Tratto dal romanzo omonimo di F. Kafka

Sceneggiatura di Luigi Di Gianni

SCENA 81:

ESTERNO – NOTTE – IN PROSSIMITA’ DELLA CASA DI BARNABA

Vediamo K. scavalcare il muretto dell’orto e guardarsi intorno. La m.d.p. segue il suo sguardo e scopre di spalle l’assistente che con la lanterna cerca di spiare attraverso la finestra della casa di Barnaba. K. entra in campo e si avvicina all’assistente, poi lo colpisce sulla gamba con la bacchetta di giunco che gli ha dato Olga per provare la sua flessibilità…

K.: Che cerchi?

L’assistente si gira di scatto verso K., tuttavia senza scomporsi troppo, ora è in favore dell’obbiettivo e notiamo notevoli segni di invecchiamento; l’uomo appare più stanco, più grinzoso, il viso come inflaccidito. Si muove incontro a K. con passo claudicante… K. è di spalle… la camera gli ruota intorno prendendolo frontalmente, e stringe su di lui…

K. (stupefatto): Chi sei?

Assistente (con sorriso ambiguo): Non mi hai riconosciuto? Geremia, il tuo vecchio aiutante…

K. (perplesso): Ah… ma sei molto cambiato…

Geremia: Già… perché sono solo… quando sono solo, addio spensierata giovinezza…

K. (incredulo): E dov’è Arturo?

Geremia (con aria furbesca): Arturo… il tesoruccio? Ha lasciato il servizio. A dire il vero sei stato un po’ duro e brutale con noi… e quell’anima delicata non ha potuto reggere. E’ tornato al Castello e ti ha dato querela…

K. (interdetto): E tu?

Geremia (con “importanza”): Io sono qui. Arturo a sporto querela anche a nome mio…

K. (sorridendo poco convinto): E di che cosa mi accusate?

Geremia (stizzito e lamentoso): Di non capire mai gli scherzi. Che ti abbiamo fatto? Un po’ riso, un po’ stuzzicato la tua fidanzata… ma tutto per ordini superiori. Quando Galater ci ha mandato da te…

K.: Galater?

Geremia: Si, Galater… in quel periodo sostituiva Klamm. Quando ci mandò da te disse, mene ricordo bene: “Voi andate dall’agrimensore, come suoi assistenti”. Noi supplicammo: “Ma non sappiamo niente di agrimensura…”, e lui: “Questo non ha importanza, in caso di bisogno sarà lui stesso ad insegnarvi qualcosa… l’essenziale è che lo teniate un po’ allegro. A quanto mi dicono prende tutto molto sul serio. E’ arrivato adesso in paese e gli sembra… gli sembra una cosa straordinaria, mentre invece è una cosa da niente. Dovete farglielo capire”.

K.: Bene… Galater aveva ragione… e voi avete eseguito l’ordine!

Geremia (diventando aggressivo): Credo che in così poco tempo non fosse possibile. Tu però sei stato un villano e perciò ti abbiamo querelato. Non capisco come mai tu, che sei un impiegato come noi, e neanche impiegato del Castello, non sappia renderti conto che il nostro servizio è molto duro, e che è ingiusto, perfido e quasi puerile rendere così gravoso il compito a chi lavora. Mi hai lasciato a gelare su quella cancellata senza il minimo riguardo. Hai mezzo accoppato il povero Arturo sul pagliericcio per un nonnulla… e così via, mi hai fatto correre nella neve per tutto un pomeriggio. Non ho più vent’anni! Che diamine!…

K. (con calma e franchezza): Caro Geremia, hai perfettamente ragione, ma tutto questo dovresti dirlo a Galater. Io non vi avevo richiesto e nulla mi vietava di licenziarvi, con le buone o con le cattive, come voi avreste preferito… del resto, quando siete venuti da me, perché non mi avete subito parlato francamente come hai fatto ora?

Geremia (con secchezza): Perché ero in servizio, è naturale…

K.: E adesso non sei più in servizio?

Geremia (drastico): Non più. Arturo s’è licenziato al Castello, e ad ogni modo è in corso la procedura che ci libererà definitivamente dal servizio.

K. (con una certa ironia): Ma sei venuto a cercarmi come se fossi ancora un mio dipendente…

Geremia: No, ti cercavo solo per rassicurare Frieda… quando tu l’hai abbandonata per la ragazza Barnaba lei era desolata, e non tanto per la tua perdita, quanto per il tuo tradimento, anche se da tempo sapeva che sarebbe finita così. L’ho vista che piangeva… là, dalla finestra dell’aula… allora sono entrato e ci siamo messi d’accordo. Io sono cameriere dell’albergo dei Signori, almeno finché non è risolta la mia questione al Castello e Frieda è ritornata alla mescita. E’ molto meglio per lei. Sposarti sarebbe stata una pazzia, e d’altronde non hai saputo apprezzare il sacrificio che faceva per te. Ma quella cara ragazza ha ancora degli scrupoli, temeva che tu fossi accusato a torto e che forse non eri in casa di Barnaba. Dunque ho voluto sincerarmene per questo, e non solo ti ho trovato, ma ho anche potuto vedere come le ragazze ti obbediscono ciecamente, soprattutto la bruna, che ti difende come una tigre. Ad ogni modo era inutile che tu te la svignassi attraverso l’orto accanto, conosco benissimo quel passaggio…

K. rimane assorto nei suoi pensieri.

VOCE NARRANTE: Ciò che si poteva prevedere, ma non impedire, era dunque avvenuto: Frieda l’aveva lasciato. Forse non definitivamente, si poteva riconquistare: gli estranei, soprattutto quei due assistenti, avevano un grande ascendente su di lei, ma K. le sarebbe comparso davanti, le avrebbe ricordato tutto ciò che parlava in suo favore, ed ella sarebbe tornata da lui dolente e pentita, soprattutto se fosse riuscito a giustificare la visita alle sorelle Barnaba con un risultato conseguito per mezzo loro. Ma, nonostante tutto, K. non si sentiva tranquillo… poco prima si era vantato con Olga della devozione di Frieda, l’aveva chiamata il suo unico sostegno, ed ecco che questo sostegno si dimostrava poco solido. Per portargli via Frieda era bastato quel Geremia, così poco attraente (quella carne che a volte dava l’impressione di non essere veramente viva)…

K. si scuote dal suo torpore e guarda verso il fondo, cogliendo l’assistente che si allontana zoppicando…

K.: Geremia! Voglio parlarti chiaro. Non siamo più nel rapporto di padrone e servitore, e me ne rallegro… guarda questa verga, era destinata a te e la spezzo qui, sotto i tuoi occhi, perché non per paura avevo fatto il giro dell’orto, ma per sorprenderti e darti una bella lezione. Bene… non pensiamoci più… in fondo, se fossi stato un semplice conoscente, ci saremmo intesi benissimo. E ora cerchiamo di recuperare il tempo perduto.

Geremia (con tono cialtronesco): Credi? Potrei certo spiegarti meglio le cose… ma ho premura, debbo andare da Frieda che m’aspetta, povera bambina… non è ancora entrata in servizio. Il locandiere le ha concesso un periodo di riposo, anche se lei voleva subito lavorare, forse per dimenticare… e questo breve riposo, almeno, lo vogliamo passare insieme. Prima ti consideravo importante, ma solo per la mia missione presso di te, ora mi sei del tutto indifferente. E che tu spezzi la verga con la quale volevi colpirmi non mi commuove, mi fa solo ricordare di aver avuto un padrone brutale…

K. (aggressivo): Tu mi parli come se fossi certissimo che non avrai più nulla da temere da me. Ma non è così… tu non hai in mano nessuna dichiarazione scritta. Il procedimento è solo iniziato, e se l’esito sarà cattivo per te non ti sarai certo guadagnato la buona grazia del padrone, e forse ho fatto male a spezzare la verga. Tu ti sei portato via Frieda, cosa di cui sei tronfio come un tacchino, ma ti garantisco che basterebbero due parole a Frieda per far piazza pulita delle tue menzogne. Solo le tue menzogne possono averla staccata da me…

Geremia (spavaldo): Queste minacce non mi spaventano… tu non mi vuoi al tuo servizio, mi temi come aiutante. Tu hai paura degli aiutanti!

K.: Può anche darsi. Giacché vedo che il mestiere di assistente ti va poco a genio, sarà per me un godimento doppio importelo, nonostante il terrore che mi ispiri.

Geremia: Credi di farmi paura?

K.: Ma certo, un po’ di paura ce l’hai, se no saresti già tornato da Frieda. Dimmi, le vuoi bene?

Geremia (con aria soddisfatta): Se le voglio bene? E’ una brava ragazza, intelligente e per di più ex amica di Klamm, quindi rispettabile da tutti i punti di vista. E giacché mi prega di liberarla da te, perché non dovrei farlo, tanto più che ti sei consolato subito con quelle maledette ragazze Barnaba?

K. (afferrando rabbioso per un braccio Geremia): Ah, ecco che salta fuori la paura! Tu cerchi di abbindolarmi. Frieda chiedeva una cosa sola, che io la liberassi dai due assistenti in cui s’era scatenata una lubricità bestiale; purtroppo non ho fatto in tempo, ed eccone le conseguenze…

Si ode una voce fuori campo…

Barnaba: Signor agrimensore! Signor agrimensore!…

K. si volge. Gli si avvicina di corsa Barnaba, mentre Geremia rimane escluso dal quadro. Barnaba è senza fiato, fa un grande inchino a K.

Barnaba: … Sono riuscito…

K. (fissandolo ansioso): A fare che cosa sei riuscito? Hai presentato finalmente la mia richiesta a Klamm?

Barnaba (emozionato, parlando in fretta e mangiandosi le parole): Non è stato possibile. Sono rimasto tutto… il giorno in attesa vicino al… al leggio, tanto che uno scri… uno scrivano al quale coprivo la luce, mi ha cacciato… via… ho anche alzato… la mano, quando Klamm guardava dalla mia parte, anche se… è vietato. Alla fine sono rimasto l’ultimo negli uffici… e siccome… siccome non mi… muovevo, un inserviente mi ha messo alla porta con la scopa…

K. (scuotendo scetticamente il capo): A che mi giova tutto questo tuo zelo, se non ho nessun successo?

Barnaba (supplicando K. di ascoltarlo): Ma ho avuto… successo. Uscendo dal mio ufficio vedo un signore venire verso di me… lentamen… lentamente… dai corridoi. Era già tardi, decisi quindi di aspettarlo… era Erlanger, uno dei primi segretari di Klamm. Un ometto… piccolo… che zoppica leggermente… è celebre per la sua memoria e per la conoscenza degli uomini. Corruga appena le sopracciglia, gli basta per riconoscere chiunque. Non sei Barnaba? – mi dice –… tu conosci l’agrimensore, vero? Capiti a proposito – io vado all’albergo dei Signori, dì lui che venga a cerarmi là… occupo la stanza n° 15. Bisogna che venga subito, ho solo due o tre colloqui e alle cinque del mattino devo ripartire… digli che mi preme molto parlargli.

K. si guarda intorno inquieto. Velocemente Geremia si avvia col suo passo claudicante lungo la via. K. ora è teso, preoccupato.

Barnaba: Ma che cosa fa Geremia?

K.: Vuole arrivare da Erlanger prima di me…

K. si lancia improvvisamente all’inseguimento di Geremia, lo raggiunge e lo afferra per un braccio…

K.: E’ la nostalgia di Frieda, eh, che ti ha preso improvvisamente? La sento anch’io, quindi possiamo andarci insieme…

Il Castello - Quindicesima Parte

“La m.d.p. inquadra la facciata dell’albergo dei Signori. Notiamo un gruppetto di uomini in attesa, alcuni portano delle lanterne che permettono di intravedere qualcosa nel buio della notte e di riconoscere alcuni visi.” – Illustrazione di Michele Barbaro

SCENA 82:

ESTERNO – NOTTE – ALBERGO DEI SIGNORI

La m.d.p. inquadra la facciata dell’albergo dei Signori. Notiamo un gruppetto di uomini in attesa, alcuni portano delle lanterne che permettono di intravedere qualcosa nel buio della notte e di riconoscere alcuni visi.
K. entra in campo di spalle, e dietro di lui Geremia che ne approfitta per svincolarsi da una parte.
K. si avvicina al gruppo, si ferma un attimo a guardarsi intorno fra la gente…

K. riconosce fra gli altri il carrettiere Gerstacker…

Gerstacker (alzando la lanterna verso K.): Sei ancora in paese…

K.: Si, mi ci sono stabilito, per sempre…

Gerstacker: A me poi non importa nulla…

K.: Ascolta!

Gerstacker: Sì?

K.: Che cosa fa qui questa gente?

Gerstacker: Aspettiamo Erlanger… è già arrivato in realtà, ma deve parlare con Momus prima, poi ci riceverà. Si sta discutendo dell’obbligo di far aspettare la gente fuori dall’albergo, nella neve… è una grande mancanza di riguardo… è notte e passano le ore. Ma la colpa non è di Erlanger, lui è una persona molto cortese. E’ la locandiera che vuole fare la gran signora e non tollera che entrino troppe persone insieme nell’albergo… se non se ne può fare a meno – dice – se debbono proprio venire… che entrino uno alla volta…

K.: E’ stato sempre così?

Gerstacker: No… prima la gente aspettava nel corridoio, poi è passata al vestibolo, infine nella sala di mescita… e per ultimo in strada.

K.: E adesso che cosa si pensa di fare?

Gerstacker (con rassegnazione): Il desiderio dell’ostessa, che è condiviso un po’ da tutti, è che si costruisca di fronte all’albergo un edificio dove far attendere il pubblico. L’ostessa avrebbe preferito addirittura che anche le udienze e gli interrogatori si svolgessero fuori dall’albergo… l’ostessa, con il suo zelo “sottilmente femminile” esercita un certo potere nelle cose secondarie… ma in questo non può spuntarla… i funzionari sono contrari, già vengono mal volentieri nel villaggio… e poi sbrigano di preferenza i loro affari in albergo o nella sala di mescita, oppure nelle loro stanze, possibilmente durante i pasti oppure a letto prima di addormentarsi, o anche di mattina quando sono troppo stanchi per alzarsi e preferiscono rimanere ancora un po’ fra le lenzuola. Quindi, adesso… discutono e intanto passano le ore…

K. si guarda intorno perplesso… la m.d.p. segue il suo sguardo e panoramica sui volti degli altri che attendono, volti stanchi, segnati dal freddo e dalla tensione… qualcuno borbotta cose incomprensibili…

K. (rivolgendosi ancora a Gerstacker): Mi sembra di capire… che non siete molto contenti, però nessuno protesta per essere stato convocato da Erlanger nel cuore della notte…

Gerstacker (con assoluta disapprovazione): Già, ma appunto di questo bisogna essere grati ad Erlanger… solo la sua buona volontà e il suo senso del dovere lo spingono a scendere in paese. Potrebbe mandare un segretario subalterno a far redigere i verbali, ma così non gli piace, vuol vedere e sentire tutto da sé, ma per far ciò, deve sacrificare la notte, perché nel suo orario di servizio non sono previsti viaggi in paese.

K. (per nulla convinto): Ma… lo stesso Klamm viene in paese di giorno, anzi vi si ferma parecchi giorni di seguito… allora Erlanger, un semplice segretario, è più insostituibile di Klamm?

Gerstacker (in tono esitante): Klamm è insostituibile tanto al Castello, quanto in paese.

Si ode il rumore della porta che si apre. Tutti si voltano in un brontolio generale…

Momus compare sulla porta dell’albergo, tra due inservienti che reggono le lampade. L’uomo fa un cenno con le mani e attende che sia ristabilito il silenzio, poi si rivolge al pubblico.

Momus (con voce chiara, squillante): I primi ad essere introdotti presso il signor segretario Erlanger… saranno Gerstacker e K., sono qui entrambi?

Il carrettiere e K. si distaccano dal gruppo, ma improvvisamente dall’oscurità emerge Geremia che è più lesto e passa avanti facendo un inchino a Momus.

Geremia: Sono un cameriere.

Momus accoglie l’ex assistente di K. con un sorriso e gli batte amichevolmente la mano sulla spalla…

VOCE NARRANTE: Bisognerà che faccia più attenzione a Geremia, pensò K., ma sapeva bene che Geremia forse era molto meno pericoloso di Arturo, il quale stava tramando al Castello contro di lui. Forse sarebbe stato più saggio rassegnarsi ad esser tormentato da loro e tenerli al suo servizio che lasciarli bighellonare senza controllo, liberi di ordire quegli intrighi per cui sembrava avessero delle così spiccate attitudini.

Momus (fingendo di non aver riconosciuto K.): Oh, il signor agrimensore… quello che non amava gli interrogatori, e ora invece si precipita. Con me se la sarebbe sbrigata più semplicemente. Ma certo è difficile scegliere bene gli interrogatori… vada… vada. Allora mi occorrevano le sue risposte, oggi no.

K. (adirato): Voi pensate solo a voi stessi. Per riguardo alle vostre funzioni non vi risponderò oggi come allora…

Momus: A chi dovremmo pensare? C’è qualcun altro qui?

K. si allontana…

SCENA 83:

INTERNO – NOTTE – INGRESSO ALBERGO DEI SIGNORI

La m.d.p. inquadra di spalle, fermi in attesa, un inserviente munito di lanterna (un uomo alto e calvo) e Gerstacker; entra in campo sul fondo K. che raggiunge i due uomini. I tre si inoltrano nell’ambiente preceduti in carrello…

FINE QUINDICESIMA PARTE

Luigi Di Gianni

Il Castello - Quindicesima Parte