“Rui uocchie t’hann affis’
Tre t’vol’n’ salvà,
Sant’Anna, Santa Lena e Santa Maria Matalena!
Nu Patr’nnuostr’ alla T’rn’tà
Ca facie uarì ‘sta nf’rmità.
Nu Patr’nnuostr’ a San Salvator’
Ca facie uraì ssu rulor’,
Nu Patr’nnuostr’ a lu Sacramend’
Ca facie uarì ss’alma nnucend’
Nu Patr’nnuostr’ a Santa Cr’scenzia a Sand’ Vit’
Ca r’leva ssu mal’ sopra a la vita.
Tre segni di croce sul capo e tre volte la formula:
Ra ngapa r’luuam’
A n’derra r’scittam’.”

(Antica invocazione tradizionale, qui in dialetto aviglianese)

Quante volte, da piccino e poi più grande e poi ancora da adulto ho avvertito quell’improvviso telo nero davanti agli occhi a offuscarmi la vista, a levarmi ragione e a indebolirmi l’organismo? Quante volte ricordo di aver ascoltato la voce di mia madre recitare questa formula per alleviare il fastidio e il peso del capo dolente e prendere su di sé, temporaneamente, la doglia? Onestamente, spero di averla riportata fedelmente, ma non ne sono mica così certo oggidì.
La fascinazione, fosse essa benigna o malevola, era parte integrante di quelle giornate in cui, senza preavviso, sentivo cascare le ginocchia, la testa si faceva pesante e non v’era spiegazione medica a ciò che mi accadeva. Vieni qua, mi diceva a quel punto mia madre; mi faceva sedere sulla seggiola vicino a lei e iniziava il rito, un semplice gioco di gesti e parole sussurrate, un misto di credo pagano e cristiano del quale io, fin da piccino, mi sono sempre fidato fino a difenderlo a spada tratta davanti ai detrattori. E quando capitava qualche fatto più grave, si ricorreva a qualcuno che conosceva mezzi più potenti, formule trasmessegli per grazia divina. I casi di fascinazione più seri erano svariati; ne potrei testimoniare a decine; succedeva che qualcuno, sconvolto da eventi drammatici, non riusciva più a trovare la tranquillità nemmeno per dormire la notte, oppure era stato vittima di vento tristo (o malo vento, come chiamavano, se non ricordo male, un fastidio simile all’orticaria o comunque qualche affezione pruriginosa della pelle), ma preferisco tenerle per me, certe ricordanze. In questi casi, quando il rito risolveva il problema, la donna che aveva liberato il soggetto non pretendeva denaro per sé, bensì invitava ad andare in chiesa e lasciare una libera offerta alla Madonna – almeno, questo appartiene alla mia esperienza personale e mi sta bene così; non sono al corrente di altri usi più, come dire, “commerciali”. Queste situazioni erano un po’ un ibrido tra la scarsa memoria che si conserva oggi e ciò che accadeva invece nei nostri piccoli centri fino a venti o trenta anni fa – una tradizione tacita che sembrava dovesse durare in eterno e invece, oggi, nessuno o quasi nessuno più ricorda o è in grado di perpetuare.
Il mio primo approccio a Ernesto De Martino (1908-1965) non può prescindere da tali considerazioni e da tali ricordi. Se si provasse a chiedere tra quelli della mia età, credo che quasi tutti ci siano passati almeno una volta. Quella cantilena si tramandava oralmente, e ciò avveniva solo in certe occasioni – mi pare che, nel caso citato, la si dovesse imparare la notte di Natale. Quante volte ho veduto mia madre recitare, benevola, la stessa formula anche per parenti e amici? Questa faccenda era parte di un edificio socioculturale che ora, probabilmente, non esiste più ma che a quei tempi era forte e ben fondato, aveva un suo piglio romantico e caratteristico. Oggi, per farla corta, ricordo con nostalgia quei tempi, e credo che quelle pratiche si possano considerare come gli ultimi legacci che tenevano saldo il rapporto tra le vecchie e le nuove generazioni, in seguito, prima la televisione e poi il mondo virtuale, hanno amalgamato tutti e tutto in un unico scatolone senza identità, senza immagini da tramandare, senza quel melanconico ricordo dei giorni comuni. Su De Martino vorrei parlare senza svincolarmi dall’aspetto che me lo ha reso interessante. Giustamente, andrebbe sottolineato l’apporto di un simile studioso alla storia delle religioni, e in generale all’etnologia e alla filosofia. Credo però ci siano figure più attrezzate di me per disquisire su questi aspetti, e a loro lascio volentieri la parola e gli eventuali tecnicismi. La mia versione di De Martino è, semmai, più emozionale, più personale perché discende dalla mia interpretazione di certi aspetti del suo studio. Non è un caso che, però, furono le tematiche della magia contadina e i racconti di certi strani eventi a interessare maggiormente il pubblico che, negli anni, si è avvicinato al famoso antropologo. Infatti, è innegabile che parlare di magia, di riti occulti, di pratiche esoteriche, riscuote sempre un certo fascino interiore per cui è facile interessare e coinvolgere le menti comuni, incuriosite sempre dai particolari ignoti della vita di tutti i giorni, allo stesso modo in cui un fatto macabro o un mistero senza soluzione sono più accattivanti di una storia della quale si conosce tutto e che, infine, conduce solo alla noia. L’aspetto ostico della questione diviene il trasporre questi argomenti nel quotidiano di un popolo all’apparenza chiuso e diffidente, dove anche chiedendo non è detto si possano ottenere sempre risposte esaurienti. Se a questo si aggiunge la difficoltà a reperire – o l’assoluta mancanza di – testimonianze scritte, si deve per forza di cose riconoscere che la tradizione orale falsa il concetto originario, rendendo ogni pratica differente tutte le volte che si tramanda e allo stesso tempo di difficile accezione per chi voglia apprenderla. Un approccio “scientifico” alla materia, partendo dal basso – quale fu quello del De Martino – era ciò che mancava; le uniche prove letterarie sull’argomento erano i testi sulla magia, la iettatura e altri scritti di vario livello e ispirazione che circolavano tra i nobili e i borghesi nei secoli precedenti. L’antropologo, accostatosi al mondo contadino per via della sua militanza socialista e probabilmente con scopi iniziali differenti, trascorse del tempo in mezzo alla gente dei paesi, in quella Lucania ancora terra chiusa e diffidente. Lucania che era ridotta in tale stato soprattutto per comode scelte di chi aveva governato fin lì il nostro Paese – e della quale, anche a breve distanza, si percepiva un’immagine sì arcaica, ma anche arretrata e talora selvaggia, come se in quell’angolo di Sud Dio – e gli uomini di potere – avessero voluto confinare la feccia dell’umanità. Era comodo conservare la terra di confino, aspra e inospitale, anche quando non lo era affatto. È un po’ la storia di tutte le nazioni, in cui si mescolano terre ricche e terre povere, distese di territorio in avanzato stato di sviluppo e zone in cui, per pigrizia o per oscure scelte di governo, deve permanere una certa dimenticanza del passaggio del tempo. In tale ottica, si cerca di congelare quindi menti, corpi e luoghi ai decenni precedenti, in modo da garantirsi una sorta di “ripostiglio” per risolvere le “scomodità” che il tempo dovesse presentare. De Martino svolse ricerche di carattere multidisciplinare, coinvolgendo, come ne “La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud” (1961) un medico, uno psichiatra, una psicologa, uno storico delle religioni, un’antropologa, un etnomusicologo e un documentarista.
Il materiale prodotto dalla ricerca demartiniana ha molteplici forme, perché si va dagli scritti – per es. “Morte e pianto rituale nel mondo antico” (1958) – ai documenti filmati, come quelli che illustrano i risultati delle ricerche sul tarantismo in terra salentina, tra Copertino, Nardò e Galatina.
Il ruolo dello studioso raggiunse i livelli massimi quando, anche nel mondo universitario, ci si accorse della – o caddero gli ultimi veti sulla – importanza di una tale ricerca, di una tale ventata di novità in un mondo così vicino eppure così poco studiato e considerato come era stato fino ad allora. De Martino entrò quindi piuttosto tardi a ricoprire in pianta stabile un ruolo nell’università, quando tacere non era più possibile e qualcuno aveva finalmente compreso il grosso spessore del suo lavoro. La gente dei paesi lucani, quei contadini che si aprirono alle domande e alla curiosità dello studioso, vollero eliminare nei suoi confronti quella sorta di diffidenza atavica per aprirsi alle sue domande, alla sua scientifica curiosità. Essi vollero, forse, innescare così una sorta di voce narrante che portasse le loro storie lontano da quei piccoli pittoreschi paesi, in cui la memoria era altrimenti destinata a macerarsi e a morire in un ricordo sempre più labile, come era accaduto a centinaia di storie in apparenza simili alle loro. Questo fu il grande merito di De Martino per questa gente. A lui quelle persone chiesero, in modo neppur troppo velato, di farsi portavoce loro e dei loro problemi (quel “Dite, raccontate che noi cafoni non siamo poi delle bestie, e che quaggiù non c’è soltanto miseria…” che gli venne riferito con orgoglio). L’aver impedito che storia e memoria, riti e tradizioni millenarie, potessero affogare “… senza orizzonti di memoria nel fango e nello sterco di torbide giornate…”, fu senz’altro un gran merito. I contadini lucani – e del Sud in generale – spesso non si erano nemmeno guardati allo specchio, per cui ognuno prendeva coscienza di ciò che voleva dalla bocca di altri più esperti, a cui qualcun altro a sua volta aveva aperto gli occhi. E questa coscienza si aprì anche in gente che non conosceva nemmeno la propria immagine, e che imparò a guardarsi dentro prima che fuori, aiutata da figure come quella di Ernesto De Martino e di coloro che lo accompagnavano nel lungo lavoro di ricerca. Spesso le ricerche erano autofinanziate, e ancor più spesso l’innovativo approccio dell’antropologo lo rendeva inviso ai più tradizionalisti, con le inevitabili ricadute sul piano dell’immagine e della considerazione. Fu però un tale metodo d’approccio che avvicinò uomini e donne allo studioso, rendendoli individui non più chiusi in sé stessi ma gente che pensa e comunica con il prossimo. In tal modo, fu come se il contadino si fosse finalmente dissociato dal rango di cafone e bestia al quale per anni era stato confinato.
Il lavoro di De Martino ricevette diversi importanti riconoscimenti, anche prima della morte. Nel 1958, infatti, “Morte e pianto rituale nel mondo antico” fu insignito del Premio Viareggio. Il pianto e la cantilena del lutto consentivano, secondo l’autore, alla gente comune di allontanare la follia del lutto ed esorcizzare gli aspetti negativi degli eventi funesti. La follia del lutto, del distacco forzato, era – ed è tuttora – una minaccia alla sanità mentale in ogni luogo e in ogni contesto. Inconsciamente, i nostri avi e quelli che li precedettero avvertirono la necessità di un tale antidoto – la lamentazione – rendendolo cosa propria fino a farne parte integrante della vita quotidiana, cancellandone quindi la memoria delle origini come se fosse una pratica sempre esistita. Lo studio di De Martino si occupò anche delle analogie tra la morte del Carnevale e i cicli di morte e successiva rinascita della terra, della fertile fonte di vita per il mondo contadino. L’antropologo napoletano cercò di comprendere, forse come nessun altro aveva fatto prima, le tematiche dell’accettazione della morte, delle usanze che esorcizzavano gli eventi tragici ed esaltavano nel contempo il ruolo protettivo che le anime dei defunti sembrano assumere nei confronti dei propri cari rimasti in vita e che li conservano dentro sé con il ricordo.
Il risultato di questa lodevole opera fu una raccolta e una lunga dissertazione su antichi temi come la fascinazione, il rapporto con la nascita, la vita e la morte, la magia popolare in tutte le sue forme arcaiche, la miscela di riti pagani e cattolici, l’inevitabile contaminazione delle basi antiche con gli emblemi della cristianità, come emerge dal noto saggio (e suo capolavoro) “Sud e Magia” (1959): “… Il clero, alla cui influenza diretta o indiretta sono dovute queste manifestazioni di sincretismo e riadattamento, intuì la funzione pedagogica di raccordo che, nelle condizioni date, veniva a stabilirsi […] lasciò quindi che gli scongiuri pagani fossero, a imitazione degli esorcismi cristiani, aperti o coronati da segni di croce e da preghiere, sostituì alle historiolae pagane quelle cristiane, e si provò persino a sostituire alle historiolae veri e propri espedienti mnemonici per meglio fermare nelle menti i temi della religione cristiana…”. In sostanza, l’uso e a volte l’abuso veniva tollerato dalla Chiesa che vedeva in esso un modo per diffondere la cristianità e la memoria del concetto divino e dell’iconografia religiosa, che altrimenti avrebbe potuto fare meno presa su un mondo diffidente come quello contadino. Particolare, questo, da non sottovalutare: la concomitanza di un determinato beneficio con l’utilizzo dello scongiuro (i casi di guarigione dalle malattie, le persone salvate dal fascino malevolo, per esempio, furono in effetti numerosi) fungeva da ottima pubblicità, da slogan silenzioso della grandezza dei santi di volta in volta nominati nelle formule. E che dire della ricerca sulle masciare, e l’indagine condotta ad Albano di Lucania e paesini limitrofi, utilizzando fonti orali e racconti che, a volte, subivano l’inevitabile alterazione di chi narra vicende al limite del verosimile? De Martino fu, in questo e in genere nell’intero suo lavoro di ricerca etno-antropologica del Sud Italia, un pioniere. Egli si spostava spesso a dorso di mulo o con altri mezzi di fortuna, calandosi fiducioso nella realtà di cui raccoglieva pazientemente i segmenti per poi accingersi a narrare col piglio dello studioso ma anche dello scrittore fantasioso, elevando le popolari tematiche trattate al rango di materia universitaria. Così Ernesto De Martino scoprì che la magia, per i contadini lucani, era il mezzo principale per evitare di smarrire la persona, l’essenza umana, davanti alle difficoltà della vita che privava un giorno del cibo, l’altro la salute, l’altro ancora l’affetto e la ragione.
Ecco, il suo merito principale fu, accanto a pochi gloriosi personaggi del ‘900, quello di aver fatto sì che le esistenze, le culture e le tradizioni del mondo contadino non venissero perdute “senza orizzonti di memoria nel fango e nello sterco di torbide giornate”.

Best regards, 

Enzo D’Andrea

Ernesto De Martino

Ernesto De Martino