Tratto dal romanzo omonimo di F. Kafka

Sceneggiatura di Luigi Di Gianni

SCENA 88:

INTERNO – NOTTE ALTA – CORRIDOIO

K. esce dalla camera di Bürgel, muovendosi a fatica, trasognato, oppresso dalla stanchezza. La m.d.p. lo precede in breve carrello fino a scoprire, sulla porta accanto, di spalle, una figura massiccia avvolta in una pelliccia nera. K. lo guarda con aria smarrita.

Uomo in pelliccia: Sono Erlanger… avrebbe dovuto venire molto prima.

K. (stropicciandosi gli occhi): Veramente, signor segretario…

Erlanger fa un secco gesto con la mano per troncare ogni scusa e perdita di tempo. Entra in campo un inserviente alto, un po’ curvo, che gli porge i guanti e il cappello di pelo. Erlanger s’infila rapidamente i guanti e lanciando, ogni tanto, un’occhiata distratta a K. comincia a parlare…

Erlanger (in tono freddo e burocratico): Si tratta di questo. Tempo fa serviva alla mescita una certa Frieda; io la conosco solo di nome, non m’interessa. Qualche volta questa Frieda serviva la birra a Klamm. Pare che adesso ci sia là un’altra ragazza. La sostituzione, probabilmente, non ha importanza per nessuno e certo non ne ha per Klamm. Ma… quanto più grande è il lavoro, e il lavoro di Klamm è enorme, tanto minore è la forza per difendersi dal mondo esterno. Qualsiasi insignificante mutamento nelle cose più insulse è di grave disturbo… ad esempio il minimo spostamento sulla scrivania oppure una nuova cameriera. Tutto ciò, naturalmente, non dà fastidio a Klamm, questo è fuori questione. Tuttavia noi abbiamo il dovere di vegliare su Klamm, al punto di evitargli persino disturbi che per lui non sono tali. E’ probabile che per lui non esistano affatto. Quindi non per lui, gli risparmiamo questi fastidi, ma per noi stessi, per la nostra pace e la nostra coscienza. Perciò quella Frieda… bisogna che ritorni subito alla mescita. Lei conosce la ragazza, faccia che riprenda il suo posto, al più presto. Dei sentimenti personali non si può tener conto, è evidente… comunque dico già più del necessario, se le accenno che una buona prova in questa modesta occasione può farle fare dei passi avanti. Questo è tutto.

Entra in campo di nuovo l’inserviente che porge a Erlanger il berretto di pelo. Erlanger si mette in testa il berretto, fa un cenno di commiato a K. ed esce di campo seguito dall’inserviente. La camera stringe su K. che si guarda intorno, da una parte all’altra, poi si appoggia al muro per riposarsi. La m.d.p. panoramica sui tramezzi tra le porte e il basso soffitto… ora la camera inquadra dall’alto, dai tramezzi, K. schiacciato contro il muro, carrella verso di lui, poi coglie il corridoio che si perde lontano…
Esplora le porte tutte uguali, da una all’altra, infine ritorna su K., che si muove all’interno del corridoio lentamente, preceduto in carrello.
K. si ferma di nuovo. La m.d.p. si allontana da lui inquadrandolo dall’alto, dal centro del corridoio. K. china il capo, come sconfitto…

VOCE NARRANTE: Qualche volta, gli ordini che si davano lì erano facilissimi da eseguirsi, ma tale facilità non rallegrò K., non soltanto perché l’ordine riguardava Frieda, e sebbene inteso come comando, a K. sembrava un’irrisione, ma soprattutto perché gli rivelava l’inanità di tutti i suoi sforzi. Gli ordini passavano sopra il suo capo, favorevoli e sfavorevoli. K. era ben conscio che oggi la sua stanchezza l’aveva danneggiato più di ogni circostanza sfortunata, perché lui, che aveva creduto di poter fare affidamento sul suo corpo per una nottata insonne, cadeva in balia della stanchezza, proprio lì dove nessuno era stanco, o meglio dove tutti erano svegli, ma senza che questo intralciasse il lavoro, anzi piuttosto lo favorisse. Bisognava concludere che la loro stanchezza fosse di natura ben diversa da quella di K.; era la stanchezza nel favore di un’operosità felice, era quiete, pace indistruttibile. Se a mezzogiorno ci si sente un po’ stanchi, questo s’intona col felice discorso della giornata. Per i signori qui è sempre mezzogiorno, si disse K.

Si ode un brusio di voci, c’è qualcosa di gaio, quasi di “infantile”… un brusio indistinto, ma gioioso. Si ode una voce che “imita il canto del gallo”…

K. (mormorando): Le cinque…

Persistente brusio…
La m.d.p. ruota dietro la nuca di K. e inquadra il corridoio in tutta la sua interminabile lunghezza… è ancora deserto, ma dietro le porte c’è una strana animazione. Qualche porta si socchiude… la camera carrella ed esplora, da una parte e dall’altra, le porte che si aprono e poi si richiudono. La m.d.p. (che ha escluso K.) panoramica verso i tramezzi e coglie di sfuggita l’apparizione di volti, di teste arruffate che si affacciano e subito scompaiono, poi ritorna su K. che guarda verso l’alto, prima verso i tramezzi e poi verso il corridoio… la sua espressione è stanca, smarrita, ma adesso quasi illuminata da quanto sta vedendo… il suo sguardo verso un lato del corridoio, verso una porta, poi verso il fondo del corridoio…

Si ode un cigolio.

di lontano appaiono due uomini, uno spinge un carretto, l’altro ha in mano una specie di registro. I due si avvicinano alla camera, sono inservienti, ambedue calvi, uno tira il carretto (pieno zeppo di carte, di incartamenti, di fascicoli), l’altro consulta il registro. Si fermano vicino ad una porta. L’uomo col registro cerca fra le carte nel carretto, prende un fascicolo e bussa leggermente… la porta si apre: qualcuno rapidamente prende il fascicolo…
Poi i due passano ad un’altra porta: la porta si apre immediatamente, l’inserviente di grado superiore prende un foglietto dal carretto e lo porge verso l’interno, bisbigliando qualcosa, qualcosa d’incomprensibile; dall’interno una risposta altrettanto indecifrabile.

K. guarda appoggiato alla porta.

Sempre brusio…

Di nuovo il corridoio: il carretto da una parte e i due uomini presso una porta che rimane chiusa. L’inserviente capo ha in mano un grosso pacco, l’altro materiale viene appoggiato per terra, ammonticchiato davanti alla porta chiusa; l’inserviente capo e l’altro che tira il carretto proseguono. Improvvisamente la porta si apre e qualcuno afferra i pacchi; anche la porta accanto si socchiude, qualcuno osserva dall’interno. La m.d.p. panoramica verso l’alto e sui tramezzi, cogliendo ancora alcuni volti di uomini infagottati in panni scuri che osservano…

Si odono discussioni… risatine… qualche voce molto agitata ma non comprensibile. Posso solo essere decifrati “brandelli” di discussione: “No… non è questa, è di un altro… si calmi, cercheremo di rimediare…”

K. segue la scena… i due inservienti con il carretto si fermano di fronte l’ennesima porta; l’inserviente capo entra in una camera.

Qualcuno batte i piedi con impazienza… si ode una conversazione breve e agitata… si comprende: “Il 325… no, il 326.”

L’inserviente capo esce dalla stanza con una pratica, si avvicina al carretto che scivola nel corridoio e gli sfugge di mano. L’inserviente capo lo insegue. Entra in campo anche l’altro: afferrano il carretto. L’inserviente capo è trafelato, irrequieto, deposita il fascicolo, cerca, si ricompone, ora appare soddisfatto: ha trovato un’altra pratica.

K. li guarda come rinfrancato; nei suoi occhi partecipazione, curiosità e simpatia per quello che vede. L’inserviente capo è seduto sui documenti dentro il carretto, e si terge il sudore con un fazzoletto… sospira e guarda verso l’alto…

Ancora facce infagottate che si affacciano frenetiche e curiose dai tramezzi. L’inserviente riprende coraggio e porta un grande pacco presso una porta chiusa… fa finta di passare oltre, ma spia verso la porta. Questa si socchiude e spuntano due mani a prendere il pacco. Allora l’inserviente ritorna precipitosamente e ficca il piede fra il battente e l’intelaiatura riuscendo ad entrare…

Voci confuse dall’interno: “Adesso mi dia quell’altra pratica… che cosa se ne fa lei… la prego…”

L’inserviente capo esce di nuovo con un pacchetto più piccolo in mano. Insieme all’latro inserviente che tira il carretto, passano davanti alla porta di Bürgel, ma non consegnano nulla e vanno oltre. K. continua a guardare con molto interesse…

VOCE NARRANTE: K. pensava all’inserviente, quello più autorevole. Davvero non si poteva applicare a questo ciò che avevano raccontato dei servitori in genere, della loro vita comoda, della loro superbia; c’erano eccezioni e forse diverse categorie fra i servitori. Di quell’inserviente gli piaceva, in particolar modo, la voglia di non arrendersi. Nella lotta con quella piccola stanza ostinata (dato che gli inquilini si intravedevano appena), il servo non cedeva.

K. muove qualche passo all’interno del corridoio, poi si arresta bruscamente.

Si ode una voce molto agitata che dice cose incomprensibili.

Vediamo di nuovo i due inservienti con il loro carretto, praticamente vuoto. L’inserviente capo, sempre con il suo registro, pesca nel cassetto e ne estrae un ultimo foglietto. L’uomo resta incerto guardandosi intorno.

K. osserva con molta curiosità.

VOCE NARRANTE: Potrebbe benissimo essere il mio – pensò K. –. Il Sindaco aveva sempre parlato di quel caso “trascurabile”.

K. raggiunge i due inservienti, ma, nello stesso istante, uno dei due strappa in tanti minuti pezzettini il documento, e se li mette in tasca.

Si ode ancora la voce agitata e stridula di prima…

L’inserviente capo ordina all’altro di impugnare le stanghe del carretto, fanno diètro frónt e si allontanano rapidamente, con il carretto che fa grandi balzi in avanti. K. prova a seguire lentamente i due, poi si arresta davanti alla porta dalla quale sembra provenire quella voce agitata. I due inservienti si voltano un attimo a guardare stupiti verso K. che, stupito a sua volta, si guarda intorno.

Si ode il trillare impetuoso di un campanello, poi un mormorio che avanza da tutte le porte…

Il corridoio è vuoto, sul fondo scompaiono gli inservienti…

VOCE NARRANTE: Il signore con quel campanello voleva forse far accorrere la servitù? Frieda? Allora se le cose stavano così poteva suonare per un pezzo. Frieda aveva il suo da fare a curare Geremia o a dormire fra le sue braccia.

Si odono passi frettolosi… K. si volge in direzione dei passi…

Dall’altra parte del corridoio, avanzano verso di lui l’albergatore, vestito di nero e abbottonato come sempre, con le braccia allargate – correndo e facendo una specie di salto – e la moglie, anche lei con le braccia larghe, ma con passi brevi e leziosi. K. resta immobile, in attesa. L’albergatore quasi gli si precipita addosso a valanga, con gli occhi sgranati, mentre la moglie sopraggiunge col volto stravolto, ansante per la corsa. K. si ritrae smarrito al muro.

Albergatore: Ma che cosa fa qui Lei?!!!

Il suono dei campanelli è tutt’ora frenetico, ma ormai è diventato una specie di “gioco”…

L’albergatore prende per un braccio K., quasi con violenza, e lo trascina con sé seguito dalla moglie.

Albergatore: Deve correre, svelto!

I tre si dirigono verso il portoncino d’uscita. L’albergatore apre il portoncino, tenendo sempre per il braccio K. che si lascia trascinare. K. volgendosi vede per un attimo, di sfuggita… il corridoio che improvvisamente si anima. Le porte si aprono quasi tutte, simultaneamente… l’albergatore e la moglie lo stringono per i polsi, e K. è aggredito alle spalle da ciò che non riesce a vedere…

Il sonoro esprime le caratteristiche di una viuzza trafficata e movimentata…

VOCE NARRANTE: Era evidente che davanti a loro le porte aspettavano impazienti il passaggio di K. per lasciar uscire finalmente i Signori…

SCENA 89:

ESTERNO – ALBA – CORTILE

K., preso in mezzo tra l’albergatore e la moglie, esce dal portoncino trascinato “quasi” attraverso il cortile. Poi guarda davanti a sé: scopre alcune carrozze, inutili, in attesa… nelle prime luci dell’alba.

SCENA 90:

INTERNO – ALBA – VESTIBOLO

La porta che dà sul cortile si apre ed entrano l’albergatore, la moglie e K., serrato fra i due. L’albergatore e la moglie sono trafelati e stravolti.

K. (guardandoli smarrito): Ma insomma, che cosa ho fatto?

Albergatore (inviperito): Come, che cosa ha fatto? Questa è bella! E’ possibile che non si renda conto? Lei non ha alcun diritto di sostare nel corridoio. Può accadere, e questo le è stato detto molte volte, solo alla mescita. E anche questo è un favore ed è irrevocabile.

K. (estremamente perplesso): Ma se mi ha mandato a chiamare il segretario Erlanger!

Albergatore (alzando gli occhi al cielo e allargando le braccia in segno di impotenza): Ma caro Signor agrimensore… non ci vuole una grande intelligenza per capire che, certo, doveva presentarsi al Signor Segretario Erlanger… però doveva anche tenere presente che si trovava in un luogo dove in fondo non aveva nulla da fare e dove un “Signore”, a malincuore, l’aveva fatta venire solo per una questione ufficiale. Doveva quindi presentarsi subito, subire l’interrogatorio e poi scomparire forse, ancora più presto! Non ha avuto il sentore di commettere una grave scorrettezza? Non era stato convocato per un interrogatorio notturno?

K. (allargando le braccia): Certo, e allora?

Albergatore (ridendo nervosamente): E allora, non sa che negli interrogatori notturni i segretari sono destinati ad ascoltare, in fretta, alla luce artificiale, con la possibilità di dimenticare poi subito nel sonno ogni bruttura, cioè quelle parti la cui vista di giorno sarebbe insopportabile ai Signori?

Albergatrice (riprendendo con enfasi): Lei, col suo contegno, s’è preso gioco di ogni misura di precauzione. Persino i fantasmi spariscono verso il mattino… ma lei no, con le mani in tasca, come se aspettasse che se ne andasse tutto il corridoio…

Albergatore: E questo sarebbe accaduto… se va ne fosse stata data la possibilità… la delicatezza dei Signori non conosce limiti. I Signori tremavano probabilmente per l’agitazione, ma non pensavano nemmeno di procedere contro di lei; preferivano soffrire nella speranza che a poco a poco lei avrebbe percepito il suo comportamento scandaloso, senza modi…

Albergatrice (insistendo irosa): Persino quel povero insetto che è la tignola notturna, quando si leva il giorno, cerca un cantuccio nascosto, vorrebbe scomparire ed è desolato di non poterlo fare.

Albergatore: Lei, invece, si mette in mostra dov’è più visibile, e se così facendo potesse impedire lo spuntare del giorno, sarebbe contento. Non ha assistito alla distribuzione dei documenti!?

K. (assorto): Si… certo.

Albergatore: Ebbene? Lo sa che nessuno la deve vedere, tranne gli interessati!? Noi, ne abbiamo solo sentito parlare vagamente, ad esempio dagli inservienti. Non ha notato fra quanta difficoltà è avvenuta la distribuzione? E’ una cosa inconcepibile, in quanto ognuno dei Signori non pensa mai al proprio vantaggio personale, e deve cooperare con tutte le forze affinché la distribuzione si svolga rapida, senza errori.

Albergatrice: Non ha sospettato che la ragione di tante complicazioni fosse la necessità di fare la distribuzione a porte chiuse per la sua presenza? Un caso simile non mi è mai capitato!

Albergatore: Eppure abbiamo avuto a che fare con parecchia gente intrattabile. Insomma, bisogna parlar chiaro… per colpa sua i Signori sono rimasti prigionieri nelle loro camere.

Albergatrice: Al mattino, appena desti, sono pudibondi, troppo suscettibili per esporsi allo sguardo di estranei, anche se perfettamente vestiti.

Albergatore: E’ difficile dire perché abbiano vergogna… forse, poiché sono lavoratori instancabili, arrossiscono per avere dormito.

Albergatrice: Che razza di uomo è Lei, che non rispetta simili sentimenti…?!

K. ascolta silenzioso, china il capo, di nuovo stanco e oppresso dal sonno…

Albergatore: Passa sopra ogni cosa con ottusa indifferenza. Loro, i Signori, a invocare aiuto, ridotti alla disperazione… noi saremmo accorsi da un pezzo se avessimo osato comparire di mattina davanti ai Signori! Abbiamo atteso, tremanti di sdegno, all’imbocco del corridoio e lo scampanellio che non ci aspettavamo è stato una liberazione.

Albergatrice (con atteggiamento commosso, lamentoso): Ah, se avessimo potuto almeno per un momento vedere la gioia dei Signori dopo che si sono liberati di Lei! Ma certo per Lei, K., la cosa non finirà così!

L’albergatore e l’albergatrice si muovono ora insieme. La m.d.p. li accompagna, fino a cogliere in campo anche K. che viene preso dai due per le braccia e tirato via…

K. (sciogliendosi dalla loro presa e cercando di discolparsi): Debbo dire che tutto quello che mi avete raccontato è nuovo per me… comunque, nonostante la mia ignoranza, non sarei rimasto certo così a lungo, se non fosse stato per la stanchezza. Vi ringrazio per aver messo fine ad una scena penosa…

La donna si sistema alla meglio il vestito scuro di seta frusciante, e poi con un fazzolettino si asciuga gli occhi umidi per la commozione e l’ira…

I tre escono di campo.

Il Castello - Diciottesima Parte

“K. volgendosi vede per un attimo, di sfuggita… il corridoio che improvvisamente si anima. Le porte si aprono quasi tutte, simultaneamente… l’albergatore e la moglie lo stringono per i polsi, e K. è aggredito alle spalle da ciò che non riesce a vedere…” – Illustrazione di Michele Barbaro

SCENA 91:

INTERNO – ALBA – SALA DI MESCITA

I due albergatori e K. si fanno strada fra le botti e i tavoli. Il locale è nella penombra… i tre giungono presso un banco della mescita; una debole lampadina elettrica posta al di sopra dei cannelli della birra illumina, per quel che può, il locale…

K.: Vi ripeto, è stata la stanchezza…

L’albergatore e sua moglie rimangono ritti di fronte a K. come se egli rappresentasse ancora un pericolo, ma anche loro appaiono provati dalla stanchezza e dalla tensione. La donna appoggia stancamente la testa sulla spalla del marito.

Albergatore: La stanchezza… non basta…

K. si sposta verso una botte che rappresenta per lui un approdo sicuro, fa per sedersi… i due lo tallonano…

K. (di nuovo travolto dalla stanchezza e dal sonno): Ho dovuto subire due interrogatori, uno dopo l’altro, uno con il segretario Bürgel e l’altro con Erlanger… non sono abituato, specialmente al primo… vi assicuro, mi ha sfinito. Anche lei… signor albergatore… si sarebbe trovato in difficoltà… mi creda… dopo il secondo interrogatorio. Mi sono ritirato barcollando, colto da una specie di ubriachezza… purtroppo solo Erlanger e Bürgel si sono resi conto del mio stato. Ed ora vi prego, non ce la faccio più a tenermi in piedi… fatemi dormire… basterebbe mettere un asse su due botti…

K. spia le reazioni dei due: l’albergatrice non lo degna di uno sguardo, mentre il marito sospira, ormai convinto…

Albergatore: Va bene…

La moglie si allontana stizzita…
K. va subito a piazzarsi, poggia una tavola sulle botti e vi si butta sfinito. I due albergatori si avvicinano a lui, che ora guarda distrattamente l’ostessa sempre più stizzita.

Albergatrice (rivolta al marito): Come mi guarda! Vuoi mandarlo via sì o no?

K. (mentre gli occhi si chiudono): Non guardo lei, guardo il suo vestito…

Albergatrice (incuriosita): Perché il mio vestito? E’ ubriaco questo mascalzone… lascialo lì a smaltire la sbornia…

K. si abbandona sulla botte. L’albergatrice prende per un braccio il marito e raggiunge il banco nel momento in cui entra Pepi, tutta scarmigliata e assonnata…

Albergatrice (gridando verso Pepi): Portagli un cuscino!

L’albergatore e sua moglie escono dalla stanza. Pepi guarda in direzione di K.

FINE DICIOTTESIMA PARTE

Luigi Di Gianni

Il Castello - Diciottesima Parte