremia, e poi quella volta lo hai quasi accoppato coi tuoi pugni: fu un duro colpo anche alla nostra felicità. E’ corso al Castello per querelarti… ma Geremia mi è rimasto accanto. Venne e mi prese… abbandonata da te, dominata da lui, un vecchio amico, come potevo resistere? Non aprii neanche la porta. Lui sfondò la finestra e mi fece uscire. Riparammo qui… il locandiere ha molta stima per Geremia e i clienti non possono desiderare di meglio che un cameriere come lui. Così fummo assunti… abbiamo una stanza in comune. Non gli ho offerto io ospitalità…

K.: Nonostante tutto, non rimpiango di aver mandato via gli aiutanti. Se la situazione era come tu la descrivi, e cioè la tua fedeltà dipendeva solo dai loro obblighi professionali, è molto meglio che tutto sia finito. La nostra felicità coniugale tra quelle due bestie feroci, che filano dritto solo a frustate, non sarebbe stata molto grande. E sono, quindi, grato anche alla famiglia Barnaba che, senza volerlo, ha contribuito a dividerci. Dunque, tutto sarebbe a posto… e potremmo dirci addio. Tu ritorni dal signor Geremia, che forse è ancora raffreddato dopo il lungo soggiorno in giardino e ha bisogno delle tue cure e io me ne ritorno nella scuola, solo soletto, oppure, giacché senza di te non ho nulla da fare laggiù, vado in qualche altro posto dove mi accolgano bene. Però ho qualche dubbio su quanto hai detto. Io, di Geremia, ho proprio l’impressione opposta. Finché è rimasto in servizio t’è stato dietro e non credo che alla lunga il dovere l’avrebbe trattenuto dall’assalirti seriamente… ma ora… scusami ma la penso così: da quando hai cessato di essere la fidanzata del Padrone, tu non lo attrai più come prima. Hai un bell’essere la sua amica d’infanzia, ma non credo che questi rapporti sentimentali abbiano molto valore per lui… e non so perché tu gli attribuisca un carattere passionale; mi pare invece di indole piuttosto fredda. Per incarico di Galater, deve svolgere nei miei riguardi una missione abbastanza ostile, e si sforza di eseguirla, con zelo, lo ammetto… essa comporta anche la distruzione del nostro legame; ha tentato in vari modi, prima con le sue bramosie, poi con l’aiuto dell’ostessa, facendoti credere che io ti tradivo… l’intrigo è riuscito non c’è che dire, una reminiscenza di Klamm, che aleggia intorno a lui, può aver contribuito al successo. Ha perso il posto è vero, quando non ne aveva più bisogno, e adesso raccoglie i frutti del suo lavoro. Magari si sente stanco, preferirebbe essere al posto di Arturo che non ha sporto alcuna querela, ma è andato a raccogliere elogi e nuove missioni. Provvedere per te è un penoso dovere, anche se come antica amante di Klamm ti rispetta, e gli procura una certa soddisfazione stabilirsi in camera tua e sentirsi un piccolo Klamm. Intanto gli sei utile, perché gli curi il raffreddore…

Frieda (serrando i pugni): Come lo calunni!

K.: Ma no, non lo voglio calunniare. Del resto, forse sono ingiusto. Quel che ho detto di lui non è poi così evidente, si può anche interpretare in altro modo. Ma calunniarlo? Potrei farlo solo allo scopo di lottare contro il tuo amore per lui, nessuno potrebbe farmene una colpa; grazie a colui che gli ha affidato quella missione, egli ha un tale vantaggio su di me che io dovendo contare sulla mie sole forze, avrei ben diritto di calunniarlo almeno un poco, non ti pare? Ma è inutile che ti parli male di lui, perché tu tanto non lo ami, credi soltanto di amarlo, e mi sarai grata se ti libererò di quell’illusione. Vedi, se qualcuno voleva staccarti da me, senza violenze, doveva necessariamente ricorrere ai due aiutanti. Bravi ragazzi, in apparenza, fanfaroni, allegri, incoscienti, discesi dall’alto, dal Castello, e qualche ricordo d’infanzia che non guasta. Ma insieme molto attraenti, tanto più che io sono il contrario di tutto ciò, e non faccio che correre per affari che non capisci bene, che ti irritano anzi, e che mi obbligano a frequentare gente che tu detesti. Ogni legame ha i suoi difetti, figuriamoci il nostro. Siamo venuti uno verso l’altro da due mondi diversi… e poi tu sei stata strappata a Klamm e io non so misurare l’importanza di questa separazione, ma un po’ alla volta me ne vado facendo un’idea… e io, anche se ero sempre pronto ad accoglierti, non sempre ero presente; e quando ero presente, tu a volte eri prigioniera dei tuoi sogni o di cose più vive come l’ostessa del Ponte. Ora torna in te, riprenditi. Se anche hai creduto che gli aiutanti fossero inviati da Klamm, ma invece li ha mandati Galater, e se con l’aiuto di queste illusioni hanno saputo ammaliarti al punto che persino nella loro sporcizia e nella loro lascivia t’è parso di trovare una traccia di Klamm, sono pur sempre simili a garzoni di stalla, senza essere altrettanto robusti, e un po’ d’aria fresca li costringe a mettersi a letto… e magari il letto lo sanno scegliere con astuzia di stallieri…

Frieda (con mestizia ma nello stesso tempo con dolcezza): Se quella notte fossimo andati via subito, ora saremmo al sicuro in qualche posto, sempre insieme. Come ho bisogno di averti vicino! Come mi sento abbandonata, da quando ti conosco, se tu non mi stai accanto!

Geremia: Frieda!

K. e Frieda si volgono… la m.d.p. rapidamente carrella e li inquadra di nuovo in favore mentre guardano verso il corridoio…
In soggettiva scorgiamo Geremia che si affaccia dal corridoio laterale; indossa una lunga camicia ed è avvolto in uno scialle femminile. La camera stringe su di lui. Ha i capelli scarmigliati, gli occhi sgranati e imploranti, le guance arrossate dalla febbre, molli e cascanti…

Geremia: Frieda…

La m.d.p. è di nuovo su K. e Frieda. Frieda corre verso Geremia accompagnata dalla camera che esclude K. e lo raggiunge. Frieda cerca di ricoprire alla meglio l’uomo e fa per ricondurlo alla stanza, ma solo allora, Geremia sembra accorgersi di K.

Geremia: Ah, il signor agrimensore! Perdoni il disturbo, ma non sto affatto bene… credo di avere la febbre, ho bisogno di una tazza di tè, che mi faccia sudare. Quella maledetta cancellata della scuola me la ricorderò per un pezzo… e col raffreddore addosso ho dovuto pure andare in giro di notte! Ma lei, signor agrimensore, non si incomodi per me, venga nella nostra stanza, visiterà me infermo e intanto dirà a Frieda quanto deve ancora comunicarle… io me ne starò zitto e tranquillo.

Frieda (cercando di tirar via per il braccio Geremia): Basta… basta… ha la febbre e non sa quello che dice… ti prego, K., non venire! E’ la camera mia e di Geremia, anzi è la mia soltanto… e ti proibisco di entrarci.

Frieda e Geremia sono abbracciati. Quest’ultimo, pur tremando per la febbre, ride soddisfatto e si avvinghia alle spalle della ragazza facendo grandi cenni d’assenso con il capo.

Frieda (accanendosi rabbiosa, con voce strozzata): Tu mi perseguiti, K., ah, perché mi perseguiti? Mai ritornerò da te… tremo solo a pensarci. Vattene dalle due ragazze! Forse per l’una ti toccherà venire un po’ alle mani con i domestici, ma quanto all’altra, non c’è nessuno, né in cielo né in terra, che te la contenda. Non dire nulla, si sa, tu puoi confutare ogni cosa, ma in fin dei conti le tue confutazioni non contano nulla. Figurati, Geremia, ha negato tutto… ma che importa? Quello che mi importa ora è di curare te, caro Geremia, finché tu stia di nuovo bene, come una volta, prima che il signor agrimensore ti tormentasse a causa mia.

Geremia (baciato sulla guancia e sulla nuca da Frieda): Dunque, non viene, signor agrimensore!

Frieda trascina via l’ex assistente. La m.d.p. accompagna i due per la breve scalinata. Si nota sul fondo una porticina più bassa delle altre… Geremia e Frieda debbono chinarsi per entrare; dall’interno filtra una luce chiara e calda.

Frieda: Su, mettiti a letto ora, amore mio…

La porta si chiude.

La camera panoramica su K. che ha seguito la scena dall’imbocco della scalinata. Allontana lo sguardo dalla stanza di Frieda e fa qualche passo nel corridoio centrale. Silenzio assoluto.

VOCE NARRANTE: I signori dunque avevano preso sonno. Anche K. era molto stanco; forse per quel motivo non aveva tenuto testa a Geremia così come avrebbe dovuto. Sarebbe stato più saggio, forse, seguire l’esempio dell’aiutante, che esagerava in modo evidente la propria indisposizione, ostentare come lui la sua stanchezza estrema, buttarsi lì a terra nel corridoio, sonnecchiare un poco e poi, magari, farsi anche curare. Però l’esito sarebbe stato meno favorevole che per Geremia, che in quella gara per destare pietà avrebbe vinto di sicuro, forse a buon diritto.

In soggettiva di K. esploriamo il lungo corridoio centrale vuoto, deserto. Poi il corridoio secondario laterale, altrettanto deserto… la m.d.p. infine coglie K. che si aggira nel corridoio, sostando, incerto, davanti a varie porte… la camera stringe sull’uomo, notiamo la sua espressione estremamente stanca, si muove ora quasi strisciando lungo le pareti… la visuale si allarga scoprendo la lunghezza ossessiva del corridoio…
K. inciampa nel vassoio di Frieda per terra, si china… la m.d.p. carrella nuovamente su di lui che nota nel vassoio una caraffa contenente probabilmente alcolici. Prende la caraffa, l’annusa, poi beve vuotando la bottiglia… si guarda intorno, prova a chiamare… ma a voce bassissima…

K.: Gerstacker!

Ci rinunzia. Adesso K. scruta di nuovo tutti gli usci nella speranza di trovare la stanza che cerca… è estremamente incerto e confuso. La camera lentamente l’accompagna in ferrovia… in una specie di interminabile viaggio…

VOCE NARRANTE: K. varcò la camera del funzionario, ma, siccome tutti gli usci erano eguali e l’inserviente e Gerstacker non si vedevano più, non la trovò. Credeva però di ricordarne l’ubicazione, e pensò di aprire una porta che gli sembrava quella giusta. Il tentativo non poteva essere tanto pericoloso: se era la camera di Erlanger avrebbe avuto una buona accoglienza, se era la camera di un altro poteva pur sempre chiedere scusa e ritirarsi, se poi l’ospite dormiva, la visita sarebbe passata inosservata; guai però se la stanza fosse stata vuota, perché allora difficilmente avrebbe resistito alla tentazione di mettersi a letto e di dormire senza fine.

K. guarda ancora una volta a destra e a sinistra lungo il corridoio, nella speranza di vedere qualcuno o qualcosa che lo illumini. Poi si decide, si ferma presso una porta e si mette ad origliare. Infine passa con estrema leggerezza… e apre la porta con cautela. La m.d.p. rapidamente carrella sulle sue spalle: K. rimane immobile.

Silenzio assoluto.

Si ode poi un piccolo grido.

FINE SEDICESIMA PARTE

Luigi Di Gianni

Il Castello - Sedicesima Parte