George Orwell in realtà si chiamava Eric Arthur Blair; era stato allevato in un clima esclusivo e dotato di un’ottima educazione culturale e sociale. I contrasti e il senso di non appartenenza a quel clima snob lo colsero giovanissimo, tanto da fargli avvertire l’esigenza di provare esperienze diverse, di ripercorrere le orme del padre quando apparteneva al mondo coloniale britannico (Orwell nacque, infatti, in India).
Arruolatosi nella polizia imperiale nel 1922, trasse spunto per “Giorni in Birmania” (“Burmese Days”, edito solo nel 1934), il suo primo romanzo che però non fu il primo a esser pubblicato. L’esperienza lo vide combattuto tra la nausea per l’arroganza degli imperialisti e il suo ruolo ufficiale in quello stesso contesto. Fu, quello, un primo passo verso una forma mentale che sovvertiva la rigidità dei sistemi.
Nel 1928, dimessosi dalla polizia imperiale, Orwell sperimentò la vita dei bassifondi vivendo di espedienti e carità nella Parigi dell’epoca, per poi spostarsi in Patria. “Senza un soldo a Parigi e a Londra” (Down and Out in Paris and London”, 1933) fu il tracciato di un’ennesima, rigida storia di gioventù.
Vennero poi “La figlia del reverendo” (“A Clergyman’s Daughter”, 1935) e “Fiorirà l’aspidistra” (“Keep the Aspidistra Flying”, 1936), una prova letteraria che vide un Orwell sorprendentemente ironico e spumeggiante, anche dietro il lucido taglio visivo e di scrittura; stava accumulando esperienze su esperienze, come molti suoi coetanei. Solo che lui sembrava aver esigenze più forti. Non era solo la voglia di nuova linfa in un periodo come quello, tra le due guerre mondiali, piuttosto critico e difficile, ma anche lucida curiosità.
“La strada di Wigan Pier” (“The Road to Wigan Pier”, 1937) andò ben oltre l’indagine sulla povertà che gli aveva commissionato il Left Book Club (un’associazione culturale filo socialista) nel 1936. Il mondo dei minatori dell’Inghilterra settentrionale, le loro meschine condizioni di sfruttati in un periodo storico economicamente critico e dibattuto come gli anni Trenta dello scorso secolo, furono un altro dei passaggi verso la maturazione stilistica e di pensiero di Orwell. Il suo non fu un vero diario dell’esperienza, perché il suo intento divenne non il resoconto nudo e crudo, bensì un’analisi più ampia, in cerca del significato di quella povertà ben oltre i limiti imposti dal reportage. La sua penna, per certi versi, ricorda il Jack London de “Il popolo degli abissi” (1903), un’inchiesta vissuta in prima persona nell’East End di Londra. Nel testo di “La strada di Wigan Pier”, Orwell disseminò qua e là i riferimenti delle successive opere di maggior fama, come l’ostracismo verso qualunque forma di dittatura e qualsiasi limitazione alla libertà personale.
Arruolatosi volontario per la Guerra di Spagna, anche lui come molti altri intellettuali e giovani dell’epoca in cerca di un significato in un mondo che aveva tradito le aspettative e le illusioni, Orwell ne ricavò una ferita alla gola e fu costretto a lasciare la Spagna quasi da clandestino. “Omaggio alla Catalogna” (“Homage to Catalonia”, 1938) racconta la vita dello scrittore britannico in quei giorni, testimoniando anche la sua progressiva disillusione sull’apertura mentale delle forze politiche, conservative allo stremo delle proprie capacità. L’esperienza lo segnò fortemente, fungendo da spartiacque tra la visione onnivora del passato e quella, più mirata, che ne governò le gesta letterarie successive.
Orwell visse la maturità stilistica nell’immediato dopoguerra, quando gli impulsi devastatori dell’ambizione umana si erano soltanto sopiti. In realtà, si era verificato uno scambio di ruoli e un avvicendarsi di poteri, con una geografia politica rimescolata che favoriva l’instaurarsi di nuovi equilibri. E da questi equilibri scaturirono ben presto gli spettri dell’atomica, di totalitarismi che si erano rafforzati in una spartizione dell’egemonia politica del pianeta. Terreno fertile, dunque, per uno scrittore acuto e attento all’evolversi del suo tempo, pronto ad analizzare e a opporsi a ogni assoluta gestione del potere, a ogni limitazione della libertà del singolo e della massa. “La fattoria degli animali” (“Animal Farm”, 1945) è per eccellenza la favola morale del Novecento. Orwell si distaccò completamente dalla visione socialista pura e dall’abuso della simbiosi tra autore e personaggio che tanto aveva influenzato le sue opere prima degli anni ’40; addentrandosi in meandri la cui luce sul fondo parlava di un’unica visione possibile, l’anti-totalitarismo sovietico del periodo staliniano, lo scrittore britannico fece l’ennesimo (e più importante) salto di qualità. “La fattoria degli animali”, con la sua semplice struttura, coinvolge e assorbe il lettore, trasmettendogli il messaggio di Orwell, la sua idealità di futuro, di società. Una società dignitosa, libera e rispettosa delle peculiarità dell’individuo, non frustrante ma esaltante dei valori e dei talenti, mai repressiva di ogni forma d’espressione propria e originale. Gli animali della fattoria si fanno convincere a reagire al mal sopportato dominio dell’uomo, vivendo e provvedendo ognuno per le proprie capacità e possibilità. Ma in quel sogno utopico l’uguaglianza durerà poco, perché i maiali (millantando una maggior intelligenza rispetto agli altri animali) prenderanno possesso della fattoria, sovvertendo l’iniziale buon principio della “rivoluzione”. Un dipinto allegorico del totalitarismo staliniano come dicevo prima, in sostanza, ma applicabile se vogliamo a ogni forma di dittatura.
Di qui, venne poi “1984” (“Nineteen Eighty-Four”, 1948), che mostrò un futuro apocalittico nel quale il solo si oppone, senza speranza, a un rigido sistema che controlla menti e corpi, indirizzando ogni singolo elemento verso un agire codificato e invalicabile. Anche in questo famosissimo romanzo inconfondibile è il riferimento ai colossi autoritari della politica, alle grandi nazioni totalitarie. “… L’appartamento era al settimo piano e Winston, che aveva trentanove anni e un’ulcera varicosa alla caviglia destra, procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto a riprendere fiato. Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ritratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso…”. E ancora: “… Il Ministero della Verità (Miniver, in neolingua) differiva in maniera sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere. Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava, terrazza dopo terrazza, fino all’altezza di trecento metri. Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito: LA GUERRA È PACE; LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ; L’IGNORANZA È FORZA…”. Di fatto, l’esito del romanzo lascia l’amaro in bocca. “1984” è un avvertimento, una sorta di certezza e un grido di allerta sulla visione del futuro. L’anticonformismo, in questo contesto, assume un significato salvifico.
Chi è George Orwell, infine? Credo che chi si oppone a tutto o è un pazzo o ha capito cose che alla maggior parte degli esseri umani sfuggono. Credo inoltre che esista una gran difficoltà nel distinguere i due casi estremi, perché forse in entrambi è la pazzia a governare, come se rappresentasse una forma limite di lucidità. La lucidità di chi, come dice Silvio Perrella nella postfazione di “Nel ventre della balena”, 1936-1949 (Bompiani, 2013): A libro chiuso cosa rimane della saggistica di George Orwell? Rimane soprattutto il tono del suo argomentare. Il tono di chi cerca una verità, sapendo di non possederla, ma sforzandosi al massimo di avvicinarcisi. Orwell è un uomo incalzato dalla Storia. Ed è uno scrittore che sa di non potersi sottrarre alle vicissitudini dell’uomo. Ha vissuto e ha sempre voluto scrivere. E ha trovato nella lettura un punto di convergenza. Dai suoi saggi emerge con nettezza la figura di un lettore incallito e integrale. Orwell legge ogni cosa; e di ogni cosa prova a farsi un’idea non dilettantesca. Ragiona, mette a confronto dati, coltiva le passioni. Si fa anche interprete di territori scritti ai quali in pochi prestavano attenzione: i fumetti, i libri per ragazzi, i gialli… e non si limita alla scrittura; ogni fenomeno può essere “letto”…”.
L’aggettivo orwelliano fu coniato grazie soprattutto alla fredda cognizione dello scrittore, a quell’immagine di un mondo del futuro che non era tanto lontano e che poteva essere anzi vicinissimo. Una sorta di boccia di vetro atemporale, in cui tutti i fenomeni si ripetono all’infinito secondo inviolabili leggi fisiche e morali. George Orwell, come già detto, fu un abile e prolifico saggista; si esprimeva con una voce comprensibile, attuale. Bompiani ne ha raccolto tutti i primi racconti autobiografici e i saggi.
Chissà, a guardar lontano spesso si vede. C’è chi vede meglio di altri, anche quando non sarebbe umanamente possibile e questa è una delle tante, piccole cose che distinguono i grandi dalla gente comune.

Best regards,

Enzo D’Andrea

George Orwell

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