Di Michele Soavi

Scritto da: GIANNI ROMOLI
Musiche di: MANUEL DE SICA, RICCARDO BISEO
Montaggio: FRANCO FRATICELLI
Fotografia di: MAURO MARCHETTI
con:
RUPERT EVERETT
FRANCOIS HADJI-LAZARO
ANNA FALCHI
MICKEY KNOX
ANTON ALEXANDER
CLIVE RICHE
BARBARA CUPISTI
STEFANO MASCIARELLI
CLAUDIA LAWRENCE
FABIANA FORMICA
PIETRO GENUARDI
KATJA ANTON
ALESSANDRO ZAMATTIO
VITO PASSERI
MADDALENA ISCHIALE
MARIJN KOOPMAN
MICHELE SOAVI
Produzione: MICHELE SOAVI, GIANNI ROMOLI, TILDE CORSI, HEINZ BIBO, DINO DI DIONISIO, CONCHITA AIROLDI
Durata: 106’      Anno: 1994
Titolo Originale: DELLAMORTE DELLAMORE (Monacò)

 

DELLAMORTE DELLAMORE

“La Morte, la Morte, la Morte che arriva, la Morte schifosa, la Morte lasciva. La Morte che vola, la Morte normale, che cela pietosa del mondo ogni male. La Morte che vive, la vita che muore, la Morte, la Morte, la Morte e l’Amore, che aspettano insieme il Grande Giudizio, e non hanno mai fine, non hanno mai inizio.”

Tiziano Sclavi (1953)

 

Non hanno mai inizio… “Mi chiamo Francesco Dellamorte. Nome buffo vero? Ho anche pensato di farmelo cambiare all’anagrafe: Andrea Dellamorte sarebbe molto meglio per esempio. Sono il custode del cimitero di Buffalora, un paese che sta da qualche parte in Italia. Conta circa tremila anime. Quando avrà finito di contarle, morirà”… entra Michele Soavi in un cimitero, con il fantasma dello scrittore Tiziano Sclavi a fargli da Virgilio, posa con cura fiori con la sua mobile macchina da presa accanto ad ogni tomba, ma qui nessuno dorme in pace, i “ritornanti” solcano il profondo delle loro pene e il custode di questo cimitero non serve per non fare entrare nessuno di notte, ma per non fare uscire nessuno! Dal buio ad un altro buio, quello della vita. Un film “DellaMorte DellAmore” anomalo, con un umorismo macabro; le persone o vogliono ridere o avere paura, in mezzo non c’è niente, e Soavi noncurante accetta la sfida ed esplora la terra di nessuno. Una creatura indefinita partorita dalla mente di quel genio della depressione e dell’esilio che è Tiziano Sclavi (il papà di “Dylan Dog”). “DellaMorte DellAmore” è Sclavi, con tutta la sua dolcezza e il suo universo popolato da freak sempre migliori dei “normali”, tutti vuoti e teppisti. Gianni Romoli, che si occupa della sceneggiatura, segue spesso alla lettera il romanzo omonimo (1983) dello scrittore di Broni ricalcandone il suo stile poetico e romantico e seguendone la fascinazione per la morte. Manuel De Sica (figlio di quel Vittorio) offre a sorpresa ottimi spunti musicali, e accompagna perfettamente le varie sequenze; bizzarro l’uso del brano “Hadi Bakalým” della cantante turca Sezen Aksu. Curata in ogni dettaglio la fotografia di Mauro Marchetti, con la macchina da presa sempre in movimento. Da manuale la ricostruzione del regno di Dellamorte, dal cimitero al piccolo alloggio dove vive col suo migliore amico Gnaghi. Il telefono nero anni ’60, il teschio di plastica da montare che brilla al buio, la pistola Bodeo. Un plauso speciale va agli effetti speciali del mago Sergio Stivaletti, che dosa benissimo sia gli eccessi gore sia quelli camp della storia.

Il tenebroso e affascinante Rupert Everett con pantaloni scuri e camicia bianca stropicciata portata fuori dai pantaloni è il custode del cimitero, inquieto, cinico, sarcastico (colleziona necrologi e cancella i morti dall’elenco telefonico, sua lettura preferita). Il magnetico attore inglese nel ruolo della sua vita, o morte alla cui fisionomia si sono ispirati i disegnatori Angelo Stano, Claudio Villa e Corrado Roi (che sotto consiglio di Sclavi andarono al cinema a vedere “Another Country” di Marek Kanievska) per dare il volto e una precisa caratterizzazione grafica a Dylan Dog, a cui erroneamente, e spesso, si è associato questo film o il romanzo da cui è tratto. Pochi sono i punti in comune col fumetto (Francescesco Dellamorte fa la sua comparsa in inchiostro e fantasia nello speciale di Dylan n.3 “Orrore Nero”), questi: il commissario Straniero (figura che ritorna spessissimo nei romanzi di Sclavi) sempre pronto a coprire il protagonista, come l’Ispettore Bloch di Scotland Yard fa con l’Indagatore dell’Incubo; il teschio che Dellamorte non riesce a finire, simile al modellino eternamente incompleto di galeone di Dylan; la spalla Gnaghi, l’equivalente muto (e senza barzellette!) di Groucho negli albi a fumetti targati Sergio Bonelli Editore. Gnaghi è interpretato dal musicista prestato al cinema François Hadji-Lazaro. Il suo aspetto tanto speciale è poesia e sofferenza, che si celano dietro questo dolce omuncolo con segni particolari: tutti! Uno di quei “mostri” che tanto ama Sclavi e indimenticabile l’amore morboso di Gnaghi per la figlia “ritornante” e sempre più a pezzi del Sindaco di Buffalora, che da buon politico italiano è pronto a sfruttare tutto, compreso la morte della sua piccola. La showgirl Anna Falchi nella parte di “Lei”, non recita ovviamente, ma è l’incarnazione perfetta del personaggio che sempre ritorna descritto da Sclavi e inoltre è molto generosa nel mostrarsi, giocandosi al meglio le sue carte. Stefano Masciarelli fa teatro e il resto del cast è caratterizzato molto bene, con maschere che rimangono impresse anche avendo a disposizione una sola scena. La vecchia e decrepita “signorina” Chiaromondo (una meravigliosa Claudia Lawrence), sempre più malconcia e triste, che si affida solo ai ricordi delle persone care visitate al cimitero contemplando e flirtando con la morte, è un riflesso della stupenda “Antologia Di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nel film ci si può trovare anche tanto Ambrose Bierce. “DellaMorte DellAmore” (uscito negli U.S.A. col titolo “Cemetery Man”, con buon successo) ha mille sfumature poetiche e sottili e colti omaggi pittorici, come quelli a “L’Isola Dei Morti” di Arnold Böcklin e, nella scena dell’ossario, a “Gli Amanti” di René Magritte. Michele Soavi, che era l’erede di Dario Argento e poi si è sputtanato, si porta a casa un “David di Donatello” (per quel che valgono!) e poco altro ma, tra zombie e vomitate, scenografie dark da tunnel dell’orrore, interventi chirurgici e critiche sociali spietate a tutto il male che trasuda dal nostro Paese, realizza un horror romantico come non se ne sono mai fatti in Italia. Un capolavoro. Su toni a noi poco familiari fa regnare l’eccentricità e nel bellissimo finale aperto (che migliora quello del romanzo di Sclavi) – degno delle immortali vecchie storie di “Creepy” (con omaggio sui titoli di coda addirittura a “Quarto Potere” di Orson Welles) – ci regala una realtà fatta di fantasia, dove neanche in sogno c’è un altro posto dove poter fuggire… Francesco monologa con la Morte… poi una bocca piena solo di parole vuote in una vita che si è capovolta, sempre uguale, come “Lei”, e così decide di “portarsi avanti” col lavoro, incapace ormai di distinguere i vivi dai defunti, uccide per indifferenza, per noia, ma mai per odio. Uccide il suo migliore amico. Uccide vecchi. Uccide donne. Uomini. Uccide bambini. Non vuole più amare Dellamorte e uccide anche l’amore. Ora c’è solo una strada interrotta davanti a lui e al suo Gnaghi, a sbarrare loro la fuga… e ci sono le prime parole di Gnaghi che vuol solo tornare a casa… e non hanno mai fine, non hanno mai inizio. GNA! “E la Morte, dolcissima e amara, la Morte che cerchi nella notte chiara, che cerchi per dirle quanto l’ami ancora, che eri andato via ma di nuovo sei qui ora, perché non puoi stare lontano da lei e le dici piangendo: io per te morirei, e che sei il suo schiavo, e che lei è sovrana. La Morte, la Morte, la Morte puttana”. Il telefono suonerà ancora. Francesco Dellamorte sparerà. Gnaghi seppellirà carcasse e si ingozzerà di cibo. I morti torneranno a vivere. I vivi continueranno ad essere morti. Titoli di coda.

“Fratelli umani, che dopo noi vivete, e qui ci vedete, appesi all’infinito: e la nostra carne che fu troppo amata ora col tempo dal tempo è scavata, le nostre ossa saranno monconi, il vostro saluto non sia una risata. Pregate, voi per caso mortali, che la grazia dei Santi non sia finita, che ci salvino dai neri burroni. Il sole ci annera e ci rinsecchisce, il corvo furioso, gli occhi cavati, la barba e il ciglio col becco ghermisce, il tempo riposo per noi non capisce. E ondeggiano i corpi ricordi di pene, e voi che siete non volgete le schiene: Noi siamo morti, la vita è fuggita.”

François Villon (1431-1463)

Monacò

François Hadji-Lazaro, Rupert Everett - DellaMorte DellAmore (1994)

François Hadji-Lazaro, Rupert Everett – DellaMorte DellAmore (1994)