“Una figura unica, insostituibile, a cui tutti dobbiamo qualcosa di noi stessi.”

Eugenio Montale (1896-1981)

 

Esce, per la collana Oscar Mondadori – è il 2016 – una nuova edizione di “Un Uomo finito” (1913), romanzo biografico-intellettuale di uno dei protagonisti della cultura italiana di inizio 900 e oltre: Giovanni Papini.

Rinuncio al caffè e alla colazione e investo i miei soldi nell’acquisto del libro, spronato da alcuni ricordi universitari (un professore che stimavo lo aveva nominato destando in me molta curiosità) e affascinato soprattutto dal memorabile titolo. Noto il romanzo su di un tavolo della libreria, come fosse appena arrivato. La commessa mi conferma che effettivamente l’edizione suddetta era giunta in negozio poc’anzi, sfornata di fresco e ancora da porre sul giusto scaffale. E così è iniziata l’avventura tra le pagine di un uomo particolare, “malato di grandezza”, unico, ingiudicabile nelle sue idee e difatti difficile da incanalare in una antologia, come testimoniano le parole di Carlo Bo: Fare un’antologia di Papini è un’impresa quasi disperata. Si ha sempre la sensazione di lasciare fuori le cose che contano di più e di prendere delle pagine che non rispondono né alle intenzioni né alle suggestioni di una lettura critica. Succede così, alla fine di molti esperimenti, di tanti tentativi di riduzione, di dover spostare ancora una volta il libro dei risultati sulla figura dell’uomo, il registro delle operazioni compiute su quello che Papini ha creduto o sperato di essere, insomma sull’immagine di grande protagonista a cui ha sacrificato tutto il suo lavoro, dagli anni difficili della prima gioventù a quelli ultimi così toccanti per il coraggio e la forza dimostrati.”. E appunto, non appena si leggono le pagine di questa autobiografia scritta a 30 anni, si ha l’idea di aver a che fare con un uomo intellettualmente finito, che si è nutrito di visioni di grandezza a volte suggestive a volte troppo ambiziose, addolorato per i propri trionfi mancati, il cui fuoco coincideva con una grande e spasmodica passione per la vita, una pericolosa apertura al mondo e alla sua complessità. Un documento sicuramente imprescindibile per capire l’identità culturale italiana di inizio Novecento, costellata di disillusioni e amarezze, e di visioni suggestive quanto inverosimili, che comunque erano la cartina tornasole della ricerca sentita di una qualche verità.

La complessità del mondo, dicevamo. La testimonia il primo saggio importante da lui pubblicato: “Il Crepuscolo dei Filosofi” (1906), nel quale Papini, sicuramente malato di grandezza, ma anche convinto di dover ridare dignità al reale restituendone la complessità e la conseguente impossibilità di schematizzare la vita, mette alla berlina i sistemi filosofici cardine dell’Ottocento: Immanuel Kant, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Arthur Schopenhauer, Auguste Comte, Herbert Spencer e Friedrich Nietzsche. Un libro definito dall’autore stesso “Un massacro, pieno di volontà di uccidere, di annientare, di sbranare”. Queste parole danno l’idea dell’irruenza e della sua tempra da sano provocatore, impegnato in una vitalistica – e nietzscheana – negazione di qualsiasi schema; infine l’epigramma alle “tre o quattro idee” che hanno impegnato da sempre il pensiero umano: “Licenzio la filosofia”.

Papini si era acculturato – geniale dilettante – nella “cesta” di libri del padre, e la sua non-infanzia si è dipanata in sterminate letture e nella polvere delle biblioteche, intento a progetti più o meno verosimili, sicuramente marchiati, come una tara primordiale, dal termine onnipresente che meglio illustra la sua vita: tutto (o niente). Di questo disturbo di personalità, che a tutti gli effetti sembra sussistere (in una pagina del suo diario si leggono alcuni punti per la stesura del libro: “Vera storia di un cervello, tragedia con un solo personaggio, sinfonia interna in quattro tempi, inutile sfogo di un impotente, documento scientifico per lo studio della mania della grandezza, ripulitura di un’anima che vuol rinascere”, naturalmente l’accento è da porsi sul penultimo punto) è bene tenere conto: sembra che ogni percorso spirituale e filosofico – dal pragmatismo alle testi interventiste – di Papini risenta di ciò.

Di Giovanni Papini è stato detto e scritto tanto: è oggetto di numerose tesi e studi. Non è il senso di questo articolo – sempre che abbia un senso – quello di enucleare con precisione i suoi percorsi: la fondazione della rivista “Leonardo” (contro la stagnazione accademica della cultura, nel 1903), le collaborazioni con “La Voce” e “Lacerba”, le amicizie con Giuseppe Prezzolini e Giovanni Vailati, l’adesione personale al Futurismo, l’interventismo, la disillusione a seguito delle tragedie disumane del primo conflitto mondiale, poi la conversione e il lento spegnersi nella culla della malattia. Cosa hanno fatto a dire, a Montale, quelle parole? Perché Papini è, oggi, resistito al tempo?

Del fatto che Papini abbia superato la prova del tempo, nonostante essere stato “ingiustamente dimenticato” (Jorge Luis Borges), ne da la prova lo stesso scrittore e poeta argentino; infatti, alla domanda sul perché Borges avesse incluso nella “Biblioteca di Babele” (collana da lui diretta) un solo nome italiano – quello di Papini – accanto ai vari Edgar Allan Poe e Franz Kafka, egli risponde di aver letto a dieci anni una delle sue novelle metafisiche, “Il Pilota Cieco” (1907). E’ un racconto molto caro a Borges, sia per la presenza del tema della cecità, sia perché, nelle sue novelle, Papini si fa portavoce e precursore di alcuni termini molto vicini al nuovo racconto fantastico: il Doppelgänger, i paradossi e, poi, il tragico quotidiano che trova nel suo essere reale la ragione di essere fantastico (tributo al mistero e alla complessità del vivere). Riporto le intere parole di Borges che fanno da prefazione al libro-antologia “Lo Specchio che Fugge” (1979): “Sospetto che Papini sia stato ingiustamente dimenticato”. In “Sul Pragmatismo” (1903-1911) Papini si fa portavoce di una miriade di intuizioni, alcune delle quali interessanti, sui limiti consustanziali della filosofia e della logica in generale, dal linguaggio (echi wittgensteiani), alla fisiologia di colui che crea sistemi, alla impossibilità di conseguire i fini proposti dal pensiero umano. Rimane, poi, un talento letterario notevole e una tempra satirica (divertente e pungente quando era ora di punire qualcuno: vedi Benedetto Croce e lo sciocchezzaio crociano, il poeta Guido Mazzoni, del quale dice, sempre in “Stroncature” (1916): “E’ tanto tempo che ce l’ho sullo stomaco questo omiciattolo rappresentativo della letteratura universitaria, cruscante e fiorentina! […] Bisogna levarlo di mezzo, questo tenorino rimaiolo, e giacché non vuole andar già bisogna rivomitarlo”) che, comunque, non sfocia mai in una vera autoironia, piuttosto in un delirato e provocatorio scrivere – ecco la malattia della grandezza, il narcisismo che costringe a prendere tutto sul serio. E quando non era scrivere, era provocare apertamente in conferenze varie, tra schiamazzi, critiche, e insulti, vedi “Discorso di Roma” (1913). Scrive Luigi Baldacci, nella preziosa introduzione all’antologia “Opere” (1988) dei Meridiani Mondadori: “Papini ateo non ha mai accettato la morte di Dio, se è ateo è solo perché non può essere Dio”.

Sicuramente il periplo schizofrenico di Papini accende una considerazione generale, che astrae il soggetto qui da me malamente delineato: quanto, ciò che uno fa nel quotidiano della sua storia, nelle sue azioni e nelle sue prese di posizione – politiche o filosofiche – dice della reale anima di un pensatore? Intendo dire: quanto, il modo in cui si concretizza la vita interiore di un uomo nella vita di tutti i giorni dice di quell’uomo? Ha senso, nell’ottica di conoscere il Papini uomo (finito), analizzare la sua adesione al Futurismo, piuttosto che la sua conversione, piuttosto che il suo rientro, a tarda età, nei ranghi accademici? Siamo arrivati al punto, forse, di essere costretti – un po’ per tutti i pensatori – a tralasciare ciò che un uomo ha fatto e ciò che un uomo ha detto nell’ambito della vita storica del suo periodo storico. In Papini, davvero, non sembra essere importante la forma esteriore che ha assunto il suo modo di essere, e neppure fanno testo i punti ai quali è arrivato. Credo che, il modo in cui un’esperienza interiore si traduca in esteriore, non traduca coerentemente quello che un uomo è.

Giovanni Papini ha certamente rappresentato una ventata di energia per la cultura italiana, come il Futurismo – e qualsiasi avanguardia –, nel bene e nel male, rappresenta un segno di salute, la possibilità di un rinnovamento, di un rovesciamento dialettico, la necessità teorica, e possibile, di estendere i limiti di un fenomeno artistico o meno che sia… cose che, all’oggi, sembrano sempre più difficili. Ancora, cosa resta di Papini oltre a quel che è stato superficialmente detto? Resta la testimonianza di un percorso di vita unico; l’esperienza intesa come giustificazione di un percorso, e non come giustificazione di un risultato. Restano, racchiuse nel suo stile, le prove – cristallizzate appunto nel suo capolavoro “Un uomo finito” – dell’impossibilità di una soluzione; restano le giustificazioni per la propria condizione di uomo finito, ovvero di uomo in crisi e senza orizzonti, di “pilota cieco”. Resta una riflessione sul ruolo, in generale, dell’arte intesa come giustificazione di se stessi. Resta la scrittura come “delicato barometro” di una volontà, che però non tende da nessuna parte, e che non è neppure “volontà di vivere”, come la intendeva Schopenhauer, perché, come dice Papini, il mondo “vive di già”. Resta, insomma, la necessità di creare un feticcio artistico (nel caso di Papini questo feticcio è proprio il romanzo che dà il titolo a questo articolo) atto a testimoniare il perché uno sia giunto a vivere così, in questo modo e non in quell’altro… il perché Papini sia giunto a vivere anche in questo modo: “Dormo dieci ore filate, senza svegliarmi, senza sognare. Mi sveglio con la testa pastosa; esco fuori per non far nulla; ritorno a casa per riposarmi; mangio voracemente come un ragazzo che si masturbi tutte le sere…”

Se l’Universo non ha direzione, deve restare la testimonianza di un percorso, insensato ma perseguito. Cosa sarebbero, in generale, gli artisti senza le loro opere?

Gianmaria Sisca

Giovanni Papini

Giovanni Papini