Uno spettacolo itinerante interamente al buio…


Un gruppo di ciechi brancola nel bosco, un prete li accompagna e li guida, ma muore poco dopo. I non-vedenti risultano smarriti e la paralisi caratterizza gli accadimenti. E’ il racconto della cecità umana, di ogni essere, dello sguardo terreno che non è in grado di svelare il mistero del macro-cosmo. E’ l’invito ad aprire gli occhi per illuminare un angolo buio: l’anti-conoscenza.

Dal testo:
Studio su “I ciechi”
Adattamento di Nicola Ragone e Giuliano Braga
Tratto da “I ciechi” di Maurice Maeterlinck

PERSONAGGI:
Lusseryan: Cosimo Frascella
Tenberken: Marina Crialesi
Hall: Giorgia Palmucci
Torey: Chiara Laureti

Quattro ciechi, tre donne e un uomo. Tutti di giovane età. Orfani e pazienti di un istituto per non vedenti. Vestiti in modo semplice: indossano delle tuniche scure e informi. I loro volti logori e stanchi. Le donne con i capelli sciolti e unti, trasandate nell’aspetto. L’uomo smagrito e consumato. L’epoca non è ben definita: un oggi senza tempo, anche lo spazio pare vuoto, bianco e privo di elementi, informe e senza contorni. Solo 4 cubi di differente grandezza, posti a croce al centro della scena, su un pavimento asettico. In mezzo, celato dalle strutture, giace a terra il corpo senza vita del prete; accanto a lui una sedia rovesciata. Su ogni cubo siede un cieco. Lo spazio scenico è rettangolare, su tre lati (due lunghi e uno corto) siede il pubblico che abbraccia lo spazio, guardandolo da più punti di vista. Barriere di tulle, lunghe per tutto il perimetro, separano la platea dallo spazio scenico, creando una gabbia dentro la quale sono inscritti i cubi con i non vedenti. Il tulle traslucido e mutaforma crea nel pubblico una visuale sfocata, richiamo di una sensazione vicina a quella della cecità. Sulla platea sono disseminati petali di fiori dal colore scuro: sono asfodeli. Entra il pubblico. La scena è al buio. Sono illuminati i soli corridoi adiacenti alle tribunette e alla platea.
Buio.
Nell’oscurità si ode la voce del narratore.
PREFAZIONE. NEL BUIO.

VOCE OFF
C’era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi. E il fatto che fosse cieco mi dava un po’ fastidio. L’idea che avevo della cecità me l’ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. Insomma avere un cieco per casa non è che fosse il primo dei miei pensieri. Dopo qualche ora eravamo tutti seduti, in salotto, a chiacchierare. Mi venne in mente una cosa. Gli chiesi: “Ma tu ce l’hai un’idea di che cos’è una cattedrale? Cioè di che aspetto hanno le cattedrali? Capisci?” – Lui mi rispose: “Se proprio vuoi saperlo, un’idea precisa non ce l’ho mica”“Disegnala.” – Disse il cieco. E così ho cominciato… d’un tratto ho posato la penna. Il cieco continuava a tastare la carta. La sfiorava con le punte delle dita. “Ora mettici un po’ di gente. Che cattedrale è senza la gente?” – Disse. Poi… attese ch’io finissi. “Adesso chiudi gli occhi” – Aggiunse, rivolto a me. Li chiusi e lui: “Non fermarti. Continua a disegnare”. E così abbiamo continuato. Le sue dita guidavano le mie mentre la mano passava su tutta la carta. Era una sensazione che non avevo mai provato in vita mia. Dopo un po’ mi chiese: “La stai guardando?” – Tenevo gli occhi chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente. “E’ proprio fantastica”, dissi. Da quel momento, l’accanito mestiere di scrittore che svolgevo, mi condusse sulle pagine di Oliver Sacks e Maurice Maeterlinck, la mia mente iniziava ad affollarsi di strane figure, solo le loro voci, nel buio. Poi veri e propri personaggi si materializzavano, spingevano, scalpitavano per esistere. Pertanto chiesi aiuto a Giuseppe Verdi per giungere all’ispirazione. Giunsi a qualcosa, ma di preciso non saprei. In musica l’aria di “Azucena”. Secondo atto de “Il Trovatore”. La transizione sonora che dissolve nel sogno di Cosimo.

 Uno studio partito dal testo, diventato in seguito esplorazione spontanea. Un viaggio sensoriale nel mondo della cecità fisica ed interiore, nel quale si è sviluppato un profondo ascolto del proprio corpo e una spiccata ricerca delle tensioni negli spazi della mente di ogni interprete. Una drammaturgia e un adattamento di gruppo, effettuato con gli attori in movimento, offrendo così la possibilità di poter tratteggiare il proprio personaggio, grazie ad una libertà disciplinare e all’intreccio di mondi e culture differenti. Un pastiche linguistico ed emotivo costruito sugli incontri e le folgorazioni appartenenti ad un momento casuale e non previsto.

Nicola Ragone