L’alba. Quando il Sole albicante si erge potente sul mare orientale, si infuoca di un rosso acceso, che rende il cielo particolarmente bianco e lindo. I granelli di sabbia riabbracciano le gocce del mare che, felici, scrosciano applausi,  accompagnati dalla spinta del vento. I gabbiani più zelanti sono già in volo, mentre la brina che carezzava i fiori deve dileguarsi all’arrivo dei raggi solari. Il nero della notte scompare, lasciando spazio ai colori vivi del giorno. Il bianco e il rosso. Il Giappone, fin dalla sua bandiera è un’alba, e non poteva essere altrimenti per il Paese del “Sol Levante”. I giapponesi: un popolo abituato a vivere (e lavorare) per immagini, per colori. Questa passione cromatica produce una moltitudine di sfaccettature, di modalità con le quali il Giappone si propone al mondo: la semplicità etica ed istintiva dei Samurai di Akira Kurosawa, la violenza inaspettata, metropolitana di Shinya Tsukamoto, le melodie accarezzanti di Ryuichi Sakamoto, le passioni erotiche di Nagisa Ōshima, le fantasie (sessuali) robotizzanti dei manga e dei cartoon, le paure degli horror movie e dei terremoti, la semplicità degli origami, la poetica del culto della natura, la leggerezza e la precisione dell’arte, la saggezza dei monaci e i mondi immaginari di Hayao Miyazaki. Una pluri-tonalità che spezza la Nazione anche nella sua Storia: tutta riso, lavoro e meditazione prima dell’invasione culturale occidentale, poi sfociata in aree metropolitane sovraffollate e incontrollabili, luminarie flashanti, cibernetica e robotizzazione onnipresenti. Di fronte ad un così radicale shock psico-visivo, i giapponesi risultano spesso confusi, sospesi tra il bianco dei fiori di loto e il rosso ardente della follia atomica. Alcuni di loro, allora, rintanati nelle 6852 isolette della Nazione si godono il silenzio del mare, che spesso vale più di mille SMS. Su una spiaggia, accarezzati dal vento, bramando un’impossibile nuova alba. Alla ricerca di un luogo fuori dal tempo, lontano dalla servilità obbligata culturale. Distanti dal fuoco che scotta, ma non abbastanza vicini da accarezzare il fiore. Al pari dello splendore intangibile di un fuoco d’artificio.

Hana-Bi – Fiori Di Fuoco

Un Angelo in mezzo al bosco,
perso come un poliziotto losco.
Una musica in mezzo ai fiori,
irradiata da mille colori.

Un fuoco innaturale,
buono, ma volto al male.
Perduti futuro e figlia,
ormai rotta la famiglia.

Un cielo bramato,
un viso pietrificato.
L’azione, ferma e tagliata,
violentemente inaspettata.

Una malattia fatale e silenziosa,
che su di un fiore gentile si posa.
Una macchia sfocata,
una conversazione mai parlata.

Note di piano in riva al mare,
un’amicizia secolare.
Un ricordo nostalgico e sordo,
il sangue scorre ingordo.

Un diavolo in mezzo al fuoco,
da viver gli resta poco.
Con quelli non puoi chieder scusa,
sono “strozzini merdosi”, sono la Yakuza.

Una rapina solerte,
lontana dalla morte,
con l’auto truccata,
giustizia inappagata.

Un dipinto immaginato,
figlio di un colpo sparato.
Una sedia che nella sabbia affonda,
difficile ingoiar l’onda.

Fiori in viso,
un piccolo sorriso.
Su tela gli animali,
si alleviano alcuni mali.

Un dolore non ostentato,
in un tic facciale, affogato.
Un amore vero, ma che duole,
non ha bisogno di parole.

Fuoco fallito,
amore infinito.
Artificio dipinto,
sogno infranto.

Disegni di sabbia,
momenti di rabbia.
Fiori appassiti,
desideri nutriti.

Sguardi attenti,
stretti i denti.
Gesti lievi,
giochi fra le nevi.

Angeli che non arrivano al cielo,
bloccati in terra, vittime del loro zelo.
Diavoli che non scendono all’Inferno,
tenuti su da un piccolo perno.

Un fiore aperto come un fuoco,
rude, dolce, un lume fioco.
Un aquilone che non vola al vento,
un abbraccio violento.

Un gioco ormai finito,
uno sguardo all’infinito.
Ti ringrazio, caro
uniamoci in un sol sparo.

Una parola rapida, una toccata armoniosa,
sola la poesia può descriver ogni cosa.
Come un pennello guidato dalla mano
in questo modo colgo il fior di Kitano.

Angelo Locatelli

Flags Of Our Movies - Japan

Hana-Bi (1997)