“Es la isla más hermosa que ojos humanos hayan visto!”. Ecco ciò che troviamo scritto nel diario di bordo della Santa Maria in data 27 ottobre 1492, il giorno in cui Cristoforo Colombo approdò a Cuba. Una bellezza naturalistica indiscutibile, un fiore che aspettava solo di essere colto. Ad attendere gli spagnoli, c’era una grande famiglia di indigeni cordiali, allegri e pacifici, sprovvisti di armi ma soprattutto di oro. Tanto che l’isola fu subito abbandonata dai Conquistadores, valutata di poco interesse. La ricchezza strategico-commerciale-militare di Cuba crebbe nei secoli successivi con la dominazione spagnola prima e il “governo fantoccio”, strettamente dipendente dagli americani, poi. Dalla Dittatura militare di Fulgencio Batista, passando per la Revolution sudamericana del “dottor” Ernesto Guevara, si arriva alla nuova Dittatura Comunista di Fidel Castro, il cui significato ossimòrico fa sprofondare le speranze degli isolani in un distaccamento economico e sociale oggigiorno politicamente retrogrado. Una lontananza divenuta anche culturale, causa principale della sterilità cinematografica del paese, mettendo da parte qualche piccolo passaggio territoriale di Alfred Hitchcock, Francis Coppola, Michael Mann e Wim Wenders. Embargo, crisi economiche, segreti con la CIA, traffici con la Mafia, protagonismo politico di pochi porci. Il popolo cubano allora non può che chinare il capo di fronte alle restrizioni dei “liberatori” barbudos, sperando che il sottile eco di felicità e di pace smarrita non si attenui a tal punto da far scappar via anche i turisti. Insomma, abbandonare la mente allegra e il corpo abbronzato ai ritmi sinuosi ed erotici della rumba, della salsa, del mambo, del Cha cha cha (che il regime avrebbe potuto rinominare Che che che), crogiolandosi tra foglie di tabacco e di Hierba Buena (che non è un appellativo della marijuana, ma l’erba utilizzata nell’originale ricetta del Mojito al posto della più comune menta). Perché da quel 27 ottobre la Libertà della famiglia Cuba non è mai stata scarcerata, tanto meno da un’ideologia di facciata, che ha reso gli isolani davvero isolati. E sebbene siano rimasti solo pochi frammenti di quel nucleo, questi ballano ancora al ritmo giusto. L’“Alma de Cuba” è ormai stridula, affusolata, sobria, ferita, esiliata, perduta… ma non ancora morta.

The Lost City

Un’appassionata melodia. Tre dita raschiano gli ultimi scampoli di bellezza e la musica affannosamente vien fuori dalla campana della tromba. L’anima triste e malinconica di Cuba si riversa nella baia notturna de L’Avana, quasi reclamasse la luce del sole. Quel calore che una volta abbracciava ogni cosa in questo posto, stringendo forte attraverso le note di una canzone coinvolgente. Il ricordo è forte, vivo e sentito. Nel 1958 Cuba danza, come una sinuosa ballerina nelle mani di Fico Fellove, proprietario di “El Tropico”, uno dei locali più esclusivi de L’Avana. Il suo fiore all’occhiello, che mostra fiero e impaziente ai suoi cari, da lui protetti e riveriti, durante l’anniversario dei genitori. Il ritmo è avvolgente, sensuale e divertente. Le tre dita di Fico accarezzano i tasti del piano, con un’eleganza che si mescola armoniosamente all’atmosfera che si respira, tra rum invecchiati e sigari artigianali. Tutti lo rispettano, tutti lo onorano, tutti gli offrono da bere. “Quando crescerò voglio diventare come lui… perché non paga mai”. Ma la musica sta per cambiare… a suon di Cuba Libre.

Una libertà difesa. Dietro questo paravento, la fine di un’epoca, con la Rivoluzione che si insinua nella vita di tutti, contagiando le cause dei giovani fratelli di Fico, sostenitori di Fidel contro il regime militarista di Batista. Ora come mai, il nucleo deve restare unito, nonostante le divergenze. Ma l’entusiasmo di rivolta, mascherato da patriottismo, trasforma la rivoluzione in un gioco a cui partecipare, forse per ozio, protagonismo o vacuità (“Non c’è felicità al di fuori della Rivoluzione”). Non più, dunque, solo una necessità sbocciata dal malcontento. La ricerca affannosa di una libertà, concepita come spesso accade attraverso un’inutile e obsoleta accezione generalista, genera un’empia foga di morte, antidemocratica, del tutto simile a ciò che si combatte: “Uccidere, uccidere, uccidere. Ti è mai passato per la testa di vivere per il tuo paese?”. Ogni tentativo di far ragionare i propri fratelli, resta vano. Fico li vede lanciarsi a capofitto, ergendosi a protagonisti della Revolution, ridotti a criminali finanche agli occhi di un regime assassino. Cerca di aiutarli, restando fedele a ciò che pensa: “Io conosco mio fratello e nessuna scheda potrà mai cambiare questo”. Si può essere antirivoluzionari senza parteggiare necessariamente per il regime dittatoriale, e senza uniformarsi agli estremismi: “Quello che serve è un’evoluzione, non la Rivoluzione!”, cercando di schivare la diffusa ansia di sentirsi parte di qualcosa, mentre irrispettosamente ed egoisticamente non ci si accorge di far parte di una famiglia. Una famiglia da amare e proteggere.

Una famiglia unita. “Vorrei che questa casa rimanesse un’isola…”, spera vanamente il pater familias, saggiamente lontano dall’immondizia della politica. Le armi del regno del terrore di Batista sono spietate. La reazione alla piccola rivolta, terribile. La famiglia non potrà più ri-unirsi a tavola “alle sei in punto, non un minuto di più”. Chiunque abbia complottato, o anche pacificamente protestato, viene tolto di mezzo con la violenza. Fico non può andare oltre il mantenimento della promessa fatta a suo fratello. Il suo zugzwang psicologico e morale non gli permette di saziare la sua sete di vendetta. L’immobilismo dell’azione è straordinariamente alternato, un’eccezionale dimostrazione di potenza (cinematografica). Ora anche i sanguinari politicanti tremano. Rifiutando con una raffinatezza sublime le offerte pericolosamente vantaggiose della Mafia, Fico continua a preservare la famiglia, la cosa più importante. Combattuto, fa fede ad un impegno scomodo, ma gradito: curarsi della donna che, da sempre, ha un posto privilegiato nel suo cuore.

Una donna bellissima. Ci sono alcune spiagge che restano illibate, lontane dallo sconvolgimento. Qui, la sabbia è soffice, lo scrosciare delle onde diviene melodia, il sole arde ancora. La donna más hermosa che occhi umani abbiano mai visto. Lei e Fico condividono un’intimità senza tracce che viaggia attraverso l’essenza di Cuba: i luoghi paradisiaci, la gente allegra, i profumi tipici. Ma la Revolution, con la sua dialettica cinica e facinorosa, costringe tutti alle sue regole, strisciando come un serpente tra i piedi delle ballerine di mambo. Le loro forme sculettanti non si scuoteranno più al ritmo del sassofono, ritenuto uno strumento da “imperialisti”. La mujer resta intrappolata come una danzatrice in un bicchiere di vetro, nonostante continui comunque a muoversi elegantemente. Fico la ama, l’amerà sempre. Suo fratello invece… lo avevano avvertito: “il carattere di un uomo è il suo destino” e il rimorso è troppo forte. “Dovresti avere le mani sporche di terra, non di sangue!”. Ingrato, sfacciato, poco riflessivo, giovane, irrispettoso, folle, schiavo di un’ideologia fasulla. Tradendo il suo paese e disonorando la sua famiglia, Ricardo dovrà con(vivere) con le conseguenze delle sue azioni. E la bellezza svanisce.

Una bevanda inebriante. L’impegno diviene un vizio; il potere, una follia. Morte, paradossi ideologici, politiche fredde, usurpatori celati. Fico forse è geloso? No, non di un “direttore di circo”. Le imposizioni dei piccioni diventano per lui insostenibili, il prezzo da pagare troppo alto. La famiglia si separa… “ti ho lasciato molto poco, figlio mio”; “Come puoi dirlo, mi hai lasciato la ricchezza del tuo esempio!”. Fico beve il suo ultimo drink e il “dottore” galoppino non può che raccoglierne il bicchiere: “Lunga vita a Cuba LIBERA!”. Sono poche le persone ancora sobrie e col coraggio di ricominciare. Per lei, il suo credo è qualcosa più grande di loro. Per lui, niente è più grande di loro: “Vuoi che ti dicano cosa fare per tutta la vita?! Tutto questo non finirà. È una follia!”. L’incontro (registico) non può esserci, c’è spazio solo per un souvenir valutato di poco interesse. Fico “non può portare Cuba con se”. Il paese è ubriaco e lui ha pagato da bere per tutti. Prima o poi, lui paga sempre.

(A New York c’è la neve, un sole artificiale e la puzza dei tombini, ma per lo meno si ode la musica del sassofono. Il lavoro è duro ma in soccorso arriva l’amicizia… quella non passa mai. Non ha nome, perché “i nomi non hanno significato, ma le persone sì”. È sarcastica, geniale, inopportuna ed estemporanea, ma vicina. “Era una cosa splendida L’Avana. Avremmo dovuto sapere che ci avrebbe spezzato il cuore!”. Non la odierai mai, ma nemmeno puoi amarla.)

Un rum finito, una donna violata, una famiglia distrutta, una libertà oltraggiata, una musica strozzata. In realtà, Cuba “somiglia molto ad una rosa. Ha petali e ha spine. Dipende da come la prendi, ma alla fine è lei che prende te”. Ma in qualunque modo la si veda… resta solo un ricordo stupendo e lontano: “Non posso essere fedele ad una causa persa, ma posso esserlo ad una città perduta”. Fedele alla sua rosa bianca, mentre il pensiero filmato diventa reale, Andy ne respira ancora l’essenza, il cuore gli batte e il ritmo lo incalza. Sculettando, sale la sua scala. Le tre dita possono tornare a suonare. Ora l’Alma de Cuba è sciolta. Lontana… ma non ancora morta.

(“Io adoro gli inizi… ancora non è successo niente, nell’aria c’è aspettativa, ottimismo; mentre la fine, se si chiama così, deve esserci una ragione. A meno che, il finale non sia un inizio, il che rende l’inizio una fine. Allora mi piace il finale. Sei mesi più tardi, ‘El Tropico’ di Fico riapre a New York… alle sei, non un minuto di più.)

P.S.

“Io sono un uomo sincero. Da dove le palme crescono e prima che la morte mi prenda, voglio lasciar salire la poesia dalla mia anima. Io vengo da tutte le parti e in tutte le parti vado. Arte sono, in mezzo all’arte. E tra i monti, montagna sono. Tutto è bello e leale, tutto è musica e ragione. E tutto, come il diamante, è carbone prima di esser luce. Con i poveri del mondo, voglio lanciare il mio destino. Un piccolo ruscello nella montagna, mi soddisfa più del mare. Voglio, ogni volta che muoio, senza patria ma senza padrone, avere sulla mia tomba, un bouquet di fiori… e una bandiera. Coltivo la rosa bianca, in luglio come in gennaio, per l’amico sincero, che mi offre la sua onesta mano. E per il crudele che mi strappa il cuore da dove vivo, io non coltivo né spine né cardi… coltivo la rosa bianca.”

José Martí (1853-1895)

Angelo Locatelli

Flags Of Our Movies: Cuba (2005)

The Lost City (2005)