Più passa il tempo più trovo difficile sopportare quegli esercizi stilistici che tanto affascinano molti scrittori musicali. Esercizi che trovano ragione più nel solipsismo egonanistico di chi li scrive, che invece nel soddisfacimento della curiosità di chi dovrebbe leggere. Solitamente iniziano così: “Artisti come Giovanni Leonardi ricordano…” e via di elenco di nomi. Oppure “Album come quelli di Giovanni Leonardi sembrano…” e via con playlist di conoscenze opinatamente paragonabili. Ci sono cascato molto spesso anch’io, poi però con il passare del tempo mi sono accorto di quanto sia inutile affrontare un discorso biografico o di critica musicale con questo approccio. E non perché ogni artista ha le proprie peculiarità, osservazione che fa il paio con “qui una volta era tutta campagna” e “Venezia è bella, ma non ci vivrei”, ma perché porta inevitabilmente a ricondurre un lavoro a metriche di paragone che hanno come solo riferimento le conoscenze di chi scrive, che per quanto possano essere estese e complete, sono necessariamente ed inevitabilmente limitate e viziate di effetti di risonanza, creando parallelismi castranti e assurdamente parziali.

Perché questa premessa? Perché quando ho iniziato a pensare a cosa scrivere di Giovanni Leonardi, per gli amici Leo, mi sono trovato nella oggettiva difficoltà di individuare una serie di semplici affiliazioni con cui avvicinare il lettore a questo artista. Gli unici che mi venivano in mente erano artisti talmente particolari che certamente non sarebbero stati compresi nell’accostamento a Leo. E questa incomprensibilità risiede in una oggettiva e cangiante unicità di ciò che Leonardi ha saputo costruire nel corso degli anni. Proviamo ad addentrarci.
Fieramente posso definirmi un conterraneo di Leonardi, anche se lui viene da quella parte dell’Emilia che inizia ad adagiarsi sui primi Appennini e non dalla chiassosa città Capoluogo da cui provengo io stesso. Proprio per questo l’ho iniziato a seguire con curiosità, perché fin dall’inizio, al tempo dei suoi Siegfried, ho colto nel suo lavoro una voglia di trascendere i confini del neofolk che non aveva una sola ragione musicale. I Siegfried, gruppo infinitamente meno conosciuto di quanto meriterebbe, erano partiti con questa idea, ma velocemente la loro poetica ha recepito le istanze wave e punk che risiedevano nei cromosomi dei suoi componenti, Leo in testa. Ma ciò che mi ha subito colpito del discorso Siegfried era la narrazione molto aderente alla terra natale, un’epicità che sa di genuino contatto con le proprie radici. Temi che affondano nell’uomo, nel dolore del quotidiano e che vengono sviluppati grazie ad un approccio corale, perché i Siegfried sono un gruppo che nel suo corso si nutre e si è nutrito di ottime individualità, quelle di Fabrizio Forghieri, Yari Ugolini, Luigi Napodano e Lucia Vicenzi. Per questo gruppo l’estetica musicale non è solo quella che esce dagli strumenti, ma arriva fino ad una parte grafica che completa ed integra alla perfezione ogni dettaglio poetico. Un’estrinsecazione pratica di questo approccio è incarnata dal ruolo di Simone – Dinamo Innesco Rivoluzione – Poletti, autore di molti testi e che come artista visuale si è occupato di numerose grafiche, piccole opere d’arte che rendono i Siegfried interessantissimi anche da un mero punto di vista estetico. Grafiche che sono inscindibilmente saldate alle melodie ed alle metriche dei brani, incastonate in ballate oscure e struggenti e che rendono Poletti a tutti gli effetti un membro del gruppo. I Siegfried hanno pubblicato dal 2011 ad oggi quattro album, uno più bello dell’altro, con “K”, che segna un punto di non ritorno della loro proposta, maturo, oscuro, monolitico.
Il tratto caratterizzante di Leo è il suo modo di vivere l’arte: completo, totalizzante, trasversale. Un tratto che lo porta continuamente a contaminare, fondere, completare, come nel caso della Divisione Sehnsucht, costola nata dai Siegfried in parallelo alla sonorizzazione di declamazioni del poeta Giorgio Casali e di esposizioni del grande pittore modenese Andrea Chiesi. Nella Divisione Sehnsucht l’approccio è molto più rarefatto, intimista, raccolto, in perfetto richiamo semantico al significato stesso della parola tedesca, ma al tempo stesso accompagnato da quel sostantivo, Divisione, di stampo militarista, organico, organizzato, organicista. Una chiara presa di posizione che se da una parte volge lo sguardo verso melodie più accessibili ed avvicinabili, dall’altro mantiene un taglio che a tutto avvicina fuorché a facilità e disimpegno. Pur essendo profondamente diversi tra loro, Siegfried e Divisione Sehnsucht mantengono la stessa anima, un’essenza oscura che affonda le sue radici nell’uomo, nell’umano, nel carnale e nel terreno, con musiche che profumano di nebbia, labili e freddi sudari di apparente leggerezza.
All’inizio del 2017 i Dischi da Bruciare, costola musicale del progetto Libri da Bruciare, pubblica l’esordio della Divisione Sehnsucht. E non poteva esistere albergo migliore per questa nascita. Il progetto dei Libri da Bruciare è infatti un’altra delle sfide lanciate al mondo della Cultura (con la C maiuscola, è proprio il caso di dirlo!) da Leonardi e Poletti insieme all’artista e amico Fabrizio Loschi: una Casa editrice non convenzionale, fieramente autarchica, volutamente assente da ogni piattaforma di distribuzione mainstream, dichiaratamente votata alla pubblicazione di ciò che secondo gli editori merita di essere letto senza calcolo e senza opportunismo. Sempre all’inizio del 2017 la Divisione Sehnsucht a ranghi ridotti è dietro agli strumenti per sonorizzare la presentazione di un libro a firma Alessandro Cavazza e Marco – Disciplinatha – Maiani. Un altro nome, quello dei Disciplinatha, che si va a sommare alla cerchia artistica di cui si contamina Leonardi, un manipolo di assaltatori delle consuetudini e del conformismo che non può che provocare riflessioni.
E quando pensi di sapere dove sistemare Giovanni Leonardi, ecco che all’improvviso se ne esce con una creatura che rimescola tutte le carte. Tornando indietro…
Anno 2015, Leonardi comunica il progetto Carnera pubblicando “Strategia della Tensione”. Al suo fianco ancora Simone Poletti, che qui si supera, insieme ad Yvan Battaglia dei Les Champs Magnétiques, vero maestro cesellatore del suono a fianco delle macchine manovrate da Leonardi. I Carnera propongono un industrial vecchia scuola, violento, crudo, martellante e marziale, diretto, poco a che vedere con i Siegfried. Le composizioni dei Carnera sono declamate, lapidarie, irrimediabilmente unidirezionali, perché funzionali a temi che sbattono in faccia all’ascoltatore una realtà spesso dimenticata ed obnubilata, un decadimento della società occidentale che pare inarrestabile, minato nelle fondamenta da perdita di senso e di valori, di identità e di coraggio. La valorizzazione e la ripresa della bellezza sono i cardini di un progetto che non poteva trovare esordio migliore di un live nell’atelier di Fabrizio Loschi, un maestro del bello, accomunato allo stesso Leonardi da un approccio totale all’arte. Arte come vita, come espressione dell’afflato più intimo del grido umano, arte come distacco dalla volgarità e dall’accattonaggio culturale, arte come espressione più alta del sentire. I Carnera si vanno a sistemare con autorevolezza in quello spazio lasciato vuoto da molti artisti che nel tempo hanno abbandonato l’impervio terreno dell’old school per lidi più facili. E lo fanno con musiche sature di elettronica, con un bellissimo corredo visuale a firma di Monica Battaglia, con la regia musicale di Yvan Battaglia, con l’occhio onnipresente dell’onnipresente Poletti. Ricordo bene come “Strategia della Tensione” fosse uscito nel momento in cui l’Europa era lacerata dalla recente scia di attentati. E ricordo bene di come a mio avviso le sue musiche fossero il miglior modo per commentare quanto stava succedendo: spietatamente, senza retorica, straordinariamente lucide. Da questo cogli la grandezza di un artista, quando sa leggerti la realtà con occhi che tu stesso riconosci veri. Nella primavera del 2017 esce il secondo album dei Carnera, “La Notte della Repubblica”, ammonimento che riporta alla memoria quel recente passato della nostra repubblica impantanato in stragi, depistaggi, ingerenze di altri Paesi, tentati golpe, un passato ancora ben lontano dall’essere stato chiarito, eppure ancora ricco di tabù per la nostra società civile. Ancora una volta Leonardi e Battaglia scrivono in modo impeccabile, dando suono a ciò che non possiede un’identità definita, contornando l’inafferrabile e ricordandoci di non dimenticare, alternando struggenti intro di piano a ritmiche da dancefloor.

Per chi scrive, Carnera è una delle migliori espressioni musicali uscite in Italia negli ultimi dieci anni.
Infine l’uscita ad inizio 2017 di “The Alchemist Organizer”, primo lavoro solista di Leonardi, qui senza una band. Un tributo all’analogico, moog in regia e manopole in movimento in cui Leo dà sfogo alla propria creatività mostrandosi re nudo senza un reame, senza collaboratori, senza un gruppo, senza nulla che non sia lui stesso. Un bel coraggio, quel coraggio che ha solo chi possiede la sicurezza di aver qualcosa da dire. E in effetti “The Alchemist Organizer” funziona a meraviglia, un gioiello che ancora una volta mostra una nuova sfaccettatura di questo artista: labirinti tribali, glitch minimali, pulsazioni elettroniche. Dodici tracce che completano il quadro di un artista che ha saputo muoversi con naturalezza tra neofolk, industrial, new wave ed electro, senza mai calare di intensità.

Questo è il percorso ad oggi di Giovanni Leo Leonardi, una traiettoria che sono sicuro non smetterà mai di progredire in nuove direzioni, né di approfondire l’esplorazione del già percorso. E di ciò mi allieto. Un bardo che nella mia testa vedo emergere dalle profondità melmose di quelle Salse di Nirano che sgorgano a pochi passi da casa sua. Se non sapete di cosa si tratta, vi siete persi uno sconosciuto miracolo della natura. Come questi piccoli vulcani di fango argilloso eruttano in modo imprevedibile, ad intervalli irregolari, in quantità incalcolabili, così Leonardi estrae dai suoi dispositivi musiche imprevedibili, irregolari, incalcolabili. Lo fa cantando l’uomo e la bellezza, il buio e la decadenza, l’Occidente e l’Emilia.

Giovanni Rossi

Giovanni Leonardi - The Alchemist Organizer (2017)

Giovanni Leonardi – The Alchemist Organizer (2017)