“Il ritmo nel pugilato è tutto. Qualsiasi movimento tu faccia nasce dal cuore: se non hai il ritmo giusto, sei nei guai.”

Sugar Ray Robinson (1921-1989)

1960
Questa storia potrei cominciare a raccontarla da un sacco di altri inizi. Per esempio da dove finivo di raccontare quella di Jake LaMotta, il 14 febbraio 1957; oppure dalla morte di Jimmy Doyle il 25 giugno del 1947; o più semplicemente avrei potuto cominciarla tra le strade di Black Bottom, il quartiere ghetto di Detroit, Michigan, dove Walker Smith Jr. era cresciuto.
Invece inizia in una calda mattina d’estate del 1960 a Los Angeles. Walker Smith Jr. si sta godendo la sua immensa tazza di caffè e la lettura del giornale nel solito bar in Greenway Drive, dove fa colazione tutte le mattine dopo gli allenamenti. Il ragazzo che gli si piazza davanti è poco più che un teenager, l’atteggiamento è spavaldo, la faccia simpatica.
– Lei è il Sig. Robinson? Sugar Ray Robinson?
Walker alza lo sguardo dal giornale e lo pianta negli occhi del ragazzo. Beve un sorso del caffè e poi risponde.
– Si ragazzo. Quando salgo sul ring mi chiamo così. Cosa posso fare per te? Vuoi un autografo?
– No, Sig. Robinson. Lei non mi conosce ma sto per partire per Roma
– Bene. E’ un gran bel posto. Divertiti.
– Ci vado per le Olimpiadi. Sono nella squadra di boxe degli Stati Uniti. Vado per vincere l’Oro.
– L’ambizione direi che non ti manca. E nemmeno l’autostima. Te lo auguro, ragazzo.
– No. Non sto scherzando. La vinco di sicuro la medaglia d’Oro, Sig. Robinson. E quando torno vorrei che lei diventasse il mio manager. Per me lei è il più grande di tutti. Il mio idolo.
– Ne sono lusingato, ma purtroppo non è possibile.
– E perché?
– Perché io combatto ancora e ho intenzione di farlo ancora a lungo. Non si può essere pugili professionisti e manager allo stesso tempo.
– Capisco…
Il ragazzo ha un piccolo sussulto durante il quale cerca di dominare la propria delusione, poi continua:
– Però quando si ritirerà potrà farlo il manager… il mio manager.
– Certo. Quando appenderò i guantoni al chiodo, allora farò il tuo manager.
– Non se ne dimentichi Sig. Robinson.
– No ragazzo, ci rivediamo quando torni da Roma…
– Già. Adesso devo andare.
– Buona fortuna.
– Tornerò con l’Oro.
Sugar Ray Robinson sorride mentre guarda il giovane allontanarsi. Ammette a sé stesso che la sua sicurezza l’ha colpito. Se è bravo un decimo di quanto è gradasso quello l’Oro lo potrebbe anche vincere davvero.
– Hey, ragazzo!
– Si?
– Non mi hai detto come ti chiami.
– Cassius Marcellus Clay, Sig. Robinson.

Il toro e il matador
Nonostante la differenza di età (Sugar Ray Robinson era nato nel 1921, Cassius Clay nel 1942) quella mattina segna l’inizio di una grande e duratura amicizia. Alle Olimpiadi di Roma Cassius Clay vince l’Oro. La carriera di Sugar Ray si chiuderà cinque anni dopo, con due poco dignitose sconfitte contro Rudolph Bent e Joey Archer. Non farà mai il manager di Alì, ma lo consiglierà sempre (fino a che l’Alzheimer gli mangerà via le ultime facoltà) prima di tutti gli incontri importanti.
E prima del più importante di tutti. Il combattimento per il Titolo Mondiale dei Massimi è stato fissato per il 25 febbraio 1964 a Miami. Il Titolo lo detiene Sonny Liston e a pretenderlo c’è il ventiduenne Cassius Clay.
Il ragazzo è decisamente preoccupato. Sugar Ray lo guarda e non vede più lo spavaldo combattente che aveva riportato l’Oro da Roma e che aveva tenuto testa a Doug Jones. Vede un ragazzo spaventato. Liston è uno che fa paura; Sugar Ray lo capisce che Cassius ha bisogno di parlargli, di essere rassicurato, per questo è con lui, alla vigilia dell’incontro. Parlare con uno come Sugar Ray, che ne ha passate mille di situazioni come questa non può che fargli bene.
Cenano, chiacchierano.
A un certo punto Cassius chiede a Sugar Ray di essere sincero, di dirgli se pensa che lui abbia anche la minima possibilità di battere Liston. Robinson è sincero. Liston è un avversario durissimo. Il più duro. Clay non è ancora alla sua altezza, uno scontro diretto lo condannerebbe alla sconfitta certa, deve mettere da parte la sua aggressività e giocare di tecnica. Come ha fatto lui contro Jake LaMotta.
– Sai, lui era il toro, una massa di muscoli scatenata inarrestabile e irragionevole, ma io ero il matador. Gli ho ballato intorno, scansando i suoi assalti e colpendolo ogni volta per farlo infuriare di più. Non devi mai perdere la lucidità. Sono quindici round, se fai il gradasso come tuo solito e gli vai sotto diretto Liston ti disfa. Comportati sul ring con assoluta freddezza e usa tutta la tecnica di cui sei capace, vedrai che il Grande Orso Cattivo cadrà nella tua trappola.
– Raccontamelo un po’ allora, come è andato il tuo ultimo incontro contro il toro del Bronx.

San Valentino
LaMotta è una furia. E’ la sesta volta che lui e Sugar Ray combattono. Questa volta è per il Titolo Mondiale dei Medi. Oggi, 14 febbraio 1951, qui al Chicago Stadium, è la volta definitiva. La vera resa dei conti. In qualche modo lo sanno entrambi. Quello che cerca di fare il toro del Bronx è di mettersi in asse con Robinson, anche per un solo istante, in modo da piazzargli il suo tremendo gancio sinistro e buttarlo giù. Ma Robinson si muove elegante come un matador. E’ in piena forma e mantiene senza fatica la distanza. Jake è una potenza travolgente ma non è mai stato veloce. Robinson lo trova addirittura più lento dell’ultima volta che si sono incontrati. Beh, sono passati sei anni. Forse Jake sente un po’ il dolore delle innumerevoli cicatrici della sua pazza vita. Il fatto è però, che la sua lentezza lo rende un bersaglio facile. Appena alla lentezza si aggiungerà la stanchezza il suo impeto si trasformerà in una debolezza. Per dieci riprese Robinson non aspetta altro. Oculato e preciso lo tiene a distanza facendogli aumentare esponenzialmente rabbia e stanchezza. Proprio al decimo round ecco l’occasione. Un’impercettibile abbassamento della guardia di LaMotta, che non sfugge però allo sguardo attentissimo di Sugar Ray. Con un diretto fulminante la penetra e colpisce il toro del Bronx al volto. A questo punto nessuna tregua. Approfittando della sorpresa di LaMotta Robinson gli porta una serie di colpi sempre più frequenti e violenti. Fino a stringerlo, al tredicesimo round, alle corde dove il toro, domato, resta appeso a penzoloni a subire la serie di ganci e diretti del suo matador.
“Non mi butti giù, negro bastardo”, gorgoglia ghignando LaMotta tra gli spruzzi di sangue. Robinson sorride a sua volta. Sai le volte che l’hanno chiamato negro là dove è cresciuto. Erano più spesso i neri a farlo dei bianchi. Non è certo così che Jake riuscirà a fargli perdere il controllo. Sugar Ray Robinson non si arrabbia mai, non sarebbe elegante. E colpisce ancora il suo avversario, e ancora lo sta colpendo, con assoluta freddezza, quando l’arbitro sospende l’incontro.
L’eleganza di Robinson non viene meno nemmeno in questo momento di gioia, mentre l’arbitro solleva il suo braccio attribuendogli il Titolo, contiene la propria esultanza per non ferire ulteriormente il già massacrato toro del Bronx, che avvolto nel suo accappatoio leopardato rimugina accasciato nell’angolo del ring.
La sera stessa Robinson riceve una telefonata da Charlie Michaels che gli chiede di tornare a Parigi… c’è una borsa molto interessante. Sugar Ray Robinson accetta, a una condizione: che Michaels gli paghi la spedizione navale della sua Cadillac rosa. Vuole entrare a Parigi guidandola, come aveva fatto nel 1950.

Sugar Ray Robinson

Pink Cadillac
Figlio di contadini inurbati, cresciuto tra le strade del ghetto negro di Detroit, Walker Smith Jr. impara presto a cavarsela con i pugni. Non c’è giorno che trascorra senza una rissa per le vie della città; Walker passa più tempo in strada che a casa. Non li vede spesso i suoi genitori: lavorano come schiavi per una miseria di paga, suo padre fa addirittura due lavori. Lo vede solo alla domenica, quando vanno in chiesa. Suo padre è vestito sempre elegantissimo: abito scuro, scarpe bicolore e panama bianco. Un’eleganza che diventerà un punto di riferimento per Walker. Sarà sempre impeccabile.
Quando i suoi genitori si separano segue sua madre a New York, prima a Hell’s Kitchen e poi ad Harlem. Gli scontri tra bande di ragazzini sono all’ordine del giorno. In particolare contro gli irlandesi. Un giorno Walker viene sorpreso da solo da cinque di loro. Lo accerchiano, ma li stende uno per uno. Warren Jones, un giovane pugile che passava di lì in quel momento, lo ferma e gli dice: “Ma lo sai che hai un talento innato in quei pugni?”. Lo porta con se nella palestra della chiesa metodista di Salem. Appena padre Cullen lo vede battersi capisce che il ragazzo farà strada e lo prende sotto la sua protezione. A dodici anni comincia praticamente la sua carriera. A quindici Walker chiede in prestito a un suo amico diciottenne il certificato di nascita per potersi iscrivere alla AAU (Amateur Athletic Union) e potere così partecipare ai tornei di pugilato. Il suo amico si chiamava Ray Robinson. Diventerà il suo nome.
Il 4 ottobre 1940 disputa il primo incontro da professionista. Qualcuno tra il pubblico o forse un cronista dice che il suo stile è dolce come lo zucchero. Sugar gli resterà appiccicato addosso. Un anno dopo batte Sammy Angott detentore del Titolo Mondiale dei Welter, ma non c’è il Titolo in gioco questa volta. Da qui in poi una serie di vittorie che nel 1942 lo farà definire pugile dell’anno. Tra il ’43 e il ’44 presta servizio militare e affronta una lunga tournée di incontri di pugilato tra le truppe dell’esercito. Poi, nel 1946, il Titolo dei Welter vinto contro Tommy Bell. E a questo punto, proprio quando è in cima al mondo, si apre la voragine che lo inghiotte.
Il Titolo va difeso. A pretenderlo è Jimmy Doyle. Per due volte Sugar Ray riesce a rimandare l’incontro. La scusa che adduce è quella di un brutto sogno premonitore in cui Doyle resta ucciso da un suo pugno. Ma due volte sono troppe. Alla fine l’incontro si tiene all’Arena di Cleveland, il 24 giugno del 1947. All’ottava ripresa Robinson colpisce Doyle con un gancio sinistro alla mascella. Doyle si irrigidisce di colpo, poi cade seduto. Pochi secondi e crolla al tappeto. La sua testa rimbalza come svuotata. Mentre l’arbitro conta, esattamente al quarto secondo, Doyle ha le convulsioni. Morirà il giorno dopo al St.Vincent Charity Hospital. Per Sugar Ray comincia un periodo terribile. Non riesce più a dormire. Il suo matrimonio va in crisi. Ha sempre davanti al viso gli occhi sbarrati di Doyle dopo il suo gancio. Aumenta di peso, ci metterà tre anni a superare il trauma. Ma quando lo fa vince il Titolo dei Medi della Pennsylvania. Il giorno dopo la vittoria si reca da Larry Mandras, il più grosso venditore di Cadillac del Bronx. E ordina ovviamente una Cadillac. Una Eldorado convertibile.
– Larry – gli dice mostrandogli la sua cravatta– la voglio di questo colore.
– Quel colore per un’automobile, ma sei pazzo amico mio?
– Non sono pazzo. Devo andare a Parigi per un incontro importante, quest’auto deve essere il simbolo che mi accompagna. La voglio così, puoi farla?
– Costerà almeno trecento dollari di più, ma si può fare.
La Cadillac però non sarà pronta per il primo viaggio di Robinson a Parigi. Ma qualche tempo dopo, poco prima della vittoria su Jake LaMotta che gli procurerà il Titolo Mondiale dei Pesi Medi, Sugar Ray Robinson e la sua Cadillac rosa avranno la copertina di Life.

Libbra per libbra
L’11 novembre 1965 Sugar Ray Robinson annuncia il suo definitivo ritiro. Tra il 1940 e l’anno del suo ultimo combattimento, ha accumulato 173 vittorie di cui 108 per KO contro 19 sconfitte. Cinque di queste sconfitte tutte negli ultimi sei mesi della sua attività. Per lui è stato inventato il criterio di valutazione “Pound for Pound” che prescinde dal peso per definire la grandezza di un pugile.
Sugar Ray Robinson il più grande di tutti. E l’unico.

Boris Battaglia

Jake LaMotta Vs Sugar Ray Robinson

Sugar Ray Robinson (3 Maggio 1921, Ailey, Georgia, USA – 12 Aprile 1989, Culver City, California, USA)

Altezza 1,80 cm
Peso 73 kg

Categoria: Pesi Mediomassimi, Pesi Medi, Pesi Welter

Incontri disputati:
Totali 200
Vinti 173 (108 KO)
Persi 19 (1 KO)
Pareggiati 8