Essere o non Essere. Una scelta psicologica nata dalla letteratura inglese di uno dei più celebri autori della storia. Proprio l’essere celebre, famosa, sembra una delle peculiarità dell’Inghilterra (e più in generale del Regno Unito). Una popolarità in realtà non molto antica, se si considera che la storia pre-medioevale inglese può essere riassunta con un mucchio di pietre messe in cerchio (non si sa da chi e in che modo) e gruppi di barbari che tentano invano di combattere i potenti eserciti romani. L’età di mezzo vede, invece, il popolo ibridarsi con le altre culture europee, limitrofe prima (gallesi e irlandesi) e continentali poi (celtiche, olandesi e francesi). Ma successivamente alla Guerra dei Cent’anni, si afferma la cultura bretone, la Britannia come terra e dunque il british come stile. Lo stato si consolida e le varie personalità politico-monarchiche si avvicendano: Enrico, fondatore della chiesa separatista; Elisabetta, creatrice di un impero navale/coloniale; Carlo, costitutore del Bill of Rights; Giacomo e Guglielmo, protagonisti della nascita della moderna politica delle destre e delle sinistre; Vittoria, iniziatrice della modernità mondiale. Un nome, quest’ultimo, che diventerà un destino per la nazione, di lì a poco vincitrice dalle due guerre mondiali. Da allora, il palcoscenico è fermamente nelle mani della sempreverde Regina in carica, che ha fatto le scarpe allo spodestato Carlo e alla povera Lady D. Oltre a questo, l’Inghilterra è patria della lingua più parlata e dello sport più praticato al mondo, madre del romanzo moderno e di molti dei generi musicali contemporanei, madrepatria dello stato più influente del globo. Colonie ovunque, una passione per il tè (bevanda però in origine orientale), un buono sviluppo automobilistico (cars rigorosamente esclusive e pregiate, ossessione questa superata solo dalla convinzione della guida a destra e dal distaccamento dal sistema metrico internazionale) e una colazione che farebbe “accapponare la pelle” al nostro cornetto e cappuccino. Cibo a parte, resta certamente tra le nazioni culturalmente più prolifere, soprattutto in ambito teatrale e letterario, con Sir William (secondo forse solo al nostro Alighieri) comandante di un’enorme schiera di scrittori e poeti, oltre che ispiratore di decine di opere e film (Olivier e Branagh rendano particolare grazia). Tra la pioggia (e gli ombrelli) e il fumo (di Londra), si espande la Capitale vittoriana, primo esempio di grande metropoli(tana) industriale, tanto set di scoperte scientifiche, esposizioni universali e arti di ogni tipo, quanto teatro di miseria estrema, spettacoli freaks e dell’azione di prostitute, ladruncoli e assassini. Un immaginario, questo, capace di creare una delle atmosphere più suggestive e influenti della storia, incubatrice di personaggi del calibro di Sherlock Holmes o di quel manipolo di mostri venuti fuori direttamente “From Hell” (Jack, Dracula, Frankie, solo per citarne alcuni). Senza contare la letteratura fantascientifica (Wells, Dick etc.), le avventure psico-fantasiose di Carroll e Barrie (per il popolo Alice e Peter) e il gigantesco Charles Dickens. E passando per i gialli della Christie, approdiamo al cinema dello humor tipico, alle commedie d’amore actually e alla comicità dei Monty Python, al maestro Alfred e all’esilio di Stanley, passando per i capolavori di Powell e Anderson (Lindsay). Sbarchiamo infine alle decine di attori e registi, dai sorprendenti natali britannici: Chaplin, i fratelli Scott, Christopher Lee e Anthony Hopkins (sempre e solo per citarne alcuni). Con le sue tentacolari diramazioni, il polipo Regno Unito sembra uno stato infinito, nonostante geograficamente piccolo e ben definito da confini naturali. Un popolo che galleggia tra passato e futuro, in un costante presente di celebrità. Esiste allora qualcosa in grado di riassumerlo cinematograficamente? “Yes Sir”. Direbbe un certo Alex, con eleganza inconfondibile. Ci si può perdere nella copiosità culturale british, tentando di scovare un degno ambasciatore capace di rappresentare insieme la madrepatria e il suo internazionalismo, la letteratura e il cinema, la musica e il rumore, il passato e il futuro, l’eleganza e il successo, il patriottismo e il bisogno sottrattivo culinario, l’egocentrica necessita di differenzazione automobilistica e il desiderio di espansione culturale. Ma poi, come un lampo “cadutodalcielo” poco prima di un acquazzone, si palesa un personaggio infinito. Perché tra Essere e non Essere, qualcosa c’è: la resurrezione.

Skyfall

Essere. In pochi secondi, è già tutto chiaro. Il cinema possiede la capacità di amplificare personaggi mitici, rendendoli ancor più celebri e riconoscibili con il suo linguaggio diretto. Il jingle dura un attimo, mentre il classico mirino si cela dietro un attento studio di messe a fuoco. Ma è lui: Bond, James Bond. Una caratterizzazione inconfondibile: eleganza ostentata, fermezza armata, costante attenzione per i dettagli e concentrazione incessante nell’azione. L’Agente Segreto più famoso al mondo è già catapultato all’interno di un nuovo caso. 007 si trova dinanzi un paio di morti e un collega ferito, che non ha il tempo di soccorrere, a causa del cinismo e delle responsabilità di questo lavoro: un drive, contenente l’elenco degli agenti NATO infiltrati in organizzazioni terroristiche, è caduto nelle mani sbagliate. Bond, su ordine di M, Capo dell’Intelligence britannica, non può che lanciarsi all’inseguimento del colpevole, tra le confuse e affollate strade di Istanbul, accompagnato dalla collega Eve. Prima con l’auto, distruggendo un mercato. Poi con la moto, cavalcandola sul tetto del gran bazar coperto, fino a saltare da un cavalcavia sul tetto di un treno in corsa. Come in ogni capitolo dell’Agente doppiozero, le sequenze action (volutamente estreme e surreali, rispettando i canoni della serie) sono sempre ricercatissime e stupefacenti, ed hanno l’obbiettivo dichiarato di tenere lo spettatore incollato allo schermo. 007, ferito e senza più munizioni, decide di usare una ruspa come arma, oltre che come ponte tra i vagoni sganciati del treno. Tutto nella norma. Assolutamente non curante della possibilità di essere ucciso dal suo avversario (forse perché consapevole della sua immortalità diegetica), compie un salto in extremis dalla gru al convoglio ferroviario, prima di appuntarsi uno dei gemelli della camicia. L’eleganza prima di ogni cosa. 007 sta bene, sta “solo cambiando carrozza”. Lo humor e la serietà si alternano ritmicamente, mentre la determinazione per il raggiungimento dell’obbiettivo resta costante. La lotta sul tetto del vagone in corsa continua, mentre Eve insegue il treno con la Jeep. Bond può farcela, ma non si può rischiare. La sua collega, appostatasi su una collina, forse ha un tiro per colpire l’avversario. Nonostante il rischio di abbattere Bond, M la invita a sparare. “Sono queste le regole del gioco”, “ogni tanto un grilletto va premuto”… 007 precipita dal treno, finendo in un torrente. Agente colpito. M, contrariata, volta lo sguardo verso la finestra del suo ufficio. A Londra ha cominciato a piovere. Per sconfiggere un personaggio immortale, è necessario farlo scontrare contro la sua parte, contro se stesso. Contro i suoi limiti e le sue paure.

Non Essere. “This is the End…”. Questa volta non è la diabolica musica dei Doors ad accompagnare l’Apocalisse di un personaggio, ma la soave voce della cantante britannica Adele. “Hold your breath and count to ten”. Bond sprofonda nell’abisso, trascinato da qualcosa, o da qualcuno. Risucchiato in un inferno di sabbia, acqua, sangue e morte. Ingabbiato dentro il fascino di una donna che uccide e in un lavoro cinico e spietato, dove le morti piovono dal cielo e non hanno nomi. Dove ogni ombra celata diventa un bersaglio da colpire e si finisce per ferire se stessi. L’anima va a fuoco, scottata da mostri stranieri e lontani. Tra passato e futuro, lo specchio s’infrange, spaccando in mille pezzi la propria immagine. 007 combatte i suoi demoni più intimi, lotta contro se stesso. L’unico che forse può sconfiggerlo. L’oblio sgretola ogni cosa, il cielo si sbriciola, la terra trema sotto i piedi e il cuore esplode. Ma resta ancora un brandello di Bond da qualche parte, non è ancora finita. Perché lo specchio non mostra solo chi siamo, ma anche ciò che abbiamo alle spalle. “Dove diavolo si era perso”. “A godermi la morte. 007 a rapporto”. Come un neonato costretto a confrontarsi col mondo nuovo, il tremolante e “anziano” Bond, galleggia nel presente, alla stessa stregua di “una grandiosa nave da guerra trainata ingloriosamente alla demolizione”. Nonostante il proiettile non faccia più centro, è ancora abbastanza bravo per degli sciocchi test. Del resto, “anche se l’età non è una garanzia di efficienza”, “la giovinezza non è una garanzia di innovazione”. Dolorante, torna a essere se stesso, estraendo il piombo dalle sue carni. Si può tornare all’azione. L’armamentario è misero questa volta: niente pinne esplosive o cose del genere. L’obbiettivo si trova a Shanghai, dietro un sottile gioco di riflessi. I vetri si frantumano, lì dove le meduse luccicanti nuotano: una nuova Bond girl si nasconde tra rettili giganti e soldi facili. Il casinò di Macao gode di una raffinatezza nella quale Bond si mimetizza a perfezione (nonostante non sia tra i più eleganti doppiozero della storia). Anche i drink sono perfetti. Bisogni culinari a parte, occorre spingersi oltre. “Fin dove conosci la paura”, 007? “Fino in fondo”. Il tremore arriva dal passato ed è ancor più pericoloso e spietato, perché anche il nemico proviene dall’ombra. Un’ombra forse più rosea, che ha come hobby la distruzione del mondo. Hobby? “Qual è il tuo, James?

La Resurrezione. “L’ultimo grido della sezione Q si chiama radio”. A volte, il passato vince ed il topo cade in trappola. Altre volte invece la tecnologia può farti fare passi da gigante: quel pazzo deforme è furbo, aveva progettato da anni la fuga. Conosceva tutti i protocolli d’emergenza. Nella Londra sotterranea, metropolitana, riparte l’inseguimento. L’ironia si destreggia tra vecchio e nuovo, su di un modernissimo treno che sfreccia in antiche gallerie ottocentesche. Il nemico non è più riconoscibile, si cela dietro un’uniforme insospettabile. Bond col fiatone lo rincorre. “Perché ci servono gli agenti? La sezione zerozero? Non è tutto antiquato?”. Questo personaggio è forse anacronistico? Bond viveva, Bond è morto… la paura emerge, il terrore regna “perché non sappiamo più chi sono i nostri nemici. Non sono più rintracciabili, non sono nazioni. Sono individui”. Il mondo diegetico si tuffa nel pieno dell’attualità sociale, tra l’individualismo egocentrico dei social network e l’incontrollabile confusione quantitativa di Internet. Ovunque può accadere qualunque cosa. “Guardatevi intorno, di chi avete paura? Vedete una faccia, una divisa, una bandiera? No, il nostro mondo non è più trasparente ora, è opaco, è nelle ombre. È lì che dobbiamo combattere.”… Bond viene fuori dal sottosuolo, risorge dalle proprie ceneri, dal passato. Tornano le vecchie intuizioni, l’antica reattività… una polverosa auto esclusiva e pregiata, una vetusta casa tra le lande desolate scozzesi. Qui James è cresciuto, qui è diventato un uomo. Solo tornando indietro nel tempo, in un posto dove i ricordi sono armi, il proiettile tornerà a fare centro. Non importa che sia un polveroso fucile da caccia a spararlo, “a volte, la vecchia maniera è la migliore”. In un’atmosfera stagnante degna del “Lupo” di Landis, si celebra cinematograficamente la preparazione della battaglia, come nel miglior Raimi. Lo scontro finale si gioca in un buio solenne. L’antica costruzione resiste ai possenti colpi aerei della Cavalcata delle Valchirie. La sete di vendetta della bestia bionda è spietata, decisa, preparata. Mentre il cielo cade e il fuoco divampa, Bond viene di nuovo fuori dal sottosuolo. L’ultimo baluardo è una chiesetta abbandonata, piccolo altare di redenzione, dove le memorie si ergono alte e forti come pilastri inviolabili. Laggiù, perfino il gelido ghiaccio cerca un’insignificante luce pur di scaldarsi. Il proiettile non fa più centro, ma il pugnale sì. In fin dei conti, “ogni tanto un grilletto va premuto… o non premuto”. È una scelta sottile, come la lama di un rasoio, a metà tra Essere e non Essere. Perché tra passato e futuro, qualcosa c’è: un costante presente di celebrità, il cui nome è Bond, James Bond.

“Noi non siamo più, ora, la forza che nei giorni lontani muoveva la terra e il cielo. Noi siamo ciò che siamo. Un’uguale indole d’eroici cuori, infiacchiti dal tempo e dal fato. Ma forti nella volontà di combattere, cercare, trovare e non cedere mai”.

M

Angelo Locatelli

Flags Of Our Movies: Great Britain

Daniel Craig – Skyfall (2012)