Cuauhtémoc… che razza di nome è Cuauhtémoc? Sicuramente un nome abbastanza bizzarro e desueto; un po’ come se ai giorni nostri qualcuno si chiamasse Caligola o Traiano piuttosto che Domiziano e via discorrendo. Eppure Cuauhtémoc è un nome intriso di storia e gloria perché appartiene all’ultimo imperatore azteco che cercò di fermare le avanzate dei colonizzatori spagnoli guidate dal condottiero Hernán Cortés nel XVI secolo. La leggenda narra che le truppe ispaniche stavano conquistando tutte le città azteche, meno una, la capitale Tenochtitlán. L’imperatore Cuauhtémoc fece distruggere tutti i ponti, unica via d’accesso per raggiungere la città, così che ci vollero mesi e mesi di battaglie affinché i colonizzatori riuscissero ad entrare nella capitate e far capitolare l’impero azteco. Un nome glorioso quindi, che rivela il senso di appartenenza ad una delle civiltà più antiche, importanti oltre che magnifiche e piene di fascino della storia. E quel nome, il nostro Cuauhtémoc, lo ha sempre portato con fierezza e orgoglio, considerato uno dei calciatori messicani più forti di tutti i tempi insieme a Hugo Sánchez, Jorge Campos e Luis Hernández, fino ad arrivare ai giorni nostri e a fuoriclasse del calibro di Rafael Márquez, Javier Hernández, Giovani Dos Santos o Jesús Manuel Corona. E uno con un nome così, Cuauhtémoc Blanco, non poteva che essere soprannominato “The King” dai suoi tifosi ai tempi dei Chicago Fire, negli Stati Uniti. Ma andiamo per ordine. Blanco nasce il 17 gennaio del 1973 a Tlatilco, un vecchio villaggio di origine precolombiana nell’immensa area di Città del Messico, da una famiglia piuttosto umile. Cresce nel “barrio” di Tepito, uno dei quartieri più malfamati della metropoli, dove di solito si allestisce il mercato e dove spesso si verificano rapine, furti e ferimenti a morte. Un rione dove la polizia non mette piede e dove la giustizia te la fai da solo. Un po’ come tutti i bambini della “bassa borghesia” Blanco cresce per strada e applica le regole del più forte. I sobborghi delle grandi città messicane sanno essere dure realtà, dove se non te la sai cavare finisci spesso per sprofondare nella delinquenza o peggio ancora rischi di vivere nella paura di poter morire ogni giorno. Ogni momento. La zona di confine tra il saper farsi rispettare, anche con modi ruvidi, e il rimanere impigliato nella microcriminalità è una linea piuttosto sottile che il Cuauhtémoc ragazzino rischia più volte di oltrepassare. Ma si sa, la strada se non ti uccide o non ti porta nel mondo della malavita, ti rende più forte e impenetrabile, ti forgia una tempra da duro difficile da scalfire. E se non avesse fatto il calciatore, Blanco sarebbe potuto essere tranquillamente un boss di quartiere. Lineamenti duri, sguardo perennemente incazzato, fisico tozzo e pancia da bar avrebbero fatto pensare sicuramente ad un tipo losco (e magari lo era anche), ma con un pallone ai piedi il ragazzo ci sapeva fare. Comincia fin dalla tenerissima età a giocare a calcio con gli amici nei campetti di periferia e si mette subito in mostra per la sua tecnica raffinata e le sue giocate, estemporanee ma geniali. E’ un po’ un anarchico del gioco del calcio e gli piace inventarsi sempre qualcosa di nuovo. Non ama essere incastonato all’interno di schemi o cose del genere. Il suo genio prende quasi sempre il sopravvento. Allorché giovanissimo viene notato da Ángel Coca González, uno degli osservatori del Club América, che ne apprezza la fantasia e l’inventiva quando lo vede giocare al Torneo Benito Juárez nella squadra del Distretto Federale. Quella sarà d’ora in poi la sua strada. Dopo aver fatto la trafila nelle giovanili, con la prima squadra dell’América esordisce nel 1992 a soli 19 anni. Il suo talento è sconfinato e benché non sia velocissimo, riesce sempre a sgusciare via palla al piede e a disegnare traiettorie velenosissime per i portieri. Gioca prevalentemente sull’esterno, ma spesso e volentieri si sposta al centro agendo da trequartista alle spalle della punta centrale. Non solo gol e giocate ad effetto, ma anche tanti assist per i compagni. Nonostante i suoi “colpi” però, la carriera nel club, almeno nei primi anni non è molto soddisfacente, e di titoli nemmeno a parlarne. Esordisce in Nazionale nel 1995 e partecipa alla Confederations Cup in Arabia Saudita. Il suo Messico arriva fino in semifinale, dove viene eliminato dalla Danimarca ai calci di rigore, ma poi si aggiudica la Medaglia di Bronzo, sempre grazie ai tiri dal dischetto contro la Nigeria nella finale per il 3° e 4° posto. E’ sempre con la maglia della tricolor che si toglie la soddisfazione di alzare il suo primo trofeo della carriera. Negli Stati Uniti si gioca la CONCACAF Gold Cup, che è un torneo della Federazione Nord-centramericana riservato alle nazionali, un po’ l’equivalente dei nostri Europei. Il Messico passa agevolmente i gironi. Le semifinali vedono fronteggiarsi USA e Brasile da un lato, Messico e Guatemala dall’altro. I carioca battono di misura gli statunitensi e la stessa cosa fa il Messico contro i guatemaltechi, proprio grazie ad una rete di Blanco. La Finale vede di fronte quindi Messico e Brasile. Il pronostico sembra abbastanza scontato, ma ad inizio ripresa Luis García “stappa” la Finale portando i messicani in vantaggio. Ad un quarto d’ora dalla fine è lo stesso Blanco che mette il sigillo alla partita e si concede il giro d’onore con la Gold Cup tra le braccia. Il 1997 è un anno importante per lui: a 24 anni decide che è meglio cambiare aria e il Club América, dopo 103 presenze e 15 reti, lo cede al Necaxa, sempre nella Prima Divisione messicana. Qui Cuauhtémoc ci rimane una sola stagione mettendo insieme 28 presenze e 13 gol, e a fine Campionato decide di tornare all’América. Prima però c’è la Copa América da conquistare. La manifestazione si svolge in Bolivia. Il suo Messico esordisce in maniera vittoriosa contro la Colombia (2-1), poi perde contro il Brasile (3-2), ma grazie al pareggio (1-1) contro la Costa Rica riesce a passare il turno. Nei quarti di finale un suo gol non serve a piegare l’Ecuador nell’1-1 al termine dei tempi regolamentari. La qualificazione passa quindi attraverso i calci di rigore; in semifinale la Bolivia è più forte e vince (3-1) e a Blanco non rimane che accontentarsi del bronzo dopo aver battuto il Perù (1-0)… una magra consolazione. Il 1998 forse è l’anno che più di ogni altro ha consacrato il talento di Cuauhtémoc Blanco, facendolo conoscere a livello interplanetario. E’ l’anno dei Mondiali di Francia, ma prima di arrivare alla manifestazione iridata, il fuoriclasse messicano mette in bacheca un altro trofeo con la maglia delle sua Nazionale oltre alla Scarpa d’Oro per essersi laureato Capocannoniere nel torneo di apertura con 16 reti. Nel mese di febbraio, infatti, ancora negli Stati Uniti si gioca la Gold Cup, già vinta due anni prima. In semifinale ci vogliono i tempi supplementari per piegare la resistenza della Giamaica grazie ad un gol di Luis Hernández. Ed è lo stesso bomber capellone a decidere la finalissima contro gli USA (1-0). La conquista della Coppa è decisamente un buon viatico per Blanco, che si presenta a Francia ’98 tirato a lucido. E’ il 13 giugno e il Messico debutta contro la Corea Del Sud. Non è una partita che attira le attenzioni degli appassionati, sulla carta è un match di poca importanza. Di fronte non ci sono due squadre che possano ambire a vincere il titolo mondiale, ma è in questa partita che succede qualcosa di mai visto prima: il solo fatto che la Corea si porti in vantaggio, è già di per sé una notizia; nel secondo tempo il Messico pareggia, ma a far rimanere tutti a bocca aperta è qualcos’altro… palla sulla fascia sinistra tra i piedi di Blanco, che cerca di divincolarsi nell’uno contro uno con un difensore coreano, finta ad andare sul fondo, ritorno sui propri passi. Nel frattempo arriva il raddoppio di marcatura e Cuauhtémoc sembra “spacciato”. La sua tecnica è sopraffina, ma la velocità non è certo il suo forte, tanto più che davanti ha due difensori e un metro dietro di lui c’è la linea del fallo laterale. E’ tutto chiuso, non c’è un centimetro per passare. Azione sfumata pensano un po’ tutti. Ma dal nulla ecco che accade qualcosa, Blanco stringe tra entrambi i piedi la palla, fa un salto trattenendola in area e con un balzo incredibile passa alle spalle dei due ignari ed esterrefatti difensori coreani, per il boato di approvazione ed incredulità del pubblico presente allo stadio e dei milioni di telespettatori davanti alla tv. Cosa è successo? Chi è stato? Cosa ha fatto?! Tutti si domandano la stessa cosa… la risposta è che Blanco ha fatto la “mossa del canguro”, una giocata al limite del regolamento (in alcune occasioni si potrebbe fischiare la “palla trattenuta”) ma così estemporanea e divertente che nemmeno l’arbitro di solito se la sente di fermare il gioco. “La mossa del canguro” ripetono i telecronisti, che commentano la partita… e che diventerà da quel momento in poi il suo marchio di fabbrica, il suo segno distintivo. Qualche minuto più tardi la fa di nuovo e di nuovo ancora. La partita la vince il Messico per 3-1, ma ai più risulta un dettaglio: tutti hanno negli occhi quella giocata tanto imprevedibile e pazza da far passare in secondo piano tutto il resto. Ormai non si aspetta altro che la seconda partita del Messico per vedere nuovamente quel pazzo di Blanco in azione. Il 20 giugno c’è la sfida contro il Belgio. A fine primo tempo il fortissimo Marc Wilmots porta in vantaggio i suoi con una deviazione sottomisura da calcio d’angolo che sorprende Campos, con la palla che gli sfila addirittura sotto le gambe. Ad inizio ripresa è ancora Wilmots a fare secco il portiere messicano per il 2-0. Sembra ormai finita: poco dopo però, Alberto García Aspe riapre la contesa su calcio di rigore. C’è ancora speranza per la tricolor, anche perché i fiamminghi sono rimasti in dieci uomini. Passano una decina di minuti ed ecco che Ramón Ramírez riceve palla sul lato corto di sinistra dell’area e pennella nel mezzo un cross sul secondo palo, dove Blanco si lancia in una spaccata aerea alla disperata e riesce a toccare con la punta del piede… la palla termina alle spalle del portiere belga e la gioia messicana può esplodere. Cuauhtémoc, da vero leader qual è, ha riportato la sua Nazionale “dentro il Mondiale”, con un altro colpo ad effetto. Non è stata la “mossa del canguro”, ma si è ammirata un’altra perla balistica, gioiello di tecnica, agilità e caparbietà che solo i veri condottieri sanno come fare. Blanco è ormai sulla bocca di tutti, giornalisti e tifosi che lo acclamano come una delle stelle del Mondiale. Il Messico compie un’altra impresa nella terza gara del girone contro l’Olanda. Gli oranges dopo venti minuti del primo tempo sono già sul 2-0, grazie ai gol di Phillip Cocu e di Ronald De Boer. Ad un quarto d’ora dalla fine il punteggio non è ancora cambiato e il Messico rischia seriamente di essere eliminato. Ma prima Ricardo Peláez, e poi il solito Hernández riescono a pareggiare e spedire il Messico agli ottavi contro la Germania. Il 29 giugno a Montpellier, le due nazionali si ritrovano di fronte e qui Blanco e compagni vanno vicinissimi all’impresa: dopo un primo tempo chiuso sullo 0-0, ad inizio ripresa i “verdi” si portano in vantaggio con il biondo Hernández. La qualificazione sembra a portata di mano, ma ad un quarto d’ora dalla fine uno svarione della difesa messicana permette a Jürgen Klinsmann di pareggiare e a quattro minuti dal 90’, una “zuccata” del possente Oliver Bierhoff mette fine ai sogni di gloria di Cuauhtémoc Blanco e compagni. Si torna a casa, ma il calcio mondiale ha scoperto un campione sconosciuto prima di allora. Un trascinatore, un capopopolo che riesce con la sua personalità a trascinare una squadra intera, una Nazione intera. In Patria è osannato e venerato come un dio pagano per quel suo modo di vivere il calcio con orgoglio e senso di appartenenza. Nonostante le tante offerte che gli provengono da diverse società europee, Cuauhtémoc decide che non è ancora tempo di lasciare la sua terra d’origine per fare il percorso inverso dei colonizzatori spagnoli di secoli e secoli prima. Rimane così altre due stagioni al Club América, dove in 67 presenze segna ben 51 reti, oltre a sfornare una marea di assist. L’estate del 1999 è ancora una volta ricca di soddisfazioni, proprio con la maglia della Nazionale. Nel giro di due mesi prende parte prima alla Copa América e poi alla Confederations Cup. In Copa América il suo Messico esordisce vincendo contro il Cile (1-0) per poi perdere (2-1) contro il Brasile. La terza sfida del girone è decisiva per la qualificazione e una sua doppietta nel 3-1 finale contro il Venezuela dà il diritto al passaggio del turno. Nei quarti di finale ci vogliono i calci di rigore per mandare a casa il Perù dopo il 3-3 dei tempi regolamentari. In semifinale, però, il Brasile si impone per 2-0 e il Messico si deve accontentare del bronzo dopo il 2-1 nella finalina contro il Cile. Poco meno di un mese più tardi Blanco è sempre presente ai nastri di partenza della Confederations Cup. Si prende tutta la scena nella gara d’esordio contro l’Arabia Saudita, dove mette a segno una tripletta nel 5-1 finale e incanta con le sue giocate che fanno strabuzzare gli occhi a tutti i presenti. Il 2-2 contro l’Egitto e la vittoria per 1-0 contro la Bolivia spalancano le porte verso il passaggio del turno. Ancora una sua rete nei tempi supplementari contro gli USA (1-0) vale l’accesso alla Finale contro il Brasile. La partita è bellissima: dopo una decina di minuti Miguel Zepeda porta il Messico in vantaggio e poco prima della mezz’ora José Manuel Abundis raddoppia. Ad un paio di minuti dall’intervallo, il terzino del Milan Serginho accorcia le distanze. In avvio di ripresa Roni pareggia i conti per il Brasile, ma un paio di minuti più tardi ancora Zepeda mette il sigillo sul 3-2. A metà ripresa non può mancare la firma d’autore e Blanco segna il gol del 4-2, anche se sessanta secondi più tardi Zé Roberto riporta sotto i “verde-oro”. Finisce così 4-3, con il Messico e Blanco che impreziosiscono il loro palmarès, Cuauhtémoc viene anche eletto come Miglior Giocatore della manifestazione e Miglior Marcatore, insieme a Ronaldinho, con 9 reti totali all’attivo nel torneo. Nel 2000 si convince finalmente ad attraversare l’Oceano e a trasferirsi in Europa, in Spagna più precisamente, con la maglia del Real Valladolid. La sua avventura in terra iberica non comincia nel migliore dei modi, visto che nel mese di ottobre si infortuna gravemente rompendosi una gamba in una gara di Coppa Uefa, e deve stare fermo per sei mesi. Ci riprova a fatica nella stagione successiva durante la quale tuttavia trova parecchie difficoltà. Il calcio in Europa è totalmente differente da quello che si gioca in Messico, troppa tattica e tanto rigore a livello fisico. Qui oltre ad attaccare, si deve anche difendere e Blanco non è abituato a fare entrambe le fasi. Inoltre deve “lottare” con la crescente nostalgia del suo Paese, e quando gioca si vede che ha la faccia triste, tanto depresso da fare tenerezza. Nella sua esperienza spagnola riesce a mettere insieme solamente 23 presente e 3 reti, anche se una delle quali è di pregevolissima fattura: contro il Real Madrid al Santiago Bernabéu, Cuauhtémoc fa comparire dal cilindro una perla rara, un fantastico calcio di punizione, in mezzo a tante difficoltà che rischiano di fargli saltare anche il Mondiale del 2002 in Corea e Giappone. A furor di popolo viene convocato dal ct Javier Aguirre, che non si sognerebbe mai di lasciarlo a casa, perché uno come Blanco anche se appesantito e non al top della condizione, riesce a trascinare tutti con la sua personalità. E poi è uno che nelle competizioni internazionali, con la maglia della sua Nazionale addosso, sa esaltarsi come pochi. Il 3 giugno il Messico esordisce contro la Croazia e incamera i primi tre punti imponendosi per 1-0, grazie ad un rigore trasformato proprio da Cuauhtémoc dopo un’ora di gioco. Nel secondo match arriva la vittoria sofferta e in rimonta contro l’Ecuador per 2-1, e la terza partita vede come avversario di turno l’Italia che ha battuto all’esordio l’Ecuador (2-0) ma che ha perso la seconda gara (2-1) contro la Croazia. Proprio un assist di Blanco a Jared Borgetti provoca il gol che manda sotto gli azzurri, che poi però strappano la qualificazione nel finale grazie alla rete del pari di Alessandro Del Piero. Il cammino di Blanco si fermerà poi agli ottavi contro gli USA (2-0) e questo sarà l’inizio del periodo più difficile della sua carriera. Sta per cominciare il declino e il suo fisico più che il suo genio, comincia ad abbandonarlo. Decide di chiudere definitivamente con l’Europa e di tornarsene nuovamente in Messico. Torna al Club América per un paio di stagioni, dove mette insieme 74 presenze e 31 reti, prima di passare un anno in prestito al Veracruz (15 “gettoni” e 5 gol). Il suo carattere spigoloso si esprime all’ennesima potenza quando sferra una gomitata ad Ânderson Lima, un difensore del São Caetano, durante una partita di Coppa Libertadores che gli provoca una sospensione dalle gare internazionali per un anno. Tuttavia nel 2005 riesce a conquistare il suo primo titolo nazionale con la maglia dell’América, un successo che lo renderà immortale agli occhi dei suoi tifosi. Negli ultimi anni della sua carriera, sono sempre più spesso gli episodi che hanno poco di sportivo a farlo salire agli “onori della cronaca”, per le sue intemperanze che oscurano le giocate sul campo. Prima apostrofa un guardalinee donna dandole della “poco di buono” e rincarando la dose dicendole che avrebbe fatto meglio a tornarsene a casa a lavare i piatti; poi definisce pubblicamente il proprio compagno di Nazionale, Rafa Márquez, non degno di portare la fascia di Capitano perché era a suo dire “un uomo senza palle”. In campo diventa spesso spigoloso e attaccabrighe e si “diverte” a litigare con tutti. Sempre più spesso sono i portieri i suoi bersagli preferiti. Soprattutto uno, David Grosso, che lo aveva sbeffeggiato dopo avergli negato un gol. La secca risposta di Blanco è da manuale: in pochi minuti lo impallina tre volte e poi va ad esultare alla stessa maniera con cui era stato preso di mira prima, con un sorriso provocatorio in piena faccia e le braccia allargate come a dire “ora non ridi più?!”. Nel 2006 si avvicinano i Mondiali in Germania e tutti si aspettano la convocazione del fuoriclasse messicano. Nel frattempo, tra i tanti avversari e non con cui Cuauhtémoc litiga, c’è il suo vecchio compagno di Nazionale, Jorge Campos, che è entrato a far parte dello staff di Ricardo La Volpe, commissario tecnico del Messico. In pratica Campos riesce a convincere La Volpe che Blanco è ormai vecchio e poco utile per la squadra. La notizia esce fuori e succede un finimondo: Cuauhtémoc che attacca pubblicamente Campos: “Vorrei che La Volpe mi dicesse le cose come stanno in faccia!” – è la bordata iniziale – “Campos si è sempre calato le braghe di fronte a La Volpe, se lo incontrassi un giorno gli farei tremare le gambe!”. Intanto per le strade di Città del Messico inizia una vera e propria sollevazione popolare per far cambiare idea al cittì. Viene organizzato addirittura un corteo con partenza dallo Stadio Azteca fino alla sede della Federcalcio messicana. Rivolta e proteste che però non sortiscono nessun effetto, Blanco non va ai Mondiali tedeschi. Il Messico passa il girone come seconda, ma il suo cammino si interrompe agli ottavi contro l’Argentina. Tuttavia Cuauhtémoc riesce a smaltire l’amarezza della non convocazione in Nazionale con la vittoria della prestigiosa CONCACAF Champions League, battendo in Finale i connazionali del Toluca. Dopo la vittoria del Campionato, arriva quindi anche la prima affermazione a livello “Continentale”, un giusto premio per la sua carriera che sta volgendo ormai al termine. La vendetta è un piatto che si serve freddo… un anno dopo, nel 2007, Blanco e La Volpe si ritrovano di fronte da avversari. Il suo Club América affronta in Coppa Libertadores l’Atlas Guadalajara, allenata proprio dall’ex ct del Messico. Dopo aver siglato il gol del 2-0 per l’América Blanco corre verso la panchina del suo “nemico”, andando ad esultargli di fronte con un sorriso di sfida. Così che dopo la breve parentesi in cui è stato epurato dalla Nazionale, Cuauhtémoc si riprende anche la maglia tricolor. Sembra non dover morire mai calcisticamente, anche se ormai è stanco dei troppi veleni che ci sono intorno a lui, e non ne può più delle continue polemiche e pressioni mediatiche.

Decide di provare un’esperienza nuova e meno stressante, optando per il trasferimento negli Stati Uniti, ai Chicago Fire. Qui viene accolto come una star del cinema: fotografi, decine di giornalisti e centinaia di tifosi tutti per lui. Lo aspettano all’aeroporto e lo scortano passo per passo fino alla conferenza stampa di presentazione. Per Blanco è un’esperienza rigenerante sotto tutti i punti di vista, e ritorna in campo quel genio che era stato ad inizio della carriera. La sua permanenza nell’Illinois è di quelle che più tranquille a livello mediatico non si potrebbero: non un episodio di intemperanza, nessun gossip e nessuna blancata. I suoi tifosi lo idolatrano e lui ricambia con prestazioni di alto livello oltre che con degli autentici gioielli di tecnica pura sotto forma di gol e di assist per i compagni. Viene soprannominato “The King”, quasi scontato per chi come lui porta il nome di un imperatore, anzi dell’ultimo imperatore azteco della storia. Nel gennaio 2008, l’Italia potrebbe entrare a far parte del suo destino: il Presidente del Catania, Antonino Pulvirenti, cerca di fare il possibile per portarlo alle pendici dell’Etna, e ci riesce quasi. L’accordo economico tra la società e il fantasista messicano viene anche raggiunto, ma a causa delle ferree regole della FIFA, per cui non si possono tesserare due extracomunitari per squadra, non se ne fa più niente. Ai Chicago Fire rimane per due stagioni (con una brevissima parentesi nel Santos Laguna, in Messico, 4 gettoni e 1 rete) dove in 60 presenze sigla 15 gol, andando vicino alla vittoria del Campionato perdendo la Finale dei play off. Nonostante nel 2008 si fosse ritirato dalla Nazionale, Cuauhtémoc ci ripensa e nel 2010 viene convocato a furor di popolo (manco a dirlo) per i Mondiali del Sudafrica 2010. Il debutto contro i padroni di casa porta un punto, dopo il pareggio per 1-1. Contro la Francia, dopo il vantaggio firmato da Javier Hernández, detto “Chicharito”, sigla il calcio di rigore del definitivo 2-0. Con questo gol Blanco scrive un altro record: è l’unico giocatore messicano ad aver segnato in tre edizioni del Mondiale (1998, 2002 e 2010), ed è il terzo giocatore più vecchio in assoluto ad aver partecipato alla manifestazione iridata a 37 anni e 5 mesi, dietro allo svedese Gunnar Gren e al primatista, il camerunense Roger Milla. Il Messico passa la fase a gironi, ma viene poi eliminato agli ottavi dall’Argentina. Dopo l’esperienza in Sudafrica, e un’altra breve parentesi al Veracruz, cambia ancora squadra e firma un contratto con il Deportivo Irapuato, dove vince il Torneo Clausura nel 2011. In quegli stessi anni ancora una follia: si butta nel cinema. Ottiene una parte in una orrenda soap opera messicana, che però finisce praticamente subito. Cuauhtémoc non è di certo un grande attore come Vinnie Jones o Éric Cantona, e la sua esperienza sul piccolo schermo si chiude in un batter d’occhio per non riaprirsi mai più. Nonostante tutto, la Pepsi decide incredibilmente di ingaggiarlo per uno spot pubblicitario, ma se possibile, Blanco riesce a fare ancora peggio! Sbaglia a pronunciare il nome della bevanda chiamandola “Pecsi”, ma neanche questo ferma i fenomeni che curano il marketing della multinazionale, l’incidente non è considerato un problema, anzi: i produttori della Pepsi decidono di mettere in commercio delle lattine con su scritto “Pecsi”, provando a trasformare la gaffe del povero Blanco in una ulteriore pubblicità. Tuttavia per il fantasista è meglio concentrarsi su quello che sa fare meglio, giocare a calcio, nonostante la non più verde età. Gli ultimi anni della sua carriera lo vendono impegnato con le maglie dei Dorados De Sinaloa e dei Lobos BUAP. Infine, la squadra con la quale appenderà le proverbiali scarpette al chiodo, sarà quella del Puebla, con la quale vince la Coppa del Messico e chiude così la sua carriera con un altro trofeo. Cuauhtémoc Blanco si ritira dal calcio giocato dopo 23 anni di carriera e quasi 300 gol, in più o meno 800 partite disputate. Decide di non fermarsi mai e intraprende la carriera politica con il Partito Socialdemocratico, candidandosi nel 2015 alle elezioni amministrative della città di Cuernavaca. Le vince con 39.535 preferenze, 8.349 in più rispetto al suo rivale del Partito Rivoluzionario Istituzionale. Lo stesso PRI contesta la vittoria di Blanco e fa ricorso ai vari tribunali competenti per annullare l’esito delle votazioni. I giudici danno ragione a Blanco e confermano l’esito delle stesse. Cuauhtémoc è il Sindaco di Cuernavaca. Un anno più tardi, però, alcuni contrasti con diversi membri del Consiglio Municipale si tramutano in vera e propria vendetta politica. Iniziano ad uscire voci secondo le quali Blanco avrebbe firmato un contratto per concorrere a Sindaco in cambio di denaro. Uno scandalo che ovviamente viene cavalcato ad arte dai suoi avversari che in questo modo chiedono la sua testa. Ciò in cui lui più ha creduto gli si è rivoltato contro. Ma è la storia che si ripete. Sempre. Blanco non la prende bene e indice uno sciopero della fame. Vittima di una pressione mediatica incredibile, prima come calciatore e poi come politico, a cui è certamente abituato, ma che rischia ora di travolgerlo. Ad oggi non si sa se verrà confermato Sindaco o se sarà destituito dalla magistratura, una sola cosa però è certa: difenderà il proprio “regno” con le unghie e con i denti fino all’ultimo, come fece l’altro Cuauhtémoc, l’ultimo imperatore della civiltà azteca secoli e secoli prima di lui (e senza avere a disposizione la “mossa del canguro”).

Donato Valvano

Cuauhtémoc Blanco

Nome: Cuauhtémoc Bravo
Cognome: Blanco
Nato il: 17 gennaio 1973, Città Del Messico, Distretto Federale, MESSICO
Altezza: 1,77
Peso: 75
Ruolo: Centrocampista Offensivo, Fantasista

Carriera:

Club América (Presenze 103 / Reti 15)
Necaxa (Presenze 28 / Reti 13)
Club América (Presenze 67 / Reti 51)
Real Valladolid (Presenze 23 / Reti 3)
Club América (Presenze 74 / Reti 31)
Veracruz (Presenze 15 / Reti 5)
Club América (Presenze 84 / Reti 28)
Chicago Fire (Presenze 17 / Reti 4)
Santos Laguna (Presenze 4 / Reti 1)
Chicago Fire (Presenze 43 / Reti 11)
Veracruz (Presenze 14 / Reti 5)
Deportivo Irapuato (Presenze 51 / Reti 10)
Dorados De Sinaloa (Presenze 40 / Reti 4)
Lobos BUAP (Presenze 22 / Reti 6)
Puebla (Presenze 20 / Reti 3)
Messico (Presenze 122 / Reti 39)

Palmarès:

Club América:
Campionato Messicano: 1 / CONCACAF Champions League: 1 / Scarpa d’Oro: 1
Deportivo Irapuato:
Campionato Messicano: 1
Puebla:
Coppa del Messico: 1
Messico:
CONCACAF Gold Cup: 2 / Confederations Cup: 1 / Bronzo Arabia Saudita 1985 / Capocannoniere Confederations Cup: 1