Tratto dal romanzo omonimo di F. Kafka

Sceneggiatura di Luigi Di Gianni

SCENA 44:

INTERNO – NOTTE – AULE SCOLASTICHE

La m.d.p. coglie l’ingresso di K. e dei due aiutanti nell’ambiente delle aule scolastiche (un’aula dentro l’altra separate solo da una specie di porta divisoria, ma aperta di archetto). I due fanno luce con le loro lanterne ormai quasi consumate e precedono K. nella stanza. La m.d.p. accompagna i tre in panoramica da un’aula all’altra: nella prima notiamo una cattedra con pedana e alcuni banchi, nella seconda una cattedra con pedana ed attrezzi ginnici che pendono dal soffitto, parallele, qualche banco, un paio di sedie, in un angolo un pagliericcio dove sta in attesa Frieda, accovacciata e semi-addormentata. La camera stringe su Frieda che quasi meccanicamente, ancora con la testa fra le ginocchia, ride rivolta agli aiutanti:

Frieda: Lasciate dormire K. e non disturbate.

Poi la camera ritorna su K. e i due aiutanti che si danno da fare per accendere in un angolo, dentro una nicchia nella parete, il lume a petrolio: K. porge lo zolfanello e Arturo e Geremia accendono il moccolo in buona parte consumato. Poi spengono le lanterne e le depositano in una nicchia.
La luce è insufficiente e rischiara appena l’ambiente. K. si avvicina alla stufa, tocca, controlla, poi si rivolge ai due aiutanti che hanno le braccia ciondoloni.

K.: E’ spenta e fa freddo…

Arturo (in tono lamentevole): Già, c’era la legna ma s’è consumata…

Geremia (indicando in direzione di una porticina nel muro): Qui c’è la legnaia… ma è chiusa. La chiave ce l’ha il signor Maestro.

K. in punta di piedi si avvicina al giaciglio dove sta accovacciata Frieda che si stropiccia gli occhi per il sonno. K. guarda ora Frieda e le fa una carezza. Frieda si alza e guarda K.

Frieda (con sgomento): All’Osteria del Ponte, avevo potuto fare qualcosa di più… ma qui… l’unico ornamento sono gli attrezzi ginnici. E poi mancano i letti… e il riscaldamento è quello che è.

I due aiutanti prima guardano con bramosia l’unico pagliericcio poi provano a stendersi sopra con capriole. Geremia vuole entrare sotto le coperte, ma K. li caccia col braccio levato… i due escono precipitosamente. K. è pensoso ora, assorto.

VOCE NARRANTE: K. pensava a Frieda. Nessuna traccia di amarezza contro di lei. Eppure, doveva confessarlo a se stesso, era stato lui a portarla via, prima dall’albergo dei Signori, poi dall’Osteria del Ponte. Perciò K. si sforzava di trovare tutto sopportabile e intanto con la fantasia inseguiva Barnaba e ripeteva parola per parola il suo messaggio, così come credeva che sarebbe giunto all’orecchio di Klamm.

La m.d.p. inquadra Frieda che sta preparando su un fornelletto a spirito poggiato sopra una sedia il caffè, entra in campo K. che guarda il caffè che bolle con aria rincuorata. Poi la camera lo segue che va ad appoggiarsi sulla stufa e si guarda intorno, segue il suo sguardo e arriva ad inquadrare la cattedra: entra in campo Frieda che stende sulla cattedra la sua tovaglietta bianca, poi esce di campo mentre entrano i due aiutanti che si mettono a guardare la tovaglietta con la loro aria pigra e curiosa; ritorna poi Frieda con una bella tazza, pane, lardo, una scatola aperta di sardine e il pentolino del caffè. I due aiutanti cominciano ad annusare contenti ed esagitati e Frieda li asseconda con sorrisetti e carezze comprensive.
La m.d.p. allarga ed entra in campo K. che porta due seggiole… la camera esplora l’ambiente, verso il soffitto, verso gli attrezzi ginnici, poi ritorna alla cattedra mentre K. e Frieda ci sono seduti sopra intenti a mangiare. Accoccolati ai loro piedi, sulla pedana, Arturo e Geremia che si divorano avidamente la loro razione di pane e lardo; la camera stringe su K. e Frieda che si scambiano l’unica tazza per bere il caffè.
Totale. La camera inquadra i quattro personaggi “interrompendo” l’intimità del rapporto tra Frieda e K.

Arturo (mentre ancora sta masticando avidamente): Che fame…

Geremia (annusando e toccando sulla cattedra): Che fame… ancora, ancora…

Frieda (sorridendo divertita e offrendo un altro pezzetto di pane): Su, da bravi.

K. (con voce molto bassa): Frieda, dimmi, perché sei tanto indulgente con loro? E come fai a sopportarli? Io penso che trattandoli un po’ energicamente, potremmo domarli, oppure, e sembra questa la cosa migliore, costringerli ad andarsene via. Già qui a scuola non sarà una cosa facile, poi con loro… e non ti accorgi che diventano sempre più insolenti approfittando della tua presenza, dato che tu sei tenera con loro. Se se ne andassero potrebbe essere un sollievo per noi e forse anche per loro…

Frieda (non molto convinta): D’accordo… sono dei giovanetti un po’ allegri e sempliciotti…

K. (con acredine): Un po’ troppo.

Frieda: Sono per la prima volta al servizio di un forestiero, appena tolti alla severa disciplina del Castello… sono eccitati. Fanno qualche sciocchezza ma non è il caso di prendersela, è meglio riderne.

K. (corrucciato): Come? Non è il caso di prendersela?

Frieda (accarezzando K.): Vedi, tuttavia sono d’accordo con te. Forse è meglio mandarli via e rimanere noi due soli. Però non so come si possa fare, per quanto ne so io, li hai richiesti tu stesso e forse dovrai tenerteli. Penso che sia meglio prenderli per quel che sono, delle zucchette vuote e sopportabili…

K. (sorridendo): Tu devi avere un accordo segreto con loro… oppure ti sono particolarmente simpatici. Del resto sono dei bei ragazzi. Però ti dimostrerò che con un po’ di buona volontà ci si libera di chiunque.

Frieda (facendo un po’ la bambina pentita): Lo spero… va bene. E ti prometto che non riderò più delle loro marachelle e non darò corda più del necessario… e poi, non è divertente essere sempre osservata da due uomini, sai?

Frieda trasale e si allontana un po’ da K.
Arturo e Geremia sono ancora in cerca di cibo… K. attira Frieda a sé e riprendono strettamente abbracciati a mangiare.

Arturo si butta a terra sulla pedana, tra i resti del suo pranzo. Geremia lo guarda ridacchiando e dà un’occhiata a Frieda e a K. perché vengano a vedere. Arturo chiude gli occhi e finge di essersi addormentato. Geremia gli sferra un calcio.

Geremia: Adesso ti faccio dormire io…

K.: Ora basta… si va a dormire sul serio…

Frieda si alza ed inizia a rassettare rapidamente… K. si stropiccia le mani per il freddo. Frieda lo guarda, stringendosi anche lei nel piccolo scialle che ha al collo… K. si guarda intorno e osserva poi con insistenza la porticina della legnaia.

K.: Ma come si fa con questo freddo… ci vorrebbe qualcosa, un’accetta.

Stranamente i due aiutanti, questa volta, si muovono immediatamente allontanandosi e mentre Frieda è stanca e non finisce di sparecchiare (lascia i resti, la scatola di sardine) i due rientrano reggendo insieme un’accetta. K. prende l’accetta e seguito dagli aiutanti si avvicina alla porticina sul fondo; assesta un paio di potenti colpi e la porticina cede… gli assistenti, giubilanti, tra salti e spintoni cominciano a raccogliere la legna in abbondanza facendone una catasta. I due trasportano la legna fino alla stufa, dove K. è intento ad accenderla.
Arturo e Geremia fanno entrare nella stufa la maggior quantità di legna possibile.
Frieda sta sistemando il pagliericcio, e dividendo le coperte…

Frieda (rivolta agli aiutanti con una coperta in mano): Questa è per voi.

I due aiutanti prendono all’unisono la coperta, un pizzo l’uno, un pizzo l’altro e si avviano in un angolo, vicino alla stufa… si stendono avvolgendosi nella coperta con i soliti giochetti, mentre K., che ha finito di accendere la stufa, si muove per controllare il petrolio nel lume.

K.: Fra un po’ si spegnerà da solo…

Poi si avvia verso il giaciglio dove Frieda è già coricata. K. si stende, sotto le coperte, accanto a Frieda. Chiude gli occhi.
La m.d.p. stringe su di lui poi panoramica verso la porta della legnaia, scardinata, sul lume che sta quasi per estinguersi. Poi ritorna verso K. che dorme, stringe sul primo piano di K.

Un rumore…

K. si sveglia di soprassalto, la camera arretra rapidamente. K. si volge al suo fianco e, al posto di Frieda, scopre rannicchiato sotto le coperte con l’aria di chi ha commesso un grave fallo, Geremia.

K. gli sferra un pugno abbastanza forte.

K.: Che ci fai qui, buffone?

Geremia si alza piagnucolando…
Frieda avanza dal passaggio fra le due aule, andando incontro a K.

Frieda (stupita): Che cosa è successo? Io sono andata di là, mi è parso di vedere una grossa bestia, forse un gatto, che mi è saltato sul petto e poi è scappato via… sono corsa ma non ho trovato nulla.

K. (con aria di rimprovero): Già… e quel briccone ne ha approfittato per mettersi al posto tuo…

Geremia continua a lamentarsi per il pugno ricevuto… Frieda si avvicina a Geremia e gli accarezza i capelli con la sua aria tenera. Geremia si lascia un po’ coccolare poi si alza… K. segue corrucciato la scena… poi guarda Frieda con aria di rimprovero.
K. si avvia verso il lume a petrolio e con un soffio lo spegne a buio.

SCENA 45:

INTERNO – GIORNO – AULE SCOLASTICHE

Voci di bambini…

La m.d.p. inquadra, rischiarata dalla luce del giorno (che penetra dalla finestra che dà sul giardino e sulla cancellata), alcuni attrezzi ginnici, le parallele, il cavalluccio ecc. poi passa a cogliere i volti di alcuni bambini festosi e divertiti che fanno cerchio intorno a qualcosa che li incuriosisce. La camera continuando nel suo movimento scopre l’oggetto dell’attenzione dei bambini ed è l’accampamento di Frieda e di K. che sono ancora per metà sotto le coperte. K. si stropiccia gli occhi guardandosi intorno perplesso, mentre Frieda cerca di coprirsi alla buona, poi la camera panoramica e coglie di spalle altri bambini che battono contenti le mani, la m.d.p. si alza sulla testa dei bambini e sprofonda sull’angolo degli aiutanti, i quali si divertono a fra capolino sotto le coperte suscitando entusiasmo e risate. Da dietro il pagliericcio di K. e Frieda, si fa spazio attraverso un varco aperto dai bambini all’interno dell’arco di passaggio tra un’aula e l’altra, una giovane donna bionda, alta e robusta, con in mano una riga che batte ritmicamente su una mano.

Voce di donna: Questo non lo posso tollerare, voi avete il permesso di dormire nell’aula, ma io non ho il dovere di far scuola nella vostra camera da letto. La famiglia del bidello che sta ancora a poltrire. Vergogna!

K. e Frieda si coprono alla meglio alzandosi faticosamente, prendono le coperte, con aria costernata, poi con sguardo d’intesa s’avviano attraverso i bambini che li inseguono fino ad alcuni attrezzi, le solite parallele, il cavalluccio, li prendono, vi appendono la coperta e cercano di ripararsi, per rivestirsi.

Voce di donna: E l’acqua, l’acqua pulita nel catino?

K. allarga le braccia con aria sconsolata, Frieda lo guarda con sgomento. La donna bionda con una mano versa a terra l’acqua sporca del catino e con l’altra, adirata e sdegnata, tiene la riga come un’arma pronta a colpire: ha avvistato qualcosa, la cattedra con i resti del pranzo notturno, con la scatola delle sardine e la caffettiera. La donna come una furia con la riga colpisce ripetutamente sul tavolo facendo cadere l’olio delle sardine e riducendo in briciole la caffettiera.

Rumore di cocci.

Frieda: Povera caffettiera…

K. (cercando di rincuorarla): Mi farò dare un’indennità dal sig. Sindaco e ne prenderemo un’altra.

I due aiutanti intanto subiscono alcuni bambini che li guardano e ridendo saltano e si rotolano su di loro. Arturo e Geremia, ancora sotto le coperte, sembrando frastornati ed intontiti.

K. (rivolgendosi ai due aiutanti): Vestitevi, che cosa aspettate…

Mentre i bambini urlanti scappano via, K. sferra un calcio ad uno dei due aiutanti, per spronarli; Arturo e Geremia si alzano faticosamente cercando le giacchine o le scarpe che hanno ammonticchiato nell’angolo, ma con movimenti lentissimi, allora K. e Frieda li aiutano a vestirsi… il tutto sotto lo sguardo della maestra che consulta continuamente l’orologio. Sulla cattedra è sdraiato un grosso gatto vecchio e pigro.

K.: Voi, Arturo e Geremia, andate a prendere la legna e accendete la stufa, tu Frieda ti occuperai del pavimento, io vado a prendere l’acqua…

Maestra (rivolgendosi a K. in modo aggressivo): Ha dormito bene? Ma che cosa ha fatto alla micia?

K.: Ma veramente… non saprei.

Maestra (continuando rabbiosa): Eh, già… l’avete ferita, si comincia bene, guardi. Venga più vicino…

La maestra mostra la zampetta ferita e fasciata della micia. K. si avvicina di più alla donna che gli mostra la fasciatura, poi, con la stessa zampa, la maestra preme con cattiveria sulla mano di K.
Esce il sangue… K. si regge la mano dolorante e sanguinante e la mostra ai ragazzini che ora stanno quasi silenziosi dietro la maestra.

K.: Guardate che m’ha fatto una brutta gattaccia inferocita!

K. raggiunge Frieda che gli fascia con una pezzuola la mano ferita: Frieda lo guarda con preoccupazione, mentre i due aiutanti stanno accendendo la stufa. Poi Frieda riprende il suo lavoro sul pavimento e K. prende il catino e va fino al lavamano, prende l’acqua e la porta a Frieda. Poi si mette a pulire l’aula con un vecchio troncone di scopa. Arriva un ragazzo sui dodici anni, gli tocca la mano ferita, poi fa a lui un sorriso di simpatia e di amicizia. K. lo guarda perplesso.

Maestro (con voce tonante): Chi ha osato scassinare la porta?

K. si scuote e guarda verso l’arco divisorio dove scorgiamo il maestro che tiene appuntati per il collo, uno da una parte e uno dall’altra, i due aiutanti.

Maestro (gridando ancora con voce possente): Dov’è costui? Che lo faccio a pezzettini…

Frieda: Sono stata io, signor maestro. Non avevo altro mezzo. Le aule dovevano essere riscaldate al mattino, bisognava far aprire la legnaia… di notte non ho osato venire da lei a prendere le chiavi, e il mio fidanzato era fuori. All’albergo dei Signori. Mi perdoni. Il mio fidanzato mi ha già abbastanza rimproverata, e ha proibito di accendere la stufa stamane, prima della sua venuta…

Maestro: Già. Chi ha forzato la porta?

Arturo (piagnucolando): Il padrone.

Geremia (piagnucolando): Il padrone.

Frieda (mentre torce nel secchio lo straccio): Vede, i nostri aiutanti sono come bambini e nonostante la loro età dovrebbero ancora sedere sui banchi di scuola… non avevo bisogno di loro. Ho preso l’accetta e ho aperto la porta della legnaia, poi avranno visto il mio fidanzato lavorare alla porta quando è tornato… beh… sono bambini…

Maestro: Ah, avete mentito, o almeno accusate alla leggera il bidello? Bene, Fritz… il bastone. Sarete bastonati!

Accorre un bambino tozzo e biondiccio portando il bastone. I due cominciano a piagnucolare con forza.
Frieda con aria disperata e teatrale, getta lo straccio nel secchio, facendo spruzzare l’acqua intorno, poi corre a nascondersi sul fondo dietro la parallela.

Frieda: Gli aiutanti hanno detto la verità.

Maestra: Razza di bugiardi.

Maestro (spingendo via i due aiutanti): Resta dunque il signor bidello che per vigliaccheria lascia tranquillamente accusare gli altri delle sue bricconate.

K. (rispondendo con calma): Beh, non mi sarebbe dispiaciuto vedere gli aiutanti bastonati, almeno un pochino; sono scampati tante volte ad una giusta punizione, che una volta a torto potevano anche prenderle… ma giacché Frieda ha voluto sacrificarmi agli aiutanti… bisogna mettere le cose in chiaro.

Maestra: Inaudito.

Maestro: Lei è immediatamente licenziato per questa vergognosa infrazione. Mi riservo la cura della punizione che seguirà. Sarà un vero sollievo e le lezioni potranno ricominciare.

K.: Non mi muovo di qui. Lei è un superiore, non quello che mi ha dato il posto. Solo dal signor Sindaco accetterei di essere licenziato.

Maestro: Dunque lei rifiuta di obbedirmi… ci pensi bene. Le sue decisioni non sono sempre le migliori, non dimentichi ieri, quando rifiutò di lasciarsi interrogare.

K. (scrutando cupamente negli occhi il maestro): Perché tira fuori questo adesso? Ed ora le ripeto: fuori di qui.

Maestro: Su, bambini, spostiamoci nell’altra aula… faremo lezione a classi unite.

Il corteo passa nell’altra aula, avanti il maestro impettito, poi la maestra con un grande registro con sopra il gattone e la riga, e poi i bambini…

Maestro (tuonando dal fondo dell’altra aula): La signorina è costretta ad abbandonare la sala coi suoi allievi perché lei ricusa di considerarsi licenziato e non si può pretendere che un fanciullo faccia lezione mentre lei è occupato in disgustose faccende domestiche…

Il maestro si avvia per chiudere, mette la mano sulla porta dell’archetto, indugia un attimo.

K. (impassibile): Faccia pure il suo comodo. Ma questo non durerà a lungo.

Si chiude la porta.

Il Castello - Decima Parte

“La maestra mostra la zampetta ferita e fasciata della micia. K. si avvicina di più alla donna che gli mostra la fasciatura, poi, con la stessa zampa, la maestra preme con cattiveria sulla mano di K. Esce il sangue…” – Illustrazione di Michele Barbaro

SCENA 46:

INTERNO – GIORNO – AULA SCOLASTICA

Dal fondo, dietro gli attrezzi ginnici, K. con alle spalle la porta divisoria, chiusa. Dal fondo emergono le figure degli aiutanti.

K. (gridando): Via di qui, voialtri! Via!

I due si voltano e si avviano verso il fondo, mentre K. li raggiunge e li incalza. K. apre la porta e spinge fuori i due rapidamente, poi chiude l’uscio. Alla porta si ode bussare ripetutamente.

Arturo: Lasciaci ritornare…

Geremia (in un grido disperato): Lasciaci ritornare, padrone…

K. resta insensibile alle rumorose pressioni dei due aiutanti e attende presso la porta…
In alto sulla porta c’è una specie di grata, con vetri semi-trasparenti: s’intravedono deformati i contorni dei volti dei due aiutanti. Fuori evidentemente sopraggiunge il maestro che cerca di placare i due. K. si gode da dietro la porta tutta la scena.

Maestro: Lasci entrare i suoi maledetti aiutanti.

K. (con calma): Li ho licenziati.

Maestra: Aspettate tranquilli; vedrete che prima o poi il signor agrimensore, anzi il signor bidello vi farà rientrare…

K. (gridando agli aiutanti): Siete licenziati, non c’è niente da fare…

Maestro (con severità): Ora basta, mi avete annoiato…

Dalla finestra si vedono sul fondo gli aiutanti abbracciati alla cancellata che fanno gesti di preghiera, congiungono le mani verso K.
K. sorride, chiude la tenda, e si allontana dalla porta. Si ferma ora presso le parallele e guarda giù. Per terra, accartocciata, giace Frieda. La ragazza solleva lo sguardo, si stropiccia gli occhi per asciugarsi le lacrime, poi si alza, si ravvia i capelli e va presso la stufa; da una parte prende il macinino del caffè e comincia a macinare.

K. (verso Frieda): Ho licenziato i due aiutanti.

VOCE NARRANTE: Prima agilità e sicurezza avevano abbellito quel corpo insignificante, ora quella bellezza era scomparsa. Pochi giorni di vita in comune con K. erano bastati a distruggerla. Il lavoro all’albergo dei Signori non era certo leggero, ma evidentemente le si confaceva di più. Oppure l’allontanamento da Klamm era la causa di quel declinare. La vicinanza di Klamm le aveva dato un fascino inspiegabile. K., sedotto, le aveva aperto le braccia e ora lei sfioriva.

K.: Frieda.

Frieda: Sei arrabbiato con me?

K. (scuotendo il capo con dolce rassegnazione): No. Io credo che tu non possa fare altrimenti. All’albergo dei Signori tu vivevi felice… avrei dovuto lasciarti lì…

Frieda (guardando nel vuoto con tristezza): Si, avresti dovuto lasciarmi lì. Io non sono degna di viverti accanto. Se tu fossi libero… forse potresti ottenere quello a cui aspiri. Invece per me ti sottometti a quel tiranno del maestro, ti adatti a questo posto meschino, ti sforzi di ottenere il colloquio con Klamm, e io ti ricompenso così male.

K. (guardandola negli occhi): No. Queste son cose da nulla, che non mi fanno soffrire… e il colloquio con Klamm non lo voglio solo per te. Prima di conoscerti battevo una strada falsa… mi fuggivano tutti e se trovavo pace verso qualcuno, si trattava di gente che presto io stesso fuggivo, come quei parenti di Barnaba…

Frieda: Tu li hai fuggiti, è vero? Oh caro!

K.: Si.

Frieda (sospirando e avendo un sussulto di vita disperato): Io non potrò sopportare questa vita qui. Se vuoi che rimanga con te, dobbiamo andare via, in qualsiasi altro paese.

K. (parlando come a se stesso): Non posso andare via. Che cosa avrebbe potuto attirarmi in questo paese così tetro, se non il desiderio di rimanerci? Ma rimarrai anche tu. Questo è il tuo paese. Solo di Klamm senti la mancanza e questo t’ispira pensieri sconfortanti.

Frieda: Io sentirei la mancanza di Klamm? Ma Klamm è dappertutto. Ce n’è fin troppo di Klamm. Voglio andare via per sfuggirgli. Sei tu che mi manchi invece. Per te vorrei andare lontano, perché non posso saziarmi di te qui dove tutti mi insidiano.

K.: Klamm è ancora in rapporto con te?

Frieda (chinando il capo): Di Klamm non so niente, alludevo ad altri, agli aiutanti… per esempio. Non te ne sei accorto?

K.: No, certo son ragazzi sfacciati e lascivi, ma non ho mai visto che abbiano osato accostarsi a te…

Frieda (girando intorno a K.): Non ti sei accorto che all’Osteria del Ponte non si riusciva mai a cacciarli dalla nostra camera?! Che ci sorvegliavano gelosamente? Che stanotte uno dei due s’è coricato al mio posto? Che ti hanno accusato per farti licenziare, per rovinarti, per restare soli con me?

K. (assorto nel suo discorso): Le accuse contro gli aiutanti sono giuste, ma possono essere spiegate molto più innocentemente, con la natura buffa, puerile e capricciosa dei due. E poi il fatto che essi cercano sempre di seguire me invece di restare a casa con te, Frieda, non rifiuta anch’esso l’accusa?

Frieda (reagendo con una certa violenza): Ipocrisie… non l’hai capito, ma allora perché li hai scacciati, se non per questo?

Frieda muove verso la finestra, scosta le tende e guarda, poi si volge e fa un cenno a K. che si avvicina a sua volta. I due guardano fuori dalla finestra. Gli aiutanti sono ancora aggrappati alla cancellata, stanchi, tendono supplichevolmente le braccia verso la scuola. Uno dei due, nel tenersi alla cancellata, ha infilzato il fondo della giacca.

Frieda (con una certa aria di rimprovero): Poveretti, poveretti…

K.: Perché li ho cacciati via? Sei stata tu la causa immediata.

Frieda: Io?

K. (con aria accusatoria): Già… l’eccessiva cordialità, quel modo di perdonare le loro impertinenze, quelle continue indulgenze, il carezzare i loro capelli… anche ora dici: poveretti, poveretti! E poi l’ultimo incidente. Non ti pareva troppo caro il prezzo del perdere me per salvare loro?

Frieda (con intensità dolorosa): E’ proprio di questo che parlo e che mi rende infelice… che mi allontana da te, mentre non so immaginarmi felicità più grande che quella di averti accanto per sempre… magari in una fossa stretta e profonda dove io nascondo il mio viso contro il tuo e tu il tuo contro il mio, dove nessuno mai potrà vederci. Qui… invece, guarda gli aiutanti. Non verso di te tendono le mani, ma verso di me.

K.: E non son io che li guardo. Sei tu.

Frieda: Certo, sono io, altrimenti che mi importerebbe di averli sempre alle calcagna, anche se fossero inviati di Klamm?

K. (stupito e sgomento): Inviati di Klamm?

Frieda: Certo, inviati di Klamm. Forse è così, ma sono sempre due scimuniti; che contrasto orribile tra quelle loro facce adulte e il loro contegno bambinesco, balordo!… io ho vergogna di loro. Non posso staccare gli occhi da loro. Dovrei irritarmi per le loro mancanze, invece provo solo vergogna, e mi viene da ridere. Dovrei batterli e non posso fare a meno di carezzare i loro capelli. E la notte, coricata al tuo fianco, non posso dormire, guardo loro. Non è il gatto che mi fa paura… sono io che faccio paura a me stessa.

K. (prendendo per un braccio Frieda e allontanandola dalla finestra): Queste cose le ignoravo. Li ho cacciati per una specie di presentimento, ma ora sono andati via e tutto andrà bene…

Frieda: Si. Sono andati via. Ma chi sono essi? I loro occhi sfavillanti e innocenti insieme, mi ricordano quelli di Klamm. E’ Klamm che mi fissa attraverso i loro occhi… ma se sono mandati da Klamm, chi ce ne potrà liberare? Non dovresti richiamarli ed essere felice se accettano di tornare?

K.: Vuoi che li richiami?

Frieda: No, no. Non c’è cosa che io desideri di meno. E d’altra parte se penso che tu, facendo il duro con loro, ti chiudi ogni via d’accesso a Klamm… allora… presto, presto, falli tornare. Non avere riguardo per la mia persona. Mi difenderò finché posso.

K.: Tu non fai che confermarmi nel mio giudizio sugli aiutanti. Se è possibile dominarli, come io ho fatto cacciandoli, vuol dire che essi non hanno rapporti essenziali con Klamm. Che tu veda Klamm negli aiutanti non vuole dire nulla. Tu soggiaci ancora all’influsso dell’ostessa, che vede Klamm dappertutto. Sei ancora l’amante di Klamm, sei ancora ben lungi dall’essere mia moglie… a volte questo pensiero mi rattrista. Mi sembra che sia tutto perduto… ma questo per fortuna mi succede di rado… e anzi prova una cosa, il valore che tu hai per me. E ora m’inviti a scegliere fra te e gli aiutanti? Strana idea. Ma ora voglio liberarmi per sempre, non pensarci più.

Si ode bussare alla porta.

K. (volgendosi di scatto): Barnaba!

Frieda lo guarda atterrita dal nome.
Dopo un attimo corre alla porta, le mani gli tremano, non riesce subito ad aprire.

K.: Apro… apro…

Poi finalmente la porta si apre: compare sulla soglia, invece di Barnaba, il ragazzetto che si era interessato alla sua ferita dopo il graffio subito per opera della maestra.

K. (estremamente deluso): Che cosa vuoi? La lezione è nell’aula accanto.

Ragazzo: Vengo da lì.

K. (piegandosi per ascoltare): Allora che cosa vuoi? Svelto!

Ragazzo (a bassa voce): Ti posso aiutare?

K. (volgendosi sorridendo dalla parte di Frieda): Ci vuole aiutare. Come ti chiami?

Ragazzo (impettito, con aria rispettosa e compita): Hans Brunswick, allievo di quarta, figlio di Otto Brunswick, calzolaio.

K. (invitandolo ad entrare): Vieni.

Hans (dopo un lungo silenzio): Io la conoscevo già… l’ho vista in casa Lasemann.

K. (sorridendo): Tu giocavi ai piedi della signora.

Hans (soddisfatto): Si, è mia madre.

K. (con molto interesse ora): Quella signora, tua madre?

Hans: Sì, e la bambina in fasce che aveva al seno è la mia sorellina Frieda.

Frieda sorride e serve una tazza di caffè per tutti e tre.

Hans: Noi abitiamo in paese ma non in casa Lasemann; quel giorno ci eravamo andati per fare il bagno, perché Lasemann ha un’enorme tinozza nella quale i bambini… più piccoli, io naturalmente no, si divertono a giocare.

Frieda (accarezzando il bambino): E il babbo, che cosa fa?

Hans (assumendo un’espressione seria e greve): Mio padre è il primo calzolaio del paese. Dà lavoro anche agli altri che fanno il suo mestiere, per esempio il padre di Barnaba, in questo caso, solo per riconoscenza.

K.: Sei stato mai al Castello?

Hans (tranquillo, senza incertezza): No…

K.: E la mamma?

Hans (rattristandosi): La mamma non sta tanto bene… da molto tempo è malata e non si capisce di che cosa si tratti…

K. (sorridendo affettuoso): Bene, Hans, che cosa vorresti fare per me?

Hans (con gli occhi luminosi di gioia): Signor K., ecco… vorrei aiutarla nel suo lavoro… affinché il maestro e la maestra la smettano di rimproverarla a quel modo.

K. (sorridendo con gratitudine): Grazie, sei molto gentile. Vedi, Hans, mi fa molto piacere l’aiuto che mi offri, ma non è necessario, il maestro è per sua natura un attaccabrighe e anche se fosse tutto a puntino, troverebbe sempre da ridire… non ti preoccupare. Non è questo l’aiuto di cui ho bisogno…

Hans: Se posso esserle utile in qualche altra cosa signor K., mi farebbe molto piacere, e se non è possibile a me, posso chiedere aiuto a mia madre. Anche mio padre, quando ha dei problemi, si rivolge a mia madre.

K.: Grazie, ma non ho bisogno di nulla. Piuttosto… mi dispiace che la mamma sia così ammalata… probabilmente nessuno riesce a capire il suo male… e in casi così trascurati si vedono spesso peggiorare delle infermità per se stesse leggere. Io sono in possesso di buone nozioni di medicina, e ho una certa esperienza nel curare i malati… forse potrei visitare tua mamma e darle qualche buon consiglio…

Hans (con espressione seria): Si… ma nessun forestiero può visitare mamma; ha troppo bisogno di riguardi. Quel giorno a casa Lasemann, la mamma, per quanto Lei, signor K., non le abbia quasi rivolto la parola, è rimasta per giorni molto prostata, e il babbo era molto adirato con Lei, signor K., voleva punirlo per la sua condotta. La mamma, in generale, non vuole parlare con nessuno. Ha chiesto notizie di Lei, ma questo non significa che voglia parlarle.

K. (passando al contrattacco): Il babbo fa bene a risparmiare alla mamma qualunque molestia; se io avessi immaginato, non avrei certo rivolto la parola alla signora, anzi, ti prego Hans, di presentarle le mie scuse… io non capisco come mai il babbo non abbia pensato almeno a far cambiare aria alla mamma… sulla collina del Castello penso che l’aria sia già diversa, e certamente lui o la mamma avranno amici o parenti al Castello che avrebbero potuto ospitare la signora. Forse, se non posso parlare alla signora, sarebbe bene che parlassi almeno al babbo di tutto ciò…

Hans: Mio padre non vorrà saperne di parlare con Lei, signor K., anzi la tratterà come il maestro… però forse… senta… dopodomani mio padre deve andare all’albergo dei Signori… e allora io potrei venire a prenderla di sera, e potremo andare insieme dalla mamma, purché lei sia di comodo e non è molto facile.

K.: Forse è meglio far così… ascolta, a tua madre non devi dir nulla prima che esca il babbo, devi parlarle dopo, adagio e al momento opportuno. Poi potresti chiamarmi, io potrei farmi trovare nelle vicinanze, farei a tempo a parlarle brevemente, prima che il babbo torni.

Hans: Veramente questo non è possibile, mia madre deve prima saperlo.

K. (insistendo con dolcezza): Ma allora è pericoloso, può darsi che torni tuo padre e mi sorprenda in casa…

Hans (con aria pensosa): Allora faccio così… prima di tutto dico alla mamma tutta la verità, ma per ottenere più facilmente un consenso dico che Lei, signor K., vuole anche parlare con il babbo, non della mamma ma dei suoi problemi.

K. (assorto nei suoi pensieri): Bene, così mi sembra giusto.

VOCE NARRANTE: Del resto Brunswick, pensava K., per quanto pericoloso, e cattivo, non poteva essere più suo avversario, giacché a detta del Sindaco era stato il capo di quelli che volevano la nomina di un agrimensore, sia pure per motivi politici. Allora perché tanta avversione verso K.? Ma forse c’erano dei malintesi che potevano essere chiariti. E K. poteva trovare un appoggio dalla parte di Brunswick, così egli si trastullava nei suoi sogni e i suoi sogni con lui…

K.: Ed effettivamente potrei parlare col babbo del mio impiego di agrimensore…

Hans (ribattendo felice): Già, e così è meglio anche… per mia madre. Non le sembra anche a lei signorina Frieda?

Frieda: Che cosa vuoi fare da grande Hans?

Hans (rispondendo prontamente): Voglio diventare un uomo come il signor K.

Frieda (con un sorriso): Come mai, proprio come il signor K.?

Hans (con il dito sulle labbra): La situazione attuale del signor K. non è bella, anzi, è brutta ed avvilente… io da una parte vorrei risparmiare a mia madre ogni parola del signor K., ma poi penso che mia madre stessa ha chiesto notizie del signor K. e io sono venuto qui… sono contento che il signor K. mi approvi. Sono convinto che il signor K., che pure è in una condizione così bassa ora, in avvenire, forse fra tanto, tanto tempo, supererà chiunque.

K. (scherzosamente): Ma certo, lo so, Hans, quello che m’invidi… io so fabbricare dei bei bastoni e, se il nostro progetto riesce, te ne faccio uno molto bello…

Hans guarda ora con infantile interesse il bastone e si rallegra alla promessa di K., che lo precede verso la porta: Hans fa un inchino a Frieda che lo ricambia con un sorriso e con un cenno del capo, ma resta ferma al suo posto. Alla porta Hans stringe con forza la mano a K.

Hans: Allora, a dopodomani.

K. (facendo un cenno col capo e richiudendo la porta): A Dopodomani.

K. va verso la cattedra dove lo attende Frieda che sta seduta sulla pedana. Si siedono vicini.
Rumore di una porta che si apre.
K. si volge verso la porta che divide le due aule.

Maestro (facendo un plateale inchino e con la solita aggressività): Scusate il disturbo! Ma dite un po’, quando vi decidete a rassettare la stanza? Di là siamo pigiati come acciughe e lo studio ne va di mezzo. E intanto voi… avete anche mandato via gli aiutanti. Adesso però… muovetevi!

K.: Subito… certo…

Maestro (con voce furente e sgraziata): E tu vai a prendermi la colazione all’Osteria del Ponte…

K. (con sufficienza): Ma sono licenziato! Licenziato o no? E’ proprio quello che vorrei sapere.

Maestro (con aria di sopportazione): Quante chiacchiere, sai bene che non hai accettato il licenziamento…

K. (ironico): E basta questo per annullarlo?

Maestro (sul punto di perdere la pazienza): Per me no, ti prego di crederlo, ma incredibile a dirsi pare che basti al Sindaco. E adesso corri, altrimenti ti scaravento fuori. Anzi, un momento! Dunque, ascolta, è meglio che pensi prima di tutto a rassettare l’aula in modo che la maestra la possa occupare con la sua classe. Ma devi sbrigarti, perché subito dopo devi andarmi a prendere la colazione, capito? Ho fame e sete.

K.: D’accordo.

Maestro (rivolto a K. che comincia a spazzare): Ancora una cosa… davanti all’uscio, fuori, c’è una catasta di legna per il riscaldamento. Ora vado, ma ritornerò per un’altra ispezione.

VOCE NARRANTE: Il colloquio con Hans gli aveva fatto concepire nuove speranze, tali forse da poter relegare Barnaba in secondo piano. Quindi doveva concentrare su di esse tutte le sue forze, non più curarsi dell’alloggio, della autorità del paese e in fondo anche di Frieda, finché solo di Frieda si trattasse…

Frieda (strizzando lo straccio nel secchio): Come mai, adesso, ti mostri così obbediente al maestro?

K. (coprendo il pagliericcio con delle coperte): Ormai sono diventato un bidello e debbo fare il mio mestiere.

Frieda riprende silenziosa il suo lavoro. K. si avvia verso l’uscio, apre la porta, raccoglie alla meglio la legna e la accatasta per trascinarla dentro… porta la legna vicino alla stufa (ne mette a terra una certa quantità, l’altra legna ce l’ha ancora tra le braccia e deve sistemarla), Frieda gli si avvicina con il secchio, riprendendo a lavare per terra… ha un’aria triste e depressa.

K. (con premura): Frieda, c’è qualcosa che ti preoccupa?

Frieda (a voce bassa): Niente di preciso… solo penso all’ostessa e alla verità di certe sue parole.

K. (perplesso): Quali parole?

Frieda: Ma niente, facevo così per dire…

K.: Per dire cosa?

Frieda: Mah, se proprio vuoi saperlo… in un primo momento avevo ascoltato tranquillamente la tua conversazione con Hans, ma poi certe parole mi hanno spaventata…

K. (appoggiando la catasta di legna a terra): Che cosa ti ha spaventato?

Frieda (sempre intenta al suo lavoro): E’ che a un certo punto ho cominciato ad afferrare il senso di certe parole e da allora non ho più potuto fare a meno di vedere in esse la conferma di quanto mi ha detto l’ostessa, e che finora avevo creduto giustificabile.

K. (stizzito, irritato): Adesso, Frieda, devi parlar chiaro.

Frieda (interrompendo il suo lavoro): Fin da principio l’ostessa si è sforzata di condurmi a dubitare di te… non ha mai detto che tu mentissi, anzi, diceva che sei sincero come un bambino; ma che la tua natura è così lontana da noi… che anche quando parli francamente facciamo fatica a crederti… se una buona amica non ci salva in tempo. Ora, dopo l’ultimo colloquio, ripeto le sue parole all’Osteria del Ponte: Ho scoperto i suoi intrighi.

K.: Intrighi?

Frieda: Lei diceva di aver scoperto questo: tu ti sei messo con me solo perché mi sono trovata per caso sulla tua strada e non ti sono dispiaciuta, e perché tu, molto a torto, sei convinto che una cameriera sia la vittima predestinata di qualunque cliente che allunghi la mano. Inoltre, come è venuta a sapere la locandiera dell’albergo dei Signori, tu volevi per non so quale ragione passare la notte lì e non potevi riuscirvi, se non per mio mezzo. E poi qualcosa di più, anche se questi erano motivi sufficienti per spingerti ad amarmi per quella notte. E questo di più era Klamm – tu hai creduto di avere in me un mezzo sicuro per arrivare veramente e assai presto vicino a Klamm, e anzi con un vantaggio su di lui. Che argomento, quando hai detto che prima di conoscermi battevi una via falsa! Tu quindi, così ha detto l’ostessa, hai creduto di conquistare in me un’amante di Klamm… e di possedere un ostaggio da riscattare ad altissimo prezzo. Di me non ti preme affatto.

K. (ribellandosi): Come puoi dire questo? Che diritto ha l’ostessa di immischiarsi nella nostra vita privata?

Frieda: Che t’importa se ho perso il posto all’albergo dei Signori, se ho dovuto lasciare anche l’Osteria del Ponte, se sono costretta a fare lavori gravosi? Tu non hai alcuna tenerezza per me, neanche il tempo di starmi accanto, mi abbandoni ai tuoi assistenti, non conosci gelosia. Ti interesso solo quale ex amante di Klamm e mi consideri senza scampo, una cosa tua. Tu calcoli tutto: se Klamm mi vuole, mi cederai a lui, se mi caccia, mi caccerai, se vuole che tu resti con me, ci resterai, se ne vedrai vantaggio fingerai di amarmi, cercherai di combattere l’indifferenza di Klamm con la tua nullità, facendogli valere che tu sei il suo successore. Ma quando ti accorgerai, dice l’ostessa, di esserti informato sull’idea che hai di Klamm e dei suoi rapporti con me, allora comincerà l’inferno, perché sarò la sola cosa che tu possiedi; l’unico avere, ma un avere che ti apparirà ormai privo di valore, e che tratterai di conseguenza.

K.: Durante tutto questo lungo discorso, non sono riuscito a distinguere la tua opinione da quella dell’ostessa.

Frieda: Era solo l’opinione dell’ostessa. Prima consideravo ingiusto e meschino quello che diceva l’ostessa. Pensavo a quel mattino tetro dopo la prima notte. Ti vedevo in ginocchio accanto a me, con uno sguardo come se tutto fosse perduto… e pensavo che nonostante i mie sforzi, non avevo potuto aiutarti. Però pensavo anche che l’amore che ti avrei portato mi avrebbe fatto vincere ogni ostacolo, una prova della sua forza l’aveva già data salvandoti dalla famiglia di Barnaba.

K. (tenendo stretta la mano di Frieda): Questa, dunque era la tua opinione, che cosa è mutato allora?

Frieda (lasciandosi abbracciare senza forza): Nulla, quando mi sei vicino come ora, sembra che non sia mutato nulla… ma in realtà… in realtà tutto è mutato, da quando ti ho sentito parlare con quel ragazzo… che candore in principio! Gli hai chiesto della sua famiglia, di questo e di quello, eri come me nella sala di mescita, espansivo, col cuore in mano, cercando il mio sguardo con aria infantile e premurosa. Ma di colpo ho capito con quale intenzione parlavi al bambino, con le tue parole piene di simpatia, ti conquistavi un po’ di fiducia non facile ad ottenere, per poi andare diritto allo scopo. Tu volevi arrivare a quella donna. Tu pensavi ai tuoi affari, tu ingannavi quella donna, prima ancora di averla conquistata. E quando domandasti ad Hans che cosa voleva fare quando fosse grande, ed egli rispose che voleva diventare un uomo come te, quando vidi che ti apparteneva già completamente, che differenza avrei potuto trovare tra quel ragazzetto di cui tu abusavi e me quella sera all’albergo?

K. (con calma): Tutto quello che dici, Frieda, è giusto in un certo senso; non si può dire falso, ma è ostile. Ed è confortabile che ciò sia detto dall’ostessa che è mia nemica. Ma ora Frieda rifletti, anche se tutto fosse come afferma l’ostessa, sarebbe grave solo in un caso, nel caso cioè che tu non mi volessi bene. Allora si potrebbe dire che ti ho conquistato con l’astuzia e col calcolo per ricevere un utile da questo possesso. Ma se invece ci siamo trovati, entrambi, dimmi Frieda, allora? Allora difendi la mia causa e io difendo la tua, non v’è differenza, solo una nemica può far distinzione. Ciò vale per tutto, anche per il piccolo Hans. Anche qui, tu esageri per eccesso di sensibilità, perché se le mie intenzioni non coincidono perfettamente con quelle di Hans, non sono nemmeno in opposizione. E questo Hans l’ha capito.

Frieda: E’ così difficile raccapezzarsi. Io non nutro certo nessuna diffidenza verso di te… e se l’ostessa mi ha ingiustamente suggestionato, sarà facile liberarmi da questa suggestione e chiederti perdono in ginocchio. Fatto sta che tu mi nascondi molte cose, vai e vieni ma io non so né da dove vieni né dove vai. E poi, quando Hans ha bussato, hai gridato il nome di Barnaba… ah se una sola volta mi avessi chiamato col tono affettuoso con cui hai pronunciato quel nome che odio! Se non ho la tua fiducia, come può non nascere in me la diffidenza? E allora rimango in balia dell’ostessa… anche se in qualche caso non è così. Non è forse anche per amor mio che hai cacciato gli aiutanti? Come cerco, se sapessi, in tutto quello che fai, anche se mi fa soffrire, un segno di affetto per me.

K.: Prima di tutto Frieda, dimmi che cosa ti avrei nascosto? Che io voglia arrivare fino a Klamm lo sai, e sai anche che tu non mi puoi essere d’aiuto, e che invece debbo agire con le mie sole forze, lo sai! E vedi pure che finora non vi sono riuscito. Debbo ricordarti tutte le umiliazioni? Che ho aspettato invano per ore allo sportello della slitta di Klamm, tremando di freddo?! Corro da te, felice di non dover pensare a queste cose e tu me le ricordi tutte… con aria di inimicizia. E Barnaba? Certo. Lo aspetto. E’ il messaggero di Klamm.

Frieda (con un moto di stizza): Di nuovo Barnaba. Non posso credere che sia un buon messaggero.

K. (allargando le braccia): Forse hai ragione, ma è l’unico che mi abbiano mandato.

Frieda (smuovendo rancori): Tanto peggio, per sospettare di lui!

K.: Finora, disgraziatamente, non mi ha dato motivo… viene di rado e quel che mi porta è insignificante. Ha il solo merito di venire direttamente per conto di Klamm.

Frieda: Secondo l’ostessa la mia felicità finirà proprio quando ti accorgerai che la tua speranza di parlare con Klamm è stata vana. Già, ma tu non aspetti neanche quel giorno. Arriva un ragazzetto di nome Hans e cominci a lottare con lui per arrivare a sua madre come lotteresti con l’aria necessaria alla vita.

K.: Hai bene interpretato il mio colloquio con Hans. Ma dimmi, hai talmente dimenticato il tuo passato, che non sai poi quanto sia necessario lottare per andare avanti quando si viene dal basso? Ora ascolta, quella donna viene dal Castello, me l’ha detto lei stessa quando mi sono trovato in casa Lasemann… che cosa c’era di più naturale che chiedere qualche consiglio e qualche aiuto? Se l’ostessa conosce gli ostacoli che mi dividono da Klamm, quella donna probabilmente conosce la strada che conduce a lui, giacché l’ha percorsa scendendo dal Castello.

Frieda (quasi meccanicamente): La strada che conduce a Klamm?

K.: A Klamm si intende. A chi altri? Ma ora bisogna che vada a prendere la colazione al maestro.

Frieda: Ti prego, resta ancora un po’.

K.: E’ tardi, debbo andare.

Frieda (più che mai supplichevole): Ma ti prego!

K. (guardando con timore la porta divisoria): Pensa che il maestro può arrivare da un momento all’altro, e allora è finita… ti prometto di far presto.

Frieda: Posso accendere la stufa…

K.: Non c’è bisogno, l’accenderò io al ritorno.

K. si dirige verso la porta sul fondo, esce… mentre Frieda rimane immobile, di spalle.

FINE DECIMA PARTE

Luigi Di Gianni

Il Castello - Decima Parte