Di David Lynch, James Signorelli

Scritto da: BARRY GIFFORD, JAY MCINERNEY
Musiche di: ANGELO BADALAMENTI
Montaggio di: MARY SWEENEY, TONI MORGAN, DAVID SIEGEL
Fotografia di: PETER DEMING
con:
CLARK HEATHCLIFF BROLLY
CAMILLA OVERBYE ROOS
HARRY DEAN STANTON
FREDDIE JONES
CRISPIN GLOVER
ALICIA WITT
GRIFFIN DUNNE
DEBORAH KARA UNGER
GLENNE HEADLY
CHELSEA FIELD
MARISKA HARGITAY
JOHN SOLARI
CARL SUNDSTROM
JOHANNA RAY
RONALD LEAMON
RANDY N. BARBEE
STAS TAGIOS
Produzione: DAVID LYNCH, MONTY MONTGOMERY, DEEPAK NAYAR, JOHN WENTWORTH
Durata: 97’      Anno: 1993
Titolo Originale: HOTEL ROOM (Monacò)

HOTEL ROOM

“Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela.”

Don DeLillo (1936)

Una camera d’albergo in riva al mare, non ne ricordo il numero, ventilatore acceso, è notte e in lontananza dalla spiaggia arrivano suoni ovattati, di una qualche festa di merda, risate, voci, e brutta musica. Sono solo… dopo una vita (la mia) che si è smarrita; cerco il tono giusto, qualcosa che sullo schermo del mio HP si solidifichi, abbia un senso, mi dia la possibilità di sfogarmi… e inizio a scrivere di un film per la televisione ambientato in una stanza d’albergo, sempre la stessa. Un film del mio regista preferito. Luci soffuse, quell’atmosfera da “tempi di una volta”, quei dialoghi così ben scritti, un paradigma avantpop,  arredi eleganti illuminati da lampade Art déco. Un luogo e una situazione conosciuta. Ma che spiazza; David Lynch, in televisione di nuovo dopo “I Segreti Di Twin Peaks”, ospite di se stesso in una “camera d’albergo” (location che userà spesso anche in futuro per dirigere commercials: Gucci by Gucci, “Opium” per Yves Saint Laurent e lo stupendo cortometraggio “Lady Blue Shanghai” griffato Dior). “Hotel Room”, miniserie per la rete satellitare HBO è un discorso continuato dopo “Cuore Selvaggio”, che vede il mondo degli scrittori, espropriato, unirsi con quello cinematografico. Un esperimento composto da tre episodi, due diretti dal visionario artista di Missoula e uno dal giovane James Signorelli, il tutto poi montato come film unico per il cinema della durata di un’ora e mezza circa. La sceneggiatura è curata da Barry Gifford che accompagna gli episodi di Lynch e da Jay McInerney per quello diretto da Signorelli. Gifford (anche poeta) è affermato, celebre e ha già contribuito alla lavorazione di “Wild At Heart” sempre di Lynch, tratto da un suo romanzo omonimo; ha uno stile di scrittura che fonde noir e pulp ambientandoli in un amalgama di paesaggi americani. McInerney invece é un romanziere dallo stile più mondano (vedi “Le Mille Luci Di New York” scritto singolarmente in seconda persona), abile nel raccontare le realtà giovanili negli ambienti urbani, con molti dialoghi e riferimenti modaioli. Preferisco decisamente il primo. Le musiche dei tre segmenti sono state affidate al sempre presente Angelo Badalamenti, che si autodisciplina enormemente dando vita a partiture eleganti e poco invasive, perfette per l’atmosfera rilassata e senza tempo della pellicola (la colonna sonora non è mai stata pubblicata purtroppo). L’eccellente lavoro sulle immagini è di Peter Deming, un direttore della fotografia mostruoso, votato all’oscurità, che qui dà un breve assaggio del suo ragguardevole talento, alla prima con Lynch. Gli inquilini della stanza d’albergo numero 603 fanno faville. Nel primo episodio: “Tricks” (“Clienti”) ambientato nel 1969, due probabili serial killer, due attori che con stili diversi di recitazione si divertono, magnifici in un delirio di cattivo gusto, a contendersi una puttana; Harry Dean Stanton (Moe) e Freddie Jones (Lou Boca). Lo spietato Lou si sostituisce a poco a poco al suo socio, ha un disegno ben preciso per il povero e succube Moe, ma la polizia bussa alla porta, dopo una dislocazione perversa, un amaro risveglio! Secondo episodio: “Getting Rid Of Robert” (“Sbarazzandosi Di Robert”) ambientato nel 1992, nella camera 603, Sasna (una misurata Deborah Kara Unger) attende l’arrivo, con due amiche, dell’amante, quando questi si presenta ecco scatenarsi una furibonda discussione (reciproca era l’intenzione di mollarsi) e qualcuno ne pagherà il conto dopo la scoperta di tradimenti su tradimenti. Il più veloce e meno profondo. Il Robert del titolo – l’amante di Sasna – è interpretato da Griffin Dunne, attore molto sottovalutato, protagonista di una manciata di capolavori: “Un Lupo Mannaro Americano A Londra” (1981) di John Landis, “Fuori Orario” (1985) di Martin Scorsese e “Dallas Buyers Club” (2013) di Jean-Marc Vallée. Il segmento diretto da Signorelli (che cita apertamente “Anna Karenina” di Lev Tolstoj) è il più debole dei tre, incerto sul registro da adottare. Terzo e ultimo episodio: “Blackout”… ritorna Lynch, e questa volta lo fa al massimo delle sue ossessioni e del suo talento in forma di poesia, con un vero e proprio piccolo capolavoro perfetto. 1936, Danny (uno strepitoso Crispin Glover) entra nella stanza 603 di un albergo, ad attenderlo, la sua giovane compagna Diane (Alicia Witt)… un black out ed è il buio. I due accendono delle candele. Diane, afflitta da problemi mentali causati da un terribile trauma, racconta storie assurde, fugge dalla realtà (“Sei partito per il Mar Rosso” diventa per lei: “Sei partito per il Rosso del Mare”) e Danny ricorda con nostalgia il proprio passato. Atmosfera greve, inquietudine, due anime sole che si amano, alle prese con i loro demoni e al riparo dai demoni al di fuori del loro posto caldo. David Lynch arreda di nulla una camera d’albergo surreale, lampade, tende, telefoni, poltrone… la numero 603 lo respinge, lo attira, fa scorrere il tempo ma ferma la memoria di un ambiente (il fattorino e la cameriera sono interpretati sempre dagli stessi due attori), forse cerca l’oblio… e lo trova. In “Blackout” racconta una storia che non si vede, nella quale si percepisce un senso di sospensione, inganna lo spazio di Danny e Diane e prova una tenerezza incredibile nel filmarli, così uniti e soli in una metropoli nera… ma il loro amore è luce, luce protetta da un abbraccio, alimentata da un bacio. Forse sono solo spettri, ricordi. Per i fantasmi i fantasmi siamo noi. “Hotel Room” è un progetto fallito, dei capitoli di vita imprigionati dal tempo e dallo spazio (in una vicenda curiosamente simile per ambienti e atmosfere al bellissimo “Barton Fink – E’ Successo A Hollywood” (1991) dei fratelli Coen); una storia che parla di altre storie, di avvenimenti diversi accaduti a distanza di decadi nella stessa camera d’albergo, la 603. Il filo conduttore che lega i tre segmenti è la misura e il livello meta-testuale, preciso, letterario, tutto è raccontato in maniera semplice ma non facilmente comprensibile. David Lynch è un genio, esteta, cerebrale, che si é chiuso nella sua “Hotel Room”… in attesa dei capolavori a venire, isolato a testimoniare la vita, ha impersonificato l’idea del tempo, e ci regala due ragazzi innamorati in una stanza senza luce, abbracciati e prigionieri di un abisso confuso in cui sogno e realtà si mescolano in un arabesco di follia… e scorrono gli anni, 1969… 1992… 1936… Guardo fuori, manca poco alle 5:00, prima erano le stelle a bucare l’oscurità, ora albeggia, e sono sopraffatto da uno strano senso di pace. Smetto di camminare con la mia mente, che si è placata… la musica è cessata e la festa è finita, per fortuna. Forse vivrò per sempre. Spengo il notebook, così faccio anche col mattino.

“L’omo é propio transito e condotto di cibo, sepoltura, albergo de’ morti, facendo a sé vita dell’altrui morte, guaina di corruzione.”

Leonardo Da Vinci (1452-1519)

       Monacò

Hotel Room (1993) - David Lynch, James Signorelli

Crispin Glover, Alicia Witt – Hotel Room (1993)