“Lascia che ti porti a fare un viaggio intorno al mondo e ritorno. Non dovrai nemmeno muoverti. Starai semplicemente seduta e ferma.”

Depeche Mode

Immagino che, quel giorno, le cose siano andate grossomodo così: nella contea britannica dell’Essex, a est di Londra, un gruppetto di amici accesi dalla passione per la sperimentazione del suono, si danno appuntamento nel consueto luogo di incontro per provare le loro tastiere, confrontare le proprie idee, adattare le voci alle note. Tra una battuta e l’altra, il tempo passa, consumando velocemente le ore; i giovani decidono di prendersi una pausa, il lavoro procede per il meglio, ma dopo un breve cambio di aria e una bevanda corroborante, potranno riprendere con maggior entusiasmo a sperimentare trame musicali affascinanti. Lasciano gli strumenti, escono in strada e, continuando a discutere di sonorità e ritmi, si infilano nel bar più vicino. Dopo essere stati serviti al banco e con ancora i bicchieri in mano, uno di loro si avvicina al tavolino su cui sono poggiati dei giornali e delle riviste; scorge, tra queste, un giornale di moda francese, “Mode Dépêché” (in quegli anni, agli albori degli Ottanta, era abbastanza diffusa), se ne incuriosisce – ne è fortemente attratto – forse perché legge il nome di quel “gazzettino di moda” invertendo l’ordine delle due parole che lo compongono, e avvicinandosi è come se sorprendesse alle spalle quella ignara rivista. In quel momento, per la prima volta, pronuncia la sequenza delle parole: Depeche prima, Mode dopo; inizia a ripetersele in testa, simile a un mantra, ci pensa, le ripete ancora fino a quando il suo volto si accende e con grande eccitazione si volta verso i tre amici che continuano a chiacchierare e li invita ad avvicinarsi, a vedere, a sentire quel nome che da qualche tempo stavano cercando per cambiare il Composition Of Sound non più convincente da quando è entrato a far parte del gruppo Dave Gahan, la voce, l’ultimo ad arrivare, ma così carismatico da influenzare e mettere tutti d’accordo sulla scelta del nuovo nome. Da allora sono trascorsi circa 35 anni e, nel mondo, se si dice Depeche Mode sono davvero in tanti a sapere di chi stiamo parlando! C’è un antefatto a tutto ciò: sul finire degli anni Settanta, la band era formata da Martin L. Gore, Andrew Fletcher e Vince Clarke. È il tempo del post-rock e nel mondo della musica fanno la loro comparsa i primi sintetizzatori, il suono cambia, si fa elettronico e sperimentale. Il gruppo, come già anticipato, in quel periodo risponde al nome di Composition Of Sound e si muove in scenari ancora inesplorati. Almeno Oltremanica, dove giungono riverberi da precursori teutonici. Ai sintetizzatori manca qualcosa che dia la spinta decisiva per prendere coraggio, trattenere il fiato e finalmente tuffarsi nel panorama musicale degli Eighties! Quello che cercano è il cantante per dare voce alle loro composizioni, il frontman, magnetico e seducente, che catturi il pubblico trascinandolo in un vortice di complicità. Vince Clarke è il primo a subire tale fascino, una sera, in un locale in cui si suona dal vivo. L’occasione gli passa talmente vicino che lo impatta e proprio non può mancare di coglierla: un giovanotto sta deliziando il gusto musicale degli astanti con un’interpretazione superlativa di “Heroes” di David Bowie. Al termine dell’esibizione Clarke lo avvicina, si presenta e gli chiede se vuole entrare a far parte della sua band. Dave Gahan accetta la proposta e si lascia coinvolgere nel progetto.

L’album d’esordio, “Speak & Spell”, sbarca da lì a poco, nel 1981, col suo cigno impacchettato e deposto in un nido improvvisato su uno sfondo infuocato, quasi a rappresentare la venuta di una nuova epoca. Interamente composto, nelle musiche e nelle parole, da Vince Clarke, ad eccezione di “Tora! Tora! Tora!”, il disco suona esclusivamente elettronico, la voce è promettente, i DM si muovono da pionieri nel campo di quel che viene definito synth-pop ostentando sicurezza! L’attacco lampo a sorpresa è riuscito! Resta intramontabile il brano più ascoltato, “Just Can’t Get Enough”, che avanza fiero accompagnato dal corteo di “Photographic”, “Puppets”, “Any Second Now (Voices)” e della già citata “Tora! Tora! Tora!”. Non siamo che agli inizi; infatti subito dopo l’esordio, Clarke esce dalla formazione e Martin L. Gore prende per mano la sua creatura diventandone, per sempre, la mente, la penna, il cuore.
I primi anni sono prolifici e, in martellante successione, escono altri quattro album. “A Broken Frame” (1982), è il primo di questi, e risente del clima di separazione avvenuta sin dal suo titolo, appunto una “cornice rotta”, che racchiude in sé gli stati d’animo e l’aria che si respira con sonorità malinconiche e testi sentimentali come la delicata “Leave In Silence” o il capolavoro strumentale “Nothing To Fear”. A ben guardare, questo lavoro non ha una struttura chiara, Gore non ha trovato ancora la strada da percorrere.
La troverà nei dischi successivi, grazie anche all’entrata in scena di un nuovo componente del gruppo, Alan Wilder, che darà una svolta importante alla carriera della band. Intraprendono il nuovo cammino, il cui manifesto è la copertina di “Construction Time Again” (1983): un uomo al lavoro, con un martello spaccapietre, è raffigurato nell’atto di colpire il suolo per avviare l’opera di costruzione dei tempi moderni. Sullo sfondo si vede una montagna innevata, lontana, fredda, forse a simboleggiare la scalata per raggiungere il successo. Vista dall’interno, l’opera che si attua è di ricostruzione dei DM, specialmente per ciò che riguarda il sound, che ora ha una direzione precisa da seguire. Evocative, in tal senso, sono “Pipeline”, “Everything Counts” e “The Landscape Is Changing”.
I due dischi successivi, “Some Great Reward” (1984) e “Black Celebration” (1986) sono la continuazione del working hard per arrampicarsi su quella montagna che, nel 1983, era sì sullo sfondo, ma ora, con perseveranza, è quasi del tutto scalata. Sono componimenti esaltanti, il primo, “Some Great Reward”, porta in sé il germe dell’onda dark che si insinua nei testi e che caratterizzerà i DM da qui in avanti. L’atmosfera è cupa, malinconica; sentimenti di noia si alternano a vicissitudini amorose prive di legami: l’apertura con la martellante “Something To Do”… poco dopo la straordinaria “People Are People” seguita dalla dolcissima “It Doesn’t Matter” e ancora “Somebody”, l’amore e la comprensione cantati dalla delicata voce di Martin L. Gore; seguono i giochi sadomasochisti (“Master And Servant”), che diventano metafora per denunciare il tessuto sociale di quei giorni. La conclusione del disco è consegnata a un brano che sembra un episodio tratto dall’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, “Blasphemous Rumours”, e racconta con agghiacciante lucidità, di giovanissime vite, oscillanti tra disperazione e serena esistenza, che saranno stroncate brutalmente da un impulso suicida l’una e da un incidente beffardo l’altra. Il destino le accomuna e Martin L. Gore esprime il suo pensiero, diviso tra blasfemia e rabbia, che “Dio abbia un macabro senso dell’umorismo”! Giunge così il tempo della “Celebrazione Nera”, la mano di Alan Wilder è ora tangibile, il sound della band è orientato verso un’elettronica noir e seducente, che si riflette nella calda voce di Dave Gahan e che dà incredibile profondità ai testi foschi di meravigliosi brani come “Black Celebration”, “Stripped” (della quale ne hanno fatto una memorabile cover i tedesci Rammstein), “Dressed In Black” e l’oscuro brano fantasma “Black Day”.
Prima di raggiungere la cresta della montagna e godersi, da lì, la vista e finalmente respirare un’aria purissima, i Depeche Mode devono però inondare la valle con suoni riconoscibili anche da lontano. Per farlo, decidono di modificare qualcosa nel loro stile spiccatamente dark; installano su un’asta tre megafoni rossi, visibili sulla cover del nuovo LP “Music For The Masses” (1987), orientati in ogni direzione, in modo che proprio tutti possano sentire brani come “Never Let Me Down Again”, “The Things You Said” e “Strangelove”. L’onda electro-pop è di impatto. Il giusto equilibrio tra elettronica, sentimento e sperimentazione è la formula (av)vincente.
Il tour statunitense che segue l’uscita di “Music For The Masses”, avvia la consacrazione mondiale dei DM. Il successo, tanto grande quanto ricercato, arriva il 18 giugno del 1988 dinanzi a una folla esultante e completamente rapita. Gore e compagni si esibiscono a Pasadena, vicino Los Angeles, e i sessantamila accorsi raggiungono il connubio perfetto con un impeccabile Dave Gahan, presentatosi per l’occasione in camicia e pantaloni bianchi, simile ad un angelo, proprio lui che un santarellino non è mai stato! La notte di Pasadena è scolpita nelle pietre della storia; quello è il 101esimo appuntamento del tour e il successo è tale da convincere i Depeche Mode a pubblicare il loro primo album dal vivo dandogli per nome proprio “101”. Un ringraziamento a tutti!

Quanto vero è che l’appetito vien mangiando ce lo dimostrano con il capolavoro del 1990. Irrompe dalle tenebre, con vigore elettro-rock, “Violator”, un monumento innalzato dai DM all’intrigante introduzione di nuovi suoni sperimentati. Il suo arrivo è romantico e accattivante, simboleggiato da una rosa rossa non priva delle sue spine. Gore questa volta inanella nove pièce dalle ambientazioni notturne e sublimi, musicalmente perfette. L’aggressione sonora è affidata alla chitarra di “Personal Jesus”, in cui il profanatore tenta l’ascoltatore invitandolo ad allungare le mani e toccare la fede, ora che c’è qualcuno a cui importa di lui, che sa ascoltare le sue preghiere, uno che perdona. Finalmente qualcuno che può salvarlo. Qualcuno che chiede anche alla notte (“Waiting For The Night”) di proteggerlo dalla dura realtà. Il maggior successo commerciale, per ciò che riguarda l’aspetto musicale, è arrivato con “Enjoy The Silence”, fuga dalle parole violente che rompono il silenzio distruggendo il piccolo mondo di ognuno. Acuto il videoclip messo in scena dalla band, richiamo a “Il Piccolo Principe” di Antoine De Saint-Exupéry, in cui Gahan, vestito da re come il monarca incontrato dal protagonista del racconto, compie un viaggio nella più immensa solitudine, la quale infrange le smanie di potere lasciando spazio solo al silenzio riflessivo. Successivamente al trionfo di “Violator”, l’indomito frontman di Basildon, entra in un vortice pernicioso esacerbando il già pesante uso di droghe. Questo lo porta a vivere un isolamento dal resto del gruppo che, inevitabilmente, è pervaso da un senso di mestizia e separazione.
Ciò nonostante, come racconta il produttore dei DM Daniel Miller, i suoi pards riescono a compiere un miracolo facendo emergere dalle acque del fiume nero in cui sono caduti le mistiche e salvifiche “Songs Of Faith And Devotion”. È il 1993. In questo disco Gahan offre il meglio delle sue performance vocali e delle personali interpretazioni dei testi. Risorge dai penetrali delle sue stanze dove si rinchiude tra una sessione e l’altra di registrazione e viene portato in spalla da un corteo incappucciato di laici, donne e uomini, a scontare la condanna all’amore sentenziata (“Condemnation”). Gahan stesso ha dichiarato in un’intervista che, in assoluto, in oltre 35 anni di Depeche Mode, “Condemnation” è la sua canzone preferita ed è quella in cui riesce a tirare fuori tutte le virtù canore che possiede. Ma “Songs Of Faith…” contiene diverse altre perle nere dense di lacrime e ritmo come “I Feel You”, “Walking In My Shoes”, “Mercy In You”, “In Your Room”, “Rush” e “One Caress”. Quasi un “The Best Of”.
Il successo danza coi DM, ma Dave Gahan piomba nel periodo più nero della sua esistenza e prima della pubblicazione di “Ultra” (1997), scende negli inferi. Tenta il suicidio e in più di un’occasione i medici sono bravissimi a salvargli la vita. Per chi ama questo gruppo, tenerne in vita il cantante è quanto di più prezioso possa essere fatto. Il songwriter e amico Martin L. Gore compone canzoni riflessive scritte apposta per Dave, il quale cantandole e interpretandole, può riprendere a vivere allontanando gli incubi dell’Ade! Il brano di apertura (“Barrel Of A Gun”) contiene la frase che avrebbe pronunciato Gahan al risveglio dal coma: “Do you mean this horny creep…” (“Sta a sentire questo pervertito adulatore…”) e il resto del disco è la celebrazione della rinascita dei DM. “It’s No Good” ne è la hit, mentre brani come “Home”, “Sister Of Night” e “Freestate” rappresentano il concretarsi del ritorno a casa tra i fans.
Il sereno è tornato a spuntare nel grigio cielo degli inglesi; rinfrancati dal favorevole stato di salute si immergono nel nuovo millennio più eccitati che mai. Nuovi orizzonti si aprono ai loro occhi. Così nel 2001, regalano ai trepidanti supporters “Exciter”. L’agave posto in copertina è il simbolo della maturazione raggiunta, anche se questo non è l’album più prezioso che abbiano mai composto. Il suono è dolce ed equilibrato, il tema conduttore è l’amore mentre la più nobile altezza è toccata dalle melodie di “Freelove”. “Dream On” appare il brano più ricordato per il tipico sound elettronico della band. Le note delicate di pezzi toccanti quali “When The Body Speaks”, “Breathe” e “Goodnight Lovers” lasciano intendere che il tempo dell’amore sta passando e quello delle sue conseguenze sta arrivando.
“Remixes 81… 04” (2004) raccoglie i primi 23 anni di vita dei DM e li affida alla magia straniante dei Remix. I tipi chiamati a tale scopo sono tanti e tra questi cito a memoria gli stessi Depeche Mode, Alan Moulder, Air, François Kevorkian, Daniel Miller, Underworld, Adrian Sherwood, Flood e Goldfrapp.
Matura così il successivo “Playing The Angel” (2005); dalle ceneri del matrimonio di Gore, il trio di Basildon, rimasto tale dopo l’addio di Wilder avvenuto anni addietro, trova efficacia ed eleganza, equilibrio e compostezza nell’esprimere quei sentimenti dolorosi. “Precious” è una incantevole dedica ai propri figli, disorientati dalla separazione dei genitori. Gahan, per la prima volta, compone canzoni sue. Mostra personalità in “Suffer Well” invitando ad affrontare la sofferenza per superarla; “I Want It All” è un incontentabile desiderio di possedere tutto, dominato da una paura nascosta che rimanda il momento di esaudirlo; in “Nothing’s Impossible” è contenuta la speranza di riuscire, infine, ad esaudire il desiderio precedente. Il tutto si regge su una struttura elettronica sconfinante in territori power electronic e industrial senza deludere mai l’orecchio, dal più semplice al più esigente. Questo è il lavoro che spiana la strada al successivo lancio in orbita spaziale dello shuttle “Depeche Mode”.
L’approdo alla galassia interstellare avviene con “Sounds Of The Universe” nel 2009. Spinto dall’aggressività verbale di “Wrong” il disco si presenta forte. Il suo contenuto è, invece, intriso di sentimentalismo del nuovo corso DM. Ne sono testimonianza i brani scritti da Gahan, nella, ormai nuova, veste di cantautore: “Hole To Feed”, “Come Back” e “Miles Away / The Truth Is” sono il canto di un innamorato che non si dà pace nella speranza che il vuoto si colmi con il ritorno dell’amata tra le sue braccia, nonostante sembri accorgersi che la verità è una e che l’amata è lontana mille miglia da lui! La passeggiata nello spazio è forse il modo per esorcizzare le pene d’amore e invocare l’arrivo della pace: “Peace will come to me”.
Alla fine della passeggiata arriva ancora un Remix: “Remixes 2. 81-11” (2011). Con altri maghi della contaminazione di generi a omaggiare i DM: i redivivi Vince Clarke e Alan Wilder, Anders Trentemøller, François Kevorkian, Jacques Lu Cont ecc.
Il leitmotiv abbandonato prima della nuova parentesi Remix si ripresenta a quattro anni di distanza da “Sounds Of The Universe” con la pubblicazione di “Delta Machine” (2013), ad oggi ultimo album fin qui prodotto dalla band britannica. Memorabile, per i romantici e i brevi di memoria, la bellissima “Heaven”, che racchiude l’essenza del disco e del periodo degli anni Duemila del trio. È, questo, il disco che richiede una maggiore attenzione e un maggior numero di ascolti prima di essere metabolizzato definitivamente, pur mantenendo il fascino electro-pop noir cui da anni i DM ci hanno abituato!

Non è mai abbastanza parlare dei Depeche Mode, affascinanti, intensi e ricchi di aneddoti come sono, ma prima di lasciarvi al prossimo appuntamento, vorrei scuotere la polvere che tende ad accumularsi su un argomento che dorme pigramente. È qualcosa che mi genera ilarità e, anche, tenera pena: leggere della classificazione (forzata) della musica! In un mondo dove ogni cosa deve essere inventariata e circoscritta, risulta davvero divertente scoprire che il gruppo inglese è annoverato tra quelli che suonano musica ALTERNATIVA. Anzi, direi che è quasi convincente! A forza di leggerlo, si finisce per crederci sul serio. Immediatamente dopo però, similmente al retrogusto lasciato in bocca da un ottimo vino, ai più attenti ascoltatori viene da chiedersi quali sono le qualità di questo genere musicale. Soprattutto, viene da chiedersi, ALTERNATIVO a cosa? A quale standard? Per un gruppo che ha sempre flirtato con la massa, ammaliandola deliziosamente e, allo stesso tempo, soddisfatto il palato spesso esigente della nicchia, non mi prendo la briga di cercare risposte a queste domande, ma mi prendo di certo il piacere di invitare tutti ad aprirsi ad un ascolto scevro dai pregiudizi condizionanti per, finalmente, raggiungere lo stato di trasporto e enjoy the… MUSIC!

Donato Ramaglia

Andrew Fletcher, Dave Gahan, Martin L. Gore - Depeche Mode

Andrew Fletcher, Dave Gahan, Martin L. Gore – Depeche Mode