“Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina fu arrestato. La cuoca della signora Grubach, la sua padrona di casa, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella mattina non arrivò. Questo non era mai successo prima. K. aspettò ancora un poco, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte a lui e che lo osservava con una curiosità per lei del tutto insolita, poi, stupito e affamato allo stesso tempo, suonò al campanello. Subito bussarono alla porta e un uomo che non aveva mai visto prima nell’appartamento entrò nella stanza.”
Così si apre uno dei più noti romanzi di Franz Kafka, l’icona del disagio dell’uomo in una società che pian piano ambiva a diventare moderna; quella stessa società, però, ignorava le crisi interiori e lo smarrimento che i cambiamenti prossimi venturi avrebbero innescato nell’uomo stesso.
“Il Processo” (“Der Prozess”, 1925), come quasi tutte le opere più celebri di questo curioso e sfortunato personaggio della cultura mondiale, fu pubblicato postumo (Kafka morì di tubercolosi nel 1924) grazie all’azione del fido amico e consulente Max Brod, il quale curò la divulgazione delle opere che, dicono, lo stesso Kafka avrebbe raccomandato di distruggere, dopo la sua morte. Se K. avesse davvero supplicato un tale accorgimento, io per primo sono lieto che Max Brod non lo abbia accontentato. Avremmo perso una coscienza ineluttabile di ciò che siamo, che siamo stati e che, probabilmente, diverremo. E con “Il Processo” s’inaugura una profonda e lucida analisi della condizione dell’uomo, non solo dell’epoca kafkiana. Provate a guardarvi intorno, squadrate per qualche giorno la società che perde sempre più il lume e vi costringe a orientarvi a naso, a tatto, ma senza aver ben chiari la direzione in cui andare e, spesso, lo scopo da perseguire. La realtà che delude e frustra le nostre aspettative, lasciandoci scoperti da ogni protezione proprio perché dobbiamo aspettarci, in qualsiasi momento della nostra esistenza, imprevedibili e cinici colpi bassi da parte del destino. Kafka lo comprese, vivendolo sulla propria pelle (la sua esistenza è costellata da episodi che in lui avrebbero indotto lo sconforto), e poi trascrisse nella forma che più gli era congeniale le proprie riflessioni, le proprie conclusioni. In effetti, le sue potrebbero non essere state conclusioni concludenti, definitive – perdonate il gioco di parole – di un’analisi che avrebbe meritato – se lo scrittore fosse vissuto di più – una esistenza più lunga. Si sa che, spesso, nella terza età le convinzioni possono cambiare. Perché, allora, non crederlo possibile anche per Kafka? In un certo senso, l’opera introdotta da “Il Processo”, quel personaggio il cui cognome diviene il semplice K. (Io, trascrizione dell’ego dell’Autore che diventa autobiografico, almeno nel coinvolgimento), aumenta di spessore se si considera che spesso l’esistenza ci pone davanti a ogni sorta di complicazioni, ogni sorta di esami, che nella peggiore delle ipotesi – ma purtroppo sempre più diffusa – si alterano fino a divenire veri e propri processi – e taccio dei processi alle intenzioni; quelli appartengono a un altro filone, quello immaginario, quello del preconcetto che il buon Franz avrebbe potuto analizzare col solito acume, se fosse vissuto abbastanza a lungo appunto. In questi casi, pur continuando la vita normale, chi si trova – come Joseph K. – sottoposto a un processo, sa che non può aggrapparsi ad alcun appiglio esterno, perché è da lì che proviene il suo nemico. L’unica possibilità che gli resta è quella di sondare il proprio io, la propria interiorità, alla ricerca di risposte, aperture, soluzioni. Che in Kafka, peraltro, non esistono mai e, quando ci sono, latitano all’infinito.
Kafka, come ho già detto, aveva in cuor suo una grande partecipazione emotiva alle vicende dei suoi personaggi. Eppure, per contro, il suo stile, che risente del lavoro impiegatizio, d’ordine, che lo scrittore svolse per lungo tempo, è il più freddo, distaccato, disadorno e scorrevole che ci possa essere. Sembrerebbe quasi che K., dopo aver vissuto con partecipazione le cose che scriveva, si fosse reso conto che doveva cercare di smarcarsi da tale connessione, in modo da poter analizzare con più lucidità e obiettività le vicende che smettevano di essere del singolo individuo, diventando vicissitudini di un’umanità intera. Così, spariscono i riferimenti autobiografici espliciti, diventando impersonale. Certo, probabilmente la scrittura di Kafka era nata invece a scopo “terapeutico”, come liberazione di un male di vivere che aveva bisogno di uno sfogo, di una dimensione definita.
Kafka non si divertiva a costruire le proprie vicende romanzesche, come invece fanno – o sembrano fare – miriadi di scrittori. L’Autore vedeva in questo scrivere – spesso notturno – la propria scialuppa di salvataggio, il limbo in cui rifugiarsi per stare un po’ meglio, per sfuggire a un forte quanto inspiegabile male di vivere. La scrittura come sopravvivenza, quindi. Non economica, in quanto lo stesso Franz fu impiegato ed ebbe di che sfamarsi e sfamare chi gli stava intorno. La sua era una ricerca esistenziale ed essenziale. Un po’ come accade a quelle persone che scrivono dei diari che non vorrebbero far leggere a nessuno, come se nessuno possa apprezzarne l’intensità o, al contrario, per un’ultima forma di autodifesa. K. superò questo pensiero, e lo fece per rendere pubblici i suoi scritti. Il paradosso non è in questo voler pubblicare, ma nasce quando lo scrittore sembra accorgersi di una molteplicità di aspetti, non ultimo che le sue riflessioni varrebbero anche per tanti e tanti altri suoi simili.
Franz Kafka è davvero così semplice, o la sua è solo una maschera, nitida e stringata?
Da un lato, le sue figure, le sue situazioni, le sue atmosfere, sono di una chiarezza cristallina […] D’altro canto, però, questi fantasmi fatti di nitore e di poesia si rivelano i più inafferrabili, forse, di tutta la letteratura antica e moderna, i più refrattari a farsi spiegare, interpretare, decodificare in termini di razionalità e buonsenso. Nessuna complicazione di dettato […] Le parole, le frasi sono lì, piane, trasparenti, quasi scolastiche (ma attenti a vederle troppo basse: in realtà la loro orchestrazione è raffinata, la loro pregnanza avrà la sordina, ma ci dà un brivido che arriva al midollo). Insomma, Kafka, si capisce tutto. Ma poi vai a stringere, e ti sembra di non averci capito niente…”, così scrive Italo Alighiero Chiusano nell’introduzione a “Il Castello” (“Das Schloß”, 1926, Newton Compton Editori, 1990); appunto, quindi Kafka è uno che all’apparenza non ha significati, perché tutto appare troppo chiaro per averne. In tanti si ostinano a cercare la chiave per interpretarne gli scritti, ma alla fine nessuno ha in mano la decodifica completa, come se si trattasse di un codice degli antichi Sumeri anziché di uno scrittore morto sulla soglia del Novecento. Le vicende dell’agrimensore K. (di nuovo Kafka in incognito) che arriva al “… villaggio immerso in una spessa coltre di neve. Non si riusciva a vedere la collina, nebbia e oscurità la circondavano, neanche il più debole bagliore di luce indicava il grande Castello…” per svolgere il proprio lavoro. Il suo scopo tuttavia è impedito dall’ostilità degli abitanti del villaggio e dall’immensa complessità del Castello, la sua burocrazia dilatante e rifrangente, meticolosa e disarmante. Questa visione deprimente di Kafka, che avrebbe potuto anche avere più sfumature chiare se solo fosse proseguita la sua esistenza, fu indipendente dalla relativa agiatezza in cui lo scrittore nacque e visse la propria infanzia. La visione di un siffatto Autore è tuttavia ricca di fascino, onirica e affabulatrice. C’è il pessimismo, la complessità della vita rivista nel garbuglio dei sotterranei, ma il suo essere abbacchiato non lo si vive nel testo, nelle parole, bensì nei significati – che, come detto, non sono facili da circoscrivere in un recinto perché non sono semplici bestie da ricoverare per la notte. Lo scrittore ceco interpone tra l’uomo e la soluzione (?) un sostantivo, un oggetto, un sistema (il tribunale o il castello) che si mostra come un invalicabile confine. Questo limite insuperabile impedisce di vincere l’incomunicabilità, la sensazione di colpa, la lama sospesa della condanna, l’esclusione e l’estraneità dell’uomo.
Max Brod, che appunto conosceva Kafka meglio di tanti altri, ricercò nella teologia il significato dei due concetti (tribunale e castello). Il Castello sarebbe quindi la grazia divina, mentre il Tribunale e, in generale, il Processo, sarebbe la giustizia divina, quel cercare di comprendere il disegno che grava sulla vita di ognuno di noi, per poi arrivare alla conclusione che l’unica cosa da fare è l’aggrapparsi alla benevolenza di Dio. Un’interpretazione psicoanalitica diede invece una differente importanza ai due romanzi. Il difficile rapporto col padre, affrontato nelle “Lettere al padre” (“Brief An Den Vater”, 1919), rafforzò la corrente legata alla psicanalisi sulla trasposizione della figura persecutoria paterna.
Cronologicamente, l’opera che precede “Il Processo” e “Il Castello” è “America” (“Amerika”, 1927), pubblicata anch’essa postuma grazie a Brod. Il romanzo fu ricostruito avvalendosi degli appunti dello scrittore, ma risulta incompleto. La storia è kafkiana nei contenuti, ma non nelle atmosfere. Si nota una maggior plasticità, un minor senso di tetro e irrimediabile, forse perché la storia è ambientata in un Paese pieno di speranza e risorse, dove non puoi dire mai che sia finita sul serio. In America (nel senso del romanzo e nel senso dell’ambientazione) anche la cupa rassegnazione di K. sembra trovare uno sbocco, uno spiraglio. Karl Rossmann, un sedicenne espulso dalla famiglia per aver messo incinta una cameriera che gli aveva però usato violenza, sbarca in America, in un orizzonte di nuove speranze. Il mito americano si rivela, però, un’arma a doppio taglio. Se da un lato è grandiosa, smisurata, accogliente e protettrice, dall’altro sono proprio i personaggi che Karl incontra lungo la sua permanenza a voltargli le spalle, diventando la punizione postuma per colpe che, a ben vedere, nemmeno esistono. La persecuzione e le difficoltà vanno avanti per quasi tutto il romanzo – unitamente alla grandezza d’animo del protagonista – pur non apparendo il tono della scrittura oppressivo come altrove – ma potrebbe essere solo una mia opinione. Nel capitolo che conclude – il Teatro Naturale dell’Oklahoma – sembra aprirsi una nuovo scenario, quasi stesse per iniziare una nuova vita. Conoscendo gli altri suoi lavori, è probabile che Kafka avrebbe potuto inserirvi ancora la sua vena distruttrice, ma a me piace vedere il romanzo concluso proprio come appare oggi, con l’apertura verso un futuro diverso: “… Il primo giorno attraversarono una zona d’alta montagna. Massi di una pietra nero-bluastra arrivavano coi loro cunei appuntiti fino alla ferrovia e ci si sporgeva inutilmente dal finestrino per scoprirne le cime, vallate buie, strette, frastagliate si aprivano, col dito si indicava la direzione in cui si perdevano, sopraggiungevano ampi torrenti con grosse onde in corsa sul fondo diseguale e, all’interno di queste, mille piccole onde di schiuma, si precipitavano sotto i ponti su cui passava il treno, ed erano così vicini che al soffio della loro frescura il viso rabbrividiva”. Se fosse proprio questa la conclusione ideale? D’altra parte, sembrerebbe essere di questa opinione anche Max Brod, che scrive così nella postfazione alla prima edizione, datata 1927: “Nel Processo e nel Castello prevalgono gli ostacoli – e ciò fa di queste opere dei documenti tragici. In America, invece, l’infantile innocenza, la purezza, il commovente candore dell’eroe riescono, sia pure di stretta misura, a tenere il male in scacco…”
Infine, non posso non citare il famoso Gregor Samsa, il povero protagonista de “La metamorfosi” (“Die Verwandlung”, 1915), celeberrimo racconto dell’autore praghese, forse il più noto.

“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante. «Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando.”
Gregor si sveglia un mattino, e scopre di essersi trasformato in uno scarafaggio. Questa nuova veste mostra il disprezzo di sé, somatizzando fino a perdere ogni connotato umano. L’impossibilità di essere accettato, amato dalle persone che ci circondano, viene portato allo spasimo in questo magistrale testo. Ma non si tratta solo dell’accettazione da parte di altri. È il protagonista stesso che non accetta le proprie mutazioni, il proprio aspetto. Come potrebbero accettarlo altri? La fine dolorosa dell’essere che Gregor è diventato rappresenta l’esito inevitabile del rifiuto, dell’impossibilità affettiva, della differenza incresciosa. Il tema della metamorfosi affascinò, in seguito, tante altre menti. Inutile negarlo. Come l’interessante racconto di Philip Roth, “Il Seno” (“The Breast”, 1971), nel quale il professor David Kepesh si sveglia una mattina scoprendo di essersi trasformato in un seno.
Vivendo tutti i giorni una vita che può essere o meno piacevole – volenti o nolenti, tutti lo facciamo – sappiamo che potremmo imbatterci in situazioni paradossali, in imbuti dai quali è difficile se non impossibile uscire. La situazione kafkiana è sempre dietro l’angolo, ma credo che non debba indurre per forza nel pessimismo. Piuttosto, parlerei di una nuova coscienza di sé, del vivere non solo come individui singoli ma come esseri calati in una realtà più complessa, difficile ma anche più affascinante, fatta di altri individui, altri meccanismi, altre piccole entità. Il riuscire a convivere in questo quadro non è una cosa astrusa. Anche se non siamo K., magari saremo una E., o una D., oppure ancora una A. o una V. o una Z., è giusto che ognuno di noi sappia che può sempre incappare in una delle proprie varianti esistenziali.

Best regards, 

Enzo D’Andrea

Franz Kafka, Le Varianti Esistenziali Della Lettera K

Franz Kafka