Introduzione

Da bambino spesso mi pisciavo addosso. Soprattutto dopo aver guardato determinati film dell’orrore; ma allo stesso tempo, mosso da una curiosità morbosa, continuavo imperterrito a guardarli. Li spiavo tra le dita delle mani, mentre mi coprivo la faccia, oppure facendo velocemente zapping da un canale all’altro, sperando di stornare la scena orrorifica più deleteria. Una sorta di autolesionismo psicologico, come quando si ingollano due o tre bicchieri di vino a pranzo, dopo aver passato la notte a bere come degli ubriaconi irlandesi, rannicchiati sotto i ponti con la bottiglia di scotch imbustata in mano (che scena vi ricorda? Dai che la conoscete, che banalità!), i reni doloranti, lo stomaco che ribolle, le scorregge acide, ma fanculo, si va avanti, imperterriti… siamo panzer edonistici che macinano chilometri nella sterminata fanghiglia ucraina. Alcuni anni fa vidi per la prima volta…

I Film Che Lasciano Il Segno:

… “Henry Pioggia Di Sangue” (John McNaughton, 1986). Avevo dodici o tredici anni, nessun ragazzino dovrebbe mai vedere un film del genere, soprattutto mentre il suo cervello è ancora materia plastica in audace movimento. Soprattutto a quella età. Un cazzo di shock psicologico. Non riuscii a chiudere occhio, avrei dovuto iniettarmi la valeriana dritta nel cuore. La scena in cui quei due psicopatici del cazzo massacrano una famiglia, padre, madre e figlio e Otis (Tom Towles), spezza il collo alla donna e continua a leccarla; quell’altra in cui massacrano un ciccione venditore di elettrodomestici, pugnalandolo ripetutamente nel lardo e spaccandogli di seguito un televisore in testa. DRITTO NEL PICCOLO SCHERMO! Ciccione di merda. Quella musica banale e ansiogena, quei trilli di sintetizzatore come accento sulle decapitazioni, spari, stupri, squartamenti assortiti. Un maledetto teatro grandguignolesco, avvolto negli squallidi, putrescenti anni ’80. Che decennio puzzolente! Puoi sentire il fetore di quegli anni guardando film come questi. Marciume metropolitano, miasmi di viscere urbane a cielo aperto. Da quel film, ogni qual volta vedo Michael Rooker (Henry), ho un sentimento di malessere. Non riesco ad immaginarmi quell’attore che prende normalmente il caffè con una donna, o che esce a farsi una birra tranquilla con gli amici, o che addirittura possa portare a spasso un maledettissimo cane. Per non parlare di quell’invertito, malato mentale di Otis; povero Tom Towles, credo sia pure schioppato un paio di anni fa. Comunque, non tralasciamo il finale ultragore: quando Otis tenta di stuprare sua sorella e Henry accorre trafelato e lo pugnala in un occhio con la parte appuntita di un pettine e poi a mo’ di macellaio, mozza la testa e il resto delle membra dell’ex compagno di merende in un’orgia di sangue. BRUTALE! Ah, quasi dimenticavo di avvisarvi che questa ultima parte era uno SPOILER! Pazienza!

Ci sono alcuni luoghi capaci di aumentare l’assorbimento del terrore, dell’angoscia, come la mia casa di campagna. Luogo assolato, idilliaco, pastorale, nerbo di memorie evanescenti al caldo tepore di una stufa di ghisa, ma anche coacervo di incubi, Cristo Santo! Due facce della stessa medaglia. Da bambino, avrò avuto sì e no dieci anni, avevamo quel disastro di Pay TV in campagna, Stream, un carrozzone incapace di reggere la ben che minima concorrenza. C’erano due canali però che mi procuravano dei terrori assoluti, da cioccolata nei pantaloni: “Duel” e “Studio Universal” (che esiste ancora, nonostante i cambiamenti di palinsesto, oggi non passano un cazzo di film decente). Su “Duel” una sera, subito dopo cena, ricordo di aver tentato di guardare un film di produzione Medusa e Dania Film, Silvio Berlusconi insomma, dal titolo “L’Isola Degli Uomini Pesce” (1979), per la regia di un vecchio navigato del cinema di genere italiano, Sergio Martino (tra gli altri, “La Montagna Del Dio Cannibale”, 1978). “L’Isola Degli Uomini Pesce” è un horror avventuroso, mescolato a punte di fantascienza e nello specifico di fanta-medicina, con il solito mad doctor che trasforma più gente possibile, tramite incroci genetici, in uomini-pesce. Costumi e make-up posticcio, ma non per questo meno terrificante; quei mostri del cazzo erano quasi invincibili, e questo era l’elemento che più mi faceva stringere le chiappe. Quel pazzoide di dottore, utilizzava gli uomini-pesce per recuperare un tesoro immenso sulle rovine di Atlantide e bla bla bla. Una scena mi rimase indelebilmente impressa, ogni qual volta chiudevo gli occhi, o attraversavo una stanza buia, mi si palesava… stramaledetta suggestione: in uno dei momenti topici del film (una delle scene clou per intenderci) si scoprono le vere intenzioni del dottore, ci viene mostrato un laboratorio in cui un povero disgraziato viene trasformato lentamente in uomo-pesce. Il volto mostruosamente sfigurato, con due tubi infilati nel naso e un’enorme branchia che ha preso il posto del collo e della cassa toracica. Ma che cazzo! La visione di quel mostro disperato mi si cristallizzò in mente e quegli uomini-pesce di merda albergarono i miei incubi per anni. A parte questo, il film non è un granché, almeno rivedendolo dieci anni dopo. Fortunatamente per il mio delicato equilibrio mentale, da bambino, non passarono l’edizione americana, riveduta e zeppa di scene gore. Ci mancavano solo gli incubi ittici, perdio!

Rimanendo sul fil rouge delle “memorie pastorali e bucoliche”, possiamo citare almeno altri due film appartenenti a questo filone, che potremmo anche ribattezzare “Terrori di campagna e mutande sgommate” (forse più soddisfacente); il primo è senza dubbio “Non Si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti” (1974) e l’altro è un film di fantascienza, pretenzioso come pochi, dal titolo “Fase IV: Distruzione Terra” (1974); fantasioso no? Più che altro, la prima parte sembra un palloso documentario sulle formiche, ma andiamo con ordine. “Non Si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti” di Jorge Grau: titolo prolisso ma efficace, per una coproduzione italo spagnola della prima metà degli anni ’70. Fu uno dei primissimi film di zombie che ebbi il coraggio di vedere da bambino, quasi adolescente. I morti viventi sono sempre stati la mia bestia nera. Un film dai ritmi lenti, cadenzati, estenuanti; per farla breve, un aggeggio ad ultrasuoni viene sperimentato nella campagna inglese, e alza uno stramaledetto casino. Toh! Risveglia i morti, per cui il raccolto dei cavoli diventa l’ultimo dei problemi di quegli sfigati che vi prendono parte. ATTENTI AL PROGRESSO! Solita moraletta banale sui pericoli della modernità ecc. ecc. Ad ogni modo, arriviamo alla scena incriminata: era una domenica di una carovana di anni fa, autunno, cielo plumbeo ovviamente, ora di pranzo e, per accogliermi decentemente, “Duel” trasmette “Non Si Deve Profanare…”, incuriosito decido di guardarlo, anche se già prevedevo a cosa sarei andato incontro. Nella scena dell’ospedale – siamo praticamente alle battute finali del film – uno dei morti-viventi è qualcosa di macabro, malato e perverso: un tizio barbuto, uno spagnolo immagino, mezzo nudo, con una benda insanguinata legata in testa, arranca lentamente per i reparti, uccide addirittura un tipo con un’ascia. E’ un rachitico, peloso e smilzo, fu uno shock per me. Porca puttana rimasi pietrificato! Come se non bastasse continua a perpetuarsi sto mito dell’invincibilità e il maledetto rachitico sembra inarrestabile. Il film gioca sulla lentezza e sulla tensione drammatica e cazzo, riesce a trasmetterti il voluto. Ha uno stile ancora embrionale, naturalmente ispirato a “La Notte Dei Morti Viventi” (1968) di papà George A. Romero, anticipando però di quattro anni “Zombi” (1978) sempre di Romero e soprattutto “Zombi 2” (1979) di Lucio Fulci. Quelle atmosfere spaventose, quella brughiera maledetta, mi hanno ricordato anche “La Lunga Notte Dell’Orrore” (1966), pregevolissimo zombie movie della mitica Hammer, diretto da John Gilling. Ne so di cose porca troia, eh? Ad ogni modo, quello smilzo figlio di puttana di uno zombie sezionato, aveva lasciato il segno su di me. Probabilmente è da quel momento in poi che la paura dei morti viventi ha preso piede ed è dilagata. Rimanendo su “Duel” e sulla campagna, non mi resta che citare quell’altro, quel “Fase IV: Distruzione Terra” diretto da Saul Bass. Bass era un estroso pubblicitario, molto noto e richiesto. Fu il suo primo e unico film “Fase IV”, infatti fu un cazzo di flop, riscoperto come al solito, parecchi anni dopo. Poi tutti questi profeti del cinema si sono accorti che era un cult, “La Cosa” docet. Un film concentrato per la maggior parte del tempo in riprese di altissima qualità e profondità su una colonia enorme di formiche. Queste, dopo aver ricevuto dei raggi SPAZIALI (UUHHHH), provenienti da chissà dove, non lo ricordo, sembrano divenire senzienti e si organizzano in quattro fasi per fottere a morte gli umani. Più che una scena in particolare (che comunque descriverò), quello che mi turbò fu questa sorta di atmosfera ansiogena, angosciosa, un Cristo di nichilismo escatologico. Una visione senza speranza, palpabile fin da subito. Quella musica lacrimosa e patetica, tutto quell’indugiare sulle formiche e in un’ora e qualcosa ti trasformi in un cazzutissimo entomologo. Tutto nel film concorre verso questa tensione drammatica, fin dal primo minuto. La scena dell’agente giallo, spruzzato dai due scienziati per eliminare quelle minuscole puttane, è quella che più mi ha lasciato degli strascichi di malessere. Soprattutto perché viene sterminata una famiglia in fuga dallo stesso agente chimico. E tutto si tinge di giallo. Queste memorie di campagna hanno rotto il cazzo però ora, passiamo al resto, torno a casa.

“Zombi 2”. Ah, ragazzi, che cosa tremenda. Lucio Fulci, il più sporco e disgustoso dei nostri registi. Maestro del ripugnante, anche se a dirla tutta lo splatter e il gore nei suoi film erano solo uno strumento per esternare i suoi turbini onirici e la sua sfrenata fantasia. Comunque, avevo otto anni quando vidi per la prima volta il film. La scena della barca nel porto di New York, subito dopo l’incipit. Quei due poliziotti sfigati che fanno il peggior incontro della loro vita. Quel grassone zombie è stato un tormento per me. Non volli più mangiare quella sera. Non aggiungerò altro. Non mi dilungo in sterili dettagli, tutti su questo stronzo pianeta, dovrebbero aver visto IL film. DOVREBBERO! Oggi è uno dei miei preferiti, l’ho esorcizzato a dovere.

Un altro dei miei film preferiti, di quelli che lasciano il segno appunto, come recita l’orrendo titolo di questo articolo che m’è venuto in mente, è senza dubbio “La Cosa” (1982). “The Thing”, di quel mostro sacro di John Carpenter. La sequenza dei cani mi ha sconvolto l’esistenza, quell’essere partorito dalla fantasia malata e razzista di H.P. Lovecraft che tenta di assimilarli, i tipi in preda al terrore più cieco che tentano di scappare strappando i pezzi di fil di ferro della gabbia a morsi. Una tensione e una suspense insopportabili. Ma necessari, perché “La Cosa” è uno dei più grandi capolavori del cinema.

Sapete, io adoro Sam Raimi, come quasi ogni cosa che quest’uomo ha prodotto durante la sua carriera (quasi!). Ma c’è stato un tempo in cui provai per questo stronzo un odio mortale. Sul glorioso “Canal Jimmy”, piattaforma TELE+ e poi Sky (fino a quando quegli squali di RCS non l’hanno giustiziato, chiudendolo per concentrarsi su quella Nazionale delle mestruazioni chiamato “Lei”), in prima serata, venne trasmesso “EVIL DEAD” (che quei froci di distributori italiani hanno ribattezzato “La Casa”, 1981 – che poi la storia si svolge pure in un cottage di legno). In un’inquadratura di questa opera d’arte uno dei demoni viene fatto a pezzi e sputa fuori un fiotto di latte dalla bocca marcia, oltre ad una serie numerosa di altri liquami merdosi. Quell’inquadratura, beccata “fortunatamente” durante lo zapping salvifico tra un canale e l’altro, mi rese impossibile guardare il resto del film. Quel disgusto si protrasse per anni, fino a quando, verso i quindici non ho capito che razza di stronzo ero stato, e ho imparato a godere e idolatrare tutta la saga di “Evil Dead” e quel fico di Bruce Campbell.

Negli anni della mia infanzia e adolescenza, come si è potuto evincere, ho subìto numerosi traumi visivi che ancora non ho superato, da quelli testé citati, fino a quegli spilungoni alieni in calzamaglia del glorioso b-movie “Gli Invasori Spaziali” (1953) di William Cameron Menzies, passando per i terrori gotici e il fottuto barone sfigurato de “Gli Orrori Del Castello Di Norimberga” (1972) di Mario Bava, e ancora la scena dell’aereo-cavallo di Troia in “Incubo Sulla Città Contaminata” (1980) di Umberto Lenzi, da cui fuoriescono una mandria di zombie-mutanti e Dio solo sa cos’altro, assetati di sangue e carne umana.

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Ma ora, cari Signori, credo sia giusto e lecito chiudere, perché sto diventando più tedioso di una giornata in sinagoga. E chiudo alla grande! Il film che più di tutti ha tormentato la mia esistenza, fino a diventare un vero e proprio problema relazionale, è stato senza dubbio “Killer Klowns From Outer Space” (1988) diretto dai fratelli Charles Chiodo, Stephen Chiodo e Edward Chiodo (ovviamente meglio conosciuti come i Fratelli Chiodo). Voi direte: “CHE ESAGERATO DEL CAZZO!”, e invece esagerato un bel paio di palle! Non sono particolarmente malato di coulrofobia, ma quella tensione fumettistica, quei colori sgargianti, quei cazzo di clown invincibili (vedete quanto mi affligge sto tòpos dell’invincibilità dei mostri?!) mi hanno letteralmente pietrificato per anni. Un cazzo di disagio mentale. La scena in cui i clown bavosi uccidono un poliziotto asfissiandolo a torte in faccia! Cristo! Quella dove un clown nano mentre balla e – non si sa come – mozza di netto la testa ad un tizio gradasso e ancora, la scena delle ombre cinesi viventi… Dio. Vidi il film per la prima volta su? Su “Duel” ovviamente. Un sabato pomeriggio di non so più quanti anni fa, credo fosse durante la prima media. Le immagini continuarono a svolazzarmi in testa per anni. Quei mostri si erano insediati nei miei emisferi cerebrali e stavano giocando a ping pong con i miei neuroni, mentre s’ingozzavano di pop-corn. Forse i risvolti volutamente comici del film hanno peggiorato ancora di più le cose. Di sicuro non hanno stornato l’orrore della pellicola. Almeno per me.

Oggi tutte queste stronzate non mi fanno più effetto, e vorrei vedere! Oggi finalmente posso accasciarmi sul divano o sul mio tappeto e godermi questa merda splatter e angosciosa, senza riceverne danni permanenti. O, almeno credo… Buon Halloween ragazzi!

P.S. Se qualcuno di voi invertiti psicopatici volesse approfondire e magari prodursi in una profonda e poderosa sega su queste pellicole, vi lascio la lista ordinata qui sotto:

– “Henry Pioggia Di Sangue” (1986) di John McNaughton

– “L’Isola Degli Uomini Pesce” (1979) di Sergio Martino

– “Non Si Deve Profanare Il Sonno Dei Morti” (1974) di Jorge Grau

– “Fase IV: Distruzione Terra” (1974) di Saul Bass

– “Zombi 2” (1979) di Lucio Fulci

– “La Cosa” (1982) di John Carpenter

– “La Casa” (1981) di Sam Raimi

– “Gli Invasori Spaziali” (1953) di William Cameron Menzies

– “Gli Orrori Del Castello Di Norimberga” (1972) di Mario Bava

– “Incubo Sulla Città Contaminata” (1980) di Umberto Lenzi

– “Killer Klowns From Outer Space” (1988) di Chiodo Bros.

Dr. Gonzo

Zombi 2 (1979)

Zombi 2 (1979)