“Certe cose ridono fino a divenire teschi… e poi continuano a ridere.”

Emanuel Carnevali (1897-1942) 

L’Italia è da sempre il Paese più ricco del mondo. Emana cultura da ogni angolo; ogni regione; ogni città; ogni campagna; non sarebbero sufficienti parole, volumi e testimonianze a raccogliere tutto ciò che è stata ed è in grado di produrre.
Questa volta la curiosità per la sua cultura mi ha spinto a Firenze, luogo di nascita, nel dicembre del 1897, di Emanuel Carnevali. Poeta.

Emanuel Carnevali non suona familiare come pronunciare Giacomo Leopardi o Giosuè Carducci, forse perché nella sua poesia è difficile trovare il romanticismo e le rime ben articolate; in lui si incontra, infatti, tutta l’asperità e la nudità della vita, canti leggeri e disperati.
La sua breve esistenza pare volesse gridare a tutti: se vuoi vivere in eterno, devi bruciare di vita intensa!
Peccato che in questo caso ci siano delle differenze, sì perché anche se la sua vita è stata intensa e breve, non è però stata vissuta con questa intenzione. Ci sono uomini che vivono e tracciano il loro percorso senza averne in mente una chiara idea, e “Lasciano dietro di sé parole, che cadono dalle tasche bucate. Mendicante senza mai essere méndico!”.   E.C. vive fino agli undici anni con la madre e la zia, migrando prima a Pistoia, poi a Biella e infine a Cossato, fino alla morte della madre, che lo costringe ad andare a vivere dal padre. Ed è proprio questi la figura di maggiore contrasto per Emanuel. La considerazione che Carnevali ha nei suoi confronti è assolutamente sprezzante. Dal romanzo autobiografico, “Il Primo Dio”, si traggono le definizioni più crude che il poeta riserva al padre: “l’uomo più ignobile del mondo”; “nero dentro, col cuore nero”, “il suo è un modo di ridere maligno”. Il suo odio comincia a crescere dal tempo in cui viveva con la madre, separata dal padre che nel frattempo si era creato un harem personale, risposandosi e concupendo, aumentando in tal modo la concezione ignominiosa che il figlio aveva di lui. Le continue arroganze e i reiterati trattamenti freddi e distaccati, hanno esasperato, negli anni già delicati dell’adolescenza, quel carattere irrequieto che animava Carnevali, tanto da spingerlo ad imbarcarsi per l’America, a sedici anni! Ma non fu soltanto un tentativo di fuga dal genitore a convincere il poeta ad intraprendere la via per le Americhe; il suo fu anche un impulso letterario, si può ancora leggere nel romanzo sopra citato: “Avevo letto, divorando, tutto ciò che c’era da leggere”. Somiglianze leopardiane.
A conferma di questa febbrile attività letteraria, al momento di partire, Carnevali fissa il proprio obiettivo: “Voglio disturbare l’America”. Il modo che scelse per farlo, fu quello di scrivere poesie. Ma la strada non era semplice da percorrere, come potrebbe sembrare ora. Appena giunto a New York, dovette fare i conti con qualcosa di cui, molto probabilmente, aveva avuto un’idea piuttosto vaga: la lingua! Ma nemmeno aveva di che mangiare!
Pian piano, Emanuel riesce a trovare il modo per andare avanti, facendo svariati lavori e lavoretti per pochi dollari, appena sufficienti a pagarsi le pensioni e un po’ di cibo. Come racconta lui stesso, per un periodo riuscì a mangiare soltanto grazie all’esistenza dei free-lunch counters, banconi di bar dove si distribuiva gratuitamente del cibo al solo scopo di incoraggiare la vendita di bevande. Il lavoro che Carnevali riuscì a mantenere più a lungo fu quello di cameriere. Un cameriere distratto, combina guai, con avversione e disprezzo nei confronti dei suoi datori di lavoro. Nel suo romanzo di vita c’è una pagina intrisa del suo livore per questa condizione miserabile: “Avanti, su, forza, muovi quelle gambe, corri idiota, porta il roast beef al sangue, versa pure il sugo sulle spalle di qualcuno e vedrai che ti succede. Lascia cadere un pezzo di ghiaccio nella scollatura di una signora e vallo a ripescare”.
E ancora: “Poveri cavalieri erranti del piacere, i camerieri — lupi addomesticati che portano piatti di carne che non osano toccare”.
Carnevali acquisì i rudimenti della lingua inglese soffermandosi a leggere, e cercare di capire, i manifesti pubblicitari che incontrava per le vie. Fu così che, dopo le vessazioni appena descritte e le frustrazioni derivanti dal condurre quella vita disperata e miserabile, diede inizio alla sua carriera letteraria.
Era ancora a New York, e in quel periodo il suo lavoro consisteva nello spalare la neve. Scrisse il suo primo verso dopo una notte d’amore trascorsa con quella che diventò, in seguito, la propria moglie: “Non ero ancora un poeta, ero soltanto un lettore, ma fu lì che scrissi un verso. Scrissi: —L’amore è una miniera nascosta nelle montagne della nostra vecchiezza—”.
Da quel momento in poi, Emanuel Carnevali riuscì ad ottenere consensi di critica e ad introdursi in quei salotti letterari che lo portarono quasi a raggiungere quel suo sogno di disturbare l’America. L’aver imparato l’inglese leggendolo dai cartelloni pubblicitari e ascoltandolo nelle varie sale da pranzo dei ristoranti in cui lavorò, lo portò ad avere uno stile di scrittura impetuoso, privo di regole, estremamente diretto. Componeva come se stesse traducendo letteralmente dall’italiano all’inglese, per questo fu definito, il suo, uno stile “selvaggio”: “For the enemy in flight we build a golden bridge” che vale: “A nemico che fugge ponti d’oro”! (“Il Primo Dio”, ed. Adelphi).
Carnevali si scaglia contro la vita beffarda e scrive le sue poesie con impeto e rabbia, avverso anche a quell’America che avrebbe dovuto adottarlo e, nel suo sogno, consacrarlo poeta. Si legge ne “Il ritorno”: “America tremendamente laboriosa / costruttrice di città meccaniche. / Ma nella fretta la gente dimentica di amare; / ma nella fretta abbandona e perde la gentilezza”.
La vita di Emanuel andò lentamente alla deriva. Il trasferimento da New York a Chicago non portò al successo tanto smaniosamente inseguito. Soffriva continuamente, i suoi pensieri erano oscuri, in quel periodo, e la sua mente li imprigionava nel buio. Era rimasto solo, e nella solitudine diventò “straordinariamente tetro”; parlava di sé agli amici che andavano a trovarlo come se fosse un Dio e si definiva l’Unico Dio, il Primo Dio. Erano questi i segni di follia, derivanti dalla intensa produzione di poesie e dalla condizione miserabile e di abbandono che viveva, e che lui stesso descrive così dopo la crisi che lo colpì: “Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure: la paura di non essere più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle”.
Nel 1922 contrasse l’encefalite che lo riportò in Italia, per essere ricoverato in un ospedale nella provincia di Bologna, dove continuò a ricevere lettere dai conoscenti e visite da amici letterari americani, tra i quali Ezra Pound.
Carnevali forse non riuscì a scuotere l’America come avrebbe voluto, ma certamente i suoi versi furono, e rimangono, come il vento che agita i rami di un bosco addormentato. Versi che stabiliscono un contatto con gli animi più sensibili, adatti a chi, come scrive in una canzone il suo grande estimatore Emidio Clementi (Massimo Volume): “Solo più accorti nel mostrare i punti dove la vita ristagna”.

Vita quella di Emanuel Carnevali, che fino all’ultimo momento ha riso beffarda di lui, riservandogli una morte non per la malattia che lo tormentò, ma per un pezzo di pane che lo strozzò!

I

L’oscenità è un corpo malato che si mostra.
La purezza è un bel corpo che si mostra
in certe occasioni e senza saperlo.
L’oscenità è una strega stanca
che conta le sue tresche amorose.
La purezza non tiene i conti:
si dà generosamente.
L’oscenità è sudiciume su una faccia
che altrimenti sarebbe bella.
La purezza è una faccia nuda che non si vergogna.

II

Il terremoto ha dita piccole;
Lo puoi capire
dalla caduta di minuscoli pezzi di intonaco.

III

Le città diventano sempre più grandi –
nulla le può fermare.
È scritto nei libri degli dei terribili
che siedono alti sulle città e la campagna
ma non possono vedere,
che lavorano con mani cieche,
che non immaginano nemmeno
di cosa ha bisogno l’anima dell’uomo.

IV

Le stelle, sono forse i semi di certi fiori,
e i fiori quando fioriranno?
La terra è come un’arancia,
e chi la mangerà?
Il mare continua a borbottare
chi dirà che ne ha il diritto?

V

Il vento è uno stallone
selvaggio e splendido.
Il vento è un cavaliere
che cavalca sul dorso di una nuvola.
Il vento è uno sciocco
a far l’amore con gli alberi infedeli
che non lo ricambiano,
perché lui vorrebbe piegarli mentre loro
stendono le braccia al cielo.

VI

Ho imparato a non temere la morte,
io che muoio una volta al giorno.
Ho imparato a farmi beffe della vita,
io che vivo così poco.
Ho imparato a non provare amore
il mio cuore di legno mi ha aiutato.

Emanuel Carnevali “Castelli sulla terra” (“Il Primo Dio”, ed. Adelphi)

Donato Ramaglia

Emanuel Carnevali: Il Soffio Selvatico Della Poesia

Emanuel Carnevali