“Da qualche parte in America, sta cominciando a piovere…”

Counting Crows

 

1993. Da qualche parte, tra le colline di San Francisco o forse ad Amsterdam, Adam e David fantasticano dinanzi al celebre quadro di Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi. Provano a contare gli uccelli all’interno del dipinto, ma sono tanti e le sagome di quelli più distanti finiscono per confondersi con il nero del cielo profondo. Incalcolabili.
E’ così che, nella mia fantasia, ho immaginato la nascita del gruppo musicale rock dei Counting Crows. Come una sorta di opera impressionista, dove la narrazione umana si fonde e confonde con un paesaggio ritratto sì conosciuto, ma pur sempre ricco di mistero. I colori si mescolano a tal punto da essere indistinguibili e le storie diventano leggende, dando origine di volta in volta ad una narrazione sempre velata da un alone intimo ma arcano. Come un segreto, insomma, appena accennato.

Campo di grano con volo di corvi (1890) Vincent Van Gogh

Campo di grano con volo di corvi (1890) – Vincent Van Gogh

La vicende che narrano la storia del gruppo, si aprono quando il cantante Adam Duritz e il chitarrista David Bryson pubblicano “Round Here”, singolo dai toni cupi e malinconici, che racconta i tristi pensieri di morte di una misteriosa donna che arriva da Nashville, Tennessee, scossa da un non precisato turbamento. La figura si trascina angosciosamente come un fantasma tra le strade desertiche della provincia americana, viaggiando in bilico tra vita e morte come su un filo da circo. Finirà probabilmente per uccidersi, sotto gli occhi di un ragazzo disperato perché incapace di comprendere la motivazione di un simile gesto. La ragazza in realtà, disse Duritz, è immaginaria e rappresenta una sorta di spirito angelico (suo alter ego), che lo segue in molti dei suoi pezzi e che simboleggia il suo continuo e funambolico volgersi al limite delle cose. Il pezzo risulta essere nelle tematiche una sorta di romanzo gotico, squarciato da schitarrate rock, in cui la nebbia diventa deserto e i fantasmi diventano miraggi, elementi ugualmente capaci di creare smarrimento e desolazione. Non è tanto il buio a impedire di vedere, ma il sole ad accecare. Tutto è avvolto da un alone arcano, nel quale il tempo diventa infinito e il luogo resta imprecisato. Visto il successo del pezzo nella Bay Area, i due decidono di fondare il gruppo, composto per lo più da musicisti locali, prendendo spunto per il nome da un’antica filastrocca britannica che suggerisce di contare le gazze (uccello della famiglia dei corvi), per semplice superstizione. Questa antica poesia inglese sarà proposta in parte nell’ultimo pezzo del primo album, “August And Everything After” (1993).

“One for sorrow, two for joy,
three for girls and four for boys,
five for silver, six for gold and
seven for a secret never to be told.”

Undici tracce, che rappresentano un viaggio attraverso l’America, un puzzle di impressioni, che valsero al disco un successo tale da essere considerato tra i migliori album alternative rock degli anni Novanta. Tra le tracce, “Mr. Jones” (pezzo che omaggia un amico d’infanzia di Adam, componente del loro primo gruppo musicale, The Himalayans) rappresentò certamente la svolta, diventando subito molto popolare. Si spazia da pezzi più veloci e ritmati, come “Omaha”, “Rain King”, “A Murder Of One” e la già citata “Mr. Jones”, a brani più lenti e melodici, come le meravigliose “Perfect Blue Buildings”, “Anna Begins”, “Time And Time Again”, “Sullivan Street” e “Raining In Baltimore”. Ciò che stupisce è la perfetta fusione di musica e voce, che il versatile Duritz utilizza alternando tanto soavi intonazioni quanto lamenti strazianti; trasformandolo in una sorta di moderno cantastorie, la voce di Adam diviene particolarmente evocativa, capace di catapultare il pubblico nelle storie che vuole narrare.

Temi come la scomparsa, il tormento e l’introspezione psicologica, si ripropongo anche nel successivo “Recovering The Satellites” (1996), dal titolo quanto mai figurativo. Sembra difatti che ognuno dei protagonisti delle storie dell’album abbia perso qualcosa e che ora l’intero pianeta debba recuperare la sua Luna smarrita. E tornano anche elementi come la pioggia, il mistero e soprattutto gli angeli, protagonisti di apparizioni, paure e speranze. Ciò che sorprende qui è il modo in cui i temi vengono trattati: la consapevolezza del dolore e della propria condizione nel mondo non è più un qualcosa di irrecuperabile, ma viene presentata come una specie di necessità storica utile a comprendere la vita per risollevarsi. Un’esistenza, insomma, sorridente ma sfumata da una vena amara e nostalgica, che vive attivamente e cerca in continuazione nuove esperienze, belle e brutte, per poter continuare a crescere. Quattordici pezzi in cui si ripropone ancora l’alternanza di ritmi lenti e veloci, sfiorando quasi le sonorità hard rock di Bruce Springsteen e dei R.E.M., ai quali evidentemente i Counting Crows guardano interessati. Il successo di critica riservato all’album di esordio non si ripete, e il disco viene giudicato eccessivamente pop e poco vario dal punto di vista dei registri musicali. Secondo i critici, il provinciale americano è divenuto troppo mondano e la sua opera, più ordinaria. Si dissolvono molti dei tratti folk e blues e la spinta emotiva perde un po’ di energia, proponendo una linea emotiva a volte smielata. Secondo i critici appunto. Potrebbe apparire una ingenua e forse incolpevole mutazione stilistica, ma in realtà questa presunta “nuova strada” produce pezzi piacevolissimi come “Angels Of The Silences”, “Another Horsedreamer’s Blues”, la brevissima “Walkaways” e soprattutto “Have You Seen Me Lately?” (ancora più bella se possibile nella versione acustica) e dei capolavori come “Goodnight Elisabeth”, “Miller’s Angels” e “A Long December”.

Critiche a parte, il gruppo ha ormai raggiunto una certa notorietà e i brani dei primi due album vengono riproposti nelle orecchiabilissime e sofisticate versioni acustiche del live “Across A Wire: Live In New York City” (1998), doppio disco che rappresenta la definitiva consacrazione di Adam e soci che, suonando dal vivo, sono capaci di evocare un’atmosphere eccezionale: proprio “Have You Seen Me Lately?”, come vi scrivevo poc’anzi, risulta tra i pezzi più belli, commoventi ed emblematici per capire il senso dell’operazione. La tanto amata vena malinconica del gruppo si fa ammirare civettuola e tirata a lucido e la voce di Duritz si veste di una magia particolarissima.

“Probabilmente pensavo che qualcuno avrebbe notato, probabilmente pensavo che qualcuno avrebbe detto qualcosa se fossi scomparso. Mi vedi? Su, colorami dentro, colorami dentro, dammi la tua pioggia blu, dammi il tuo cielo nero, dammi i tuoi occhi verdi. Su, dammi la tua pelle bianca…”

Anche le due successive pubblicazioni dei Counting Crows non riscuotono particolare successo da parte del “pubblico colto”, forse perché “This Desert Life” (1999) e “Hard Candy” (2002) suonerebbero ad un ascolto superficiale troppo commerciali. L’originalità dei primi tempi era frutto di un lavoro molto meticoloso e derivato dall’esperienza maturata attraverso l’accurato studio del suono, che i componenti dedicavano quando ancora si facevano chiamare The Himalayans. Ma le esigenze contrattuali di Duritz e i successivi compromessi richiesti dal music business forse in parte saziano e ammorbidiscono l’anima del gruppo, inghiottito da un sistema che esigeva uno stile sempre più popolare. E questo in parte è vero. L’energia dei “corvi” però non è ancora rinsecchita. Da “This Desert Life” (che vanta una copertina realizzata dal fumettista e illustratore inglese Dave McKean) vengono comunque fuori brani come “Mrs. Potter’s Lullaby” (dedicata all’attrice Monica Potter), “Amy Hit The Atmosphere”, “Four Days”, “I Wish I Was A Girl”, e soprattutto la cupa e dolcissima “Colorblind” (che avrà, tra l’altro, la fortuna di essere scelta come colonna sonora di un film abbastanza popolare); e dal corposo (15 tracce) “Hard Candy”, pezzi più rock si alternano a romantiche ballate: “Hard Candy”, “Goodnight L.A.”, “Butterfly In Reverse”, “Miami”, “New Frontier”, “Black And Blue”, la magnifica “Up All Night (Frankie Miller Goes To Hollywood)” e “Holiday In Spain”. La verità allora è un’altra: i Counting Crows magari non faranno nulla di nuovo, ma sono dei grandi musicisti e quello che suonano, lo suonano molto bene. Hanno indubbiamente un punto di forza nel loro leader (Duritz è capace di scrivere testi dal linguaggio apparentemente ingenuo ma estremamente narrativo) e nei temi trattati (anche in questi due casi quello del ricordo nostalgico la fa da padrone): la sua voce dolorosa fa il resto. L’apprezzamento a questi album arriverà con un po’ di ritardo e, alla fine, risulterà una conferma della compattezza musicale e dell’identità del gruppo.

E, a dimostrazione di ciò, arriva un altro bellissimo live, “New Amsterdam: Live At Heineken Music Hall” (2006), miglior sintesi di tutto il lavoro svolto fino a quel momento dalla band. La consacrazione internazionale definitiva arriva nel 2005, quando la canzone dei Crows “Accidentally In Love” viene utilizzata come colonna sonora del film “Shrek 2”. La cosa vale addirittura al gruppo una nomination all’Oscar per la Migliore Canzone e un immeritato (a detta di molti) secondo posto finale. Ps. La canzone in questione comunque non è un granché, ma succede sempre così!

Passano ben sei anni prima dell’uscita di un nuovo album registrato in studio: nel 2008 vede la luce “Saturday Nights & Sunday Mornings”, frutto anche di una serie di trambusti che hanno colpito la band: dal possibile scioglimento, all’idea di un disco da solista di Duritz, dal cambio di casa di produzione fino all’allontanamento dello storico bassista Matt Malley. Quello che ne viene fuori è un concept album squarciato in due: il rock energico che accompagna la folle vita dei sabati notte e il folk nostalgico che nasce dall’amarezza di gusto e cervello delle domeniche successive. Così, a pezzi arrabbiati (“1492”), vigorosi (“Cowboys”) o appassionati (“Los Angeles”), si avvicendano brani più riflessivi e dolorosi come “Washington Square”, “On Almost Any Sunday Morning” e “When I Dream Of Michelangelo”, nel quale regnano banjo e armoniche. O come la particolarissima “Le Ballet D’Or”, nella quale pianoforte e chitarra classici delle strofe lasciano il posto ad un giro di blues, che ricorda quasi un pezzo dei Doors. In “On A Tuesday In Amsterdam Long Ago” (una delle più belle canzoni dell’intera discografia dei Counting Crows), la voce graffiante e sofferta di Duritz, accompagnata da un lentissimo piano, ci fa rivivere gli echi lontani di “Raining In Baltimore”. Insomma, l’album non raggiungerà la perfezione di “August And Everything After”, ma è comunque una prova matura (forse con qualche pezzo di troppo), sia dal punto di vista strumentale che concettuale: perfetta sintesi di istinto e riflessività, di sabato sera e domenica mattina appunto. L’ennesimo atto d’amore (e di odio) dedicato al variopinto mondo degli Stati Uniti, da Est a Ovest, tanto pazzo quanto razionale, voglioso di scoperta e nostalgico allo stesso tempo.

“Ora vivo nell’ombra, dove la luce è elettrica e il tempo è solo un numero che poggia su una parete. Nessuno mi conosce. I miei amici e la mia famiglia sono così lontani da questa città.”

La vena da cantastorie dei “corvi” viene confermata nel 2012 con il disco di cover (scelte dai loro fans) “Underwater Sunshine”. Non un semplice intramezzo artisticamente vuoto, ma un atto che rispecchia la precisa volontà del gruppo di raccontare piccole storie di allegria e di tristezza, attraverso rivisitazioni di canzoni di artisti poco conosciuti (fatta eccezione per Bob Dylan). I Counting Crows vogliono tornare ad essere liberi, lontani dal mercato mainstream nel quale forse, ad un certo punto della loro carriera, sono caduti. Il carismatico Duritz si fa quasi da parte e la band dimostra di non essere in secondo piano, suonando alternative rock, country, folk e roots rock per ben 17 brani e sottolineando che i Counting Crows hanno un’anima volutamente e amabilmente provinciale. Però sapete cosa? Nessuno di questi brani, per la prima volta in un LP della band, è veramente memorabile.

Adam e i suoi Crows sono anche dei grandi viaggiatori e l’America l’hanno battuta in lungo e in largo. L’aria del Greenwich Village (New York) è ormai diventata l’ispirazione per eccellenza e il 2014 è l’anno di un nuovo parto musicale: “Somewhere Under Wonderland”. Un ottimo album, carico di folk e rock, dove ciò che continua a sorprendere è l’interminabile vena narrativa del frontman, capace di servirsi di piccoli espedienti per narrare storie meravigliosamente intime. Le strade dei sobborghi, il sottobosco sporco e rumoroso delle grandi città, le lunghe autostrade, i luna park abbandonati e, soprattutto, le persone che li abitano e li hanno abitati. Nascono così pezzi come “Palisades Park” (molto evocativo il video musicale), “God Of Ocean Tides” e “Possibility Days”. Amarezza, rimpianto e intimità celata sono le tematiche maggiormente toccate. Anche qui la memoria nostalgica si culla tra le schitarrate e i giri di piano ed è come se fosse trascinata dal vento, lentamente ma sempre più lontano, fino quasi a scomparire o a mescolarsi con milioni di altre vicende. Come i corvi di Van Gogh, incalcolabili.

Allora questo devono essere i Counting Crows: una sorta di musica che arriva da lontano, come un eco, non chiarissimo ma presente. E ciò che rimane è solo un’impressione, nulla di inciso, come una scritta fatta col gesso. Una vibrazione che ti attraversa il corpo e che si fa avvertire fin dentro le ossa, diventando talmente profonda da toccarti nell’intimo, da stravolgere la tua estetica e la tua etica. E il tuo amore, e i tuoi sensi…

“… parliamo come se fossimo leoni, ma ci sacrifichiamo come fossimo agnelli.”

La musica dei Counting Crows è poesia fatta di sensazioni e colori, composta da note dipinte e intrappolate nelle storie che evoca. La scossa acustica vibra nell’aria, espandendosi fra i numerosi luoghi citati nella discografia del gruppo: Omaha, Baltimora, New York, Miami, Los Angeles, Amsterdam e molti altri: una dislocazione spazio-temporale, forse nata dalle innumerevoli esperienze di trasferimento di domicilio che Adam Duritz ebbe nel corso soprattutto dei suoi primi anni (Baltimora, Rhode Island, El Paso, Berkeley, Davis, San Francisco, Los Angeles, Amsterdam e, più recentemente, New York). Tutti questi luoghi hanno toccato le corde emotive dei Counting Crows, e viceversa. Un tocco profondo che si trasmette a chi li ascolta.

Da qualche parte in America, comincia a piovere. E la pioggia finisce per bagnarti davvero, e il vento ti accarezza il viso. E il respiro, il respiro dentro e fuori… dentro e fuori…

“Esco dalla porta principale come un fantasma nella nebbia, in cui nessuno si accorge del contrasto del bianco sul bianco.”

Counting Crows

Angelo Locatelli

Counting Crows

Counting Crows