Racchiudere l’atmosfera che si respira in una nazione è impossibile quando si hanno a disposizione poche righe e un solo film. A maggior ragione quando il Paese in questione è il fulcro indiscusso, sia per quantità che per qualità, dell’arte cinematografica. Citare qualcosa sarebbe offensivo per tutto il resto, considerando i quasi cento anni di attività (da “Nascita di una Nazione” di Griffith ad oggi). Gli Stati Uniti d’America sono un Paese relativamente giovane, se si considera lo strapotere storico del Vecchio Continente: tribù indiane massacrate, cowboys divenuti leggenda, secessioni, caccia all’oro giallo prima e nero poi, ferrovie e qualche grossa guerra mai combattuta in casa. Forse in tutto duecento anni di storia citabili, sbocciati in hamburger e patatine, soldati in giro per il mondo, grossi marchi commerciali, un sistema sanitario che ti lascia morire e armi vendute ovunque. Eppure, tutto il mondo oggi si volta verso quelle terre: le metropoli da sogno, i paesaggi naturali sconfinati, le strade senza fine. Inoltre, tutto il mondo mangia hamburger e patatine. Quindi, come al solito, l’eco non può riassumere la musica, ma solo semplificarla. L’orgoglio a stelle e strisce è molto più complesso e multicolore. L’atmosfera che si respira oggi è una varietà di rumori, di suoni, di musiche, di voci, di silenzi… di persone. Quel boato però, si è sentito ovunque. E tutta una nazione, tutto il mondo anche, si è voltato a guardare quei tonfi rovinosi. Le conseguenze economiche, politiche, sociali, psicologiche sono state molto forti. La forza e lo spirito americani hanno tremato. Il modo migliore per vedere tutto questo, però, va al di là della verità storica, delle colpe politiche, degli interessi economici. Il modo più attendibile ed elegante resta quello della gente comune, di quelli che hanno “perso qualcosa o qualcuno”. Di quelli che hanno visto infrangersi un sogno. Perché gli USA sono soprattutto un sogno e gli americani un popolo che, nonostante sia stato risvegliato da quel fragore, ha il coraggio di affrontare la paura e ritornare a sognare. Individualmente e tutti insieme.

Molto Forte, Incredibilmente Vicino

È incredibile quanto siano simili il volo e la caduta, se guardate da una prospettiva molto bassa, quella di un bambino. È straordinario il rapporto che li lega, le cose che hanno in comune. L’aria, il cielo… la leggerezza forse. I giochi, le parole, i sogni. È eccezionale quanto siano affini papà e figlio, voglia di salvezza e paura di cadere.
“Ci sono più persone vive oggi di quante ne siano morte in tutta la storia dell’umanità. Ma il numero dei morti è in continuo aumento, un giorno non ci sarà più spazio per seppellire nessuno. Inventare dei grattacieli per i morti costruendoli verso il basso?! Potrebbero farli sotto i grattacieli per i vivi costruiti verso l’alto?! Si potrebbero seppellire i morti cento piani sottoterra e un vero e proprio mondo dei morti esisterebbe al di sotto del mondo dei vivi”. Inverosimili, creativi, ma laceranti, disperati e attuali. Il diario di un bambino smarrito ci guida nei suoi pensieri. Curioso ma fobico, realistico ma fantastico. Proprio come suo padre, perso prematuramente nel “giorno più brutto”: quello che ha cambiato gli Stati Uniti.
L’ultima occasione per Oskar Shell di sentire la voce di suo padre, nel modo più angosciante e crudele: ascoltarlo perdere la speranza, impossibilitato di darlo a vedere, intrappolato in un inferno. Il bambino si sente colpevole, di non aver dato ancora un momento al papà. Si fa del male, si perde nei rimorsi.
Lo smarrimento cerca una via, la disperazione crea gli indizi. “Papà una volta mi disse che New York aveva un sesto distretto amministrativo… ma non lo si può più visitare perché se ne andò alla deriva. E nessuno sa dove sia ora”. La chiave di tutto può essere la ricerca, ma “trovare la serratura di questa chiave sarebbe un miracolo”. Un solo nome: Black. 104 zone, 216 indirizzi, 472 persone di cognome Black (tra i più comuni negli Usa). Con inventiva, immaginazione e qualche oggetto utile alla sopravvivenza (maschera antigas israeliana, tamburello, binocolo, diario della spedizione, macchina fotografica, “Breve storia del tempo” di Stephen Hawking, cellulare, biscotti ai fichi, la chiave e il messaggio di suo padre che dice di non smettere di cercare) si possono superare tutte le paure. E vivere un’avventura eccezionale, con un inaspettato “amico” di viaggio (un commovente e rancoroso sordo Von Sydow), all’interno dell’animo triste più intimo di New York. Una miriade di persone con una storia da raccontare, pronte a lasciarsi coinvolgere dalla ricerca impossibile di Oskar. La città si mostra in tutti i suoi angoli, sfaccettature, persone, quartieri. “Dove le strade non hanno nome”, perché di tutti e di nessuno. La Grande Mela diventa un unico grande polmone, che singhiozza ma cerca ancora di respirare.
E’ Central Park il luogo della fine della ricerca. Dove tutti possono trovare qualcosa: Oskar la forza, la mamma suo figlio, il nonno il perdono, Black la sua chiave. La chiave è la ricerca di se stessi mediante gli altri, oltrepassando le nostre più intime angosce.
La differenza tra il volo e la caduta sta nella paura. Le persone dinanzi alla paura provano a nascondersi dietro le loro mani, ma non ci riescono. È incredibile quanto si chiudano. Incredibly close.
Extremely loud significa anche troppo alto. Qualcosa che sta su, che è irraggiungibile, che non si avrà mai più. Una torre così alta, solida e importante, che è impossibile da sostituire. Un padre ancora vicino, difficile da dimenticare. La ferita americana è lì e fa male. Troppo ardua da superare, ancora troppo presto per saltare. Individualmente o tutti insieme.

Angelo Locatelli

Flags Of Our Movies: USA

Max Von Sydow – Extremely Loud & Incredibly Close (2011)