“Let’s do it, let’s do it, let’s do it a Dada!”

Einstürzende Neubauten

 

Seduto a un tavolino del Café du Dôme, all’angolo tra Boulevard du Montparnasse e Rue Delambre nel 14° Arrondissement, il giovane si gode un bicchiere di bianco e la lettura del quotidiano “Le Figaro”. E’ stato un inverno moderato quello del 1909, e quel giorno lì, è il 20 febbraio, l’aria è decisamente tiepida. Nel bistrot è addirittura surriscaldata. In prima pagina è stato pubblicato il Manifesto del Futurismo. Il Dôme è il ritrovo di tutti gli artisti di Parigi. Filippo Tommaso Marinetti, di passaggio nella capitale francese per cercare consensi e adesioni al movimento, è lì, con tutta la sua claque al seguito. Chiacchiera animatamente, appoggiato al bancone, con Francis Picabia e Erik Satie. Il giovane al tavolino, terminata la lettura del Manifesto, decide che ha una cosa da dirgli. Si alza, si avvicina a passi lenti a Marinetti che gli da le spalle e, dopo avergli posto una mano sulla spalla e con modo brusco richiamato la sua attenzione, gli dice agitandogli il giornale davanti al viso: “Cosa vuoi glorificare? La guerra e il disprezzo per le donne? Mi sa che ha ragione D’Annunzio, tu sei un coglione!”. Marinetti fa per alzarsi ma realizza immediatamente una cosa che gli era sfuggita. Davanti a lui c’è un gigante alto più di due metri, che pesa almeno 110 kg. E sono 110 kg di muscoli allenati, lo sente dalla presa sulla sua spalla. La rabbia di Marinetti si trasforma in sorpresa e poi timore. Ma c’è anche un guizzo di curiosità nel suo sguardo. Il giovane gli sorride, lascia la presa alla spalla e butta “Le Figaro” sul bancone, con disprezzo. Andandosene aggiunge: “Peccato. Gli altri punti erano pure condivisibili”. “Ma chi è quello?” chiede Marinetti. “Boh – gli risponde Picabia – è un inglese che fa il pugile e dice di essere poeta… mi hanno detto che non scrive nemmeno male… mi sembra che lo abbia portato qui la Bailly, mi sa che se lo scopa. Lui dice di essere nipote di Oscar Wilde”.

Fabian Avenarius Lloyd nasce a Losanna il 22 maggio del 1887 durante un lungo soggiorno dei suoi genitori che come molti inglesi amavano il clima del lago di Ginevra. A Londra regnava ancora Vittoria. Racconta Fabian che suo padre, Otho Holland Lloyd, fosse Lord Cancelliere della Regina. Ma era una balla con cui era solito farsi bello agli occhi delle francesi. Quello che invece è vero è che suo padre era il fratello di Costance Mary Lloyd, moglie di Oscar Wilde. Pochi mesi dopo la sua nascita il padre abbandona la famiglia per un’amica della moglie. La madre, ottenuto il divorzio torna a vivere a Losanna e si sposa con un medico svizzero. Per un po’ sembra andare tutto bene. Fabian impara il francese, che diventa praticamente la sua prima lingua, e il tedesco. Quando però nel 1895 lo zio Oscar Wilde viene processato e condannato al carcere per omosessualità, cominciano i problemi. Sua madre Hélène Clara St. Clair, era rimasta in ottimi rapporti con la cognata e la vergogna della famiglia Lloyd diventa anche la sua. Slegare il proprio nome da quello di Wilde e cancellare dalla propria vita la presenza ingombrante dello scrittore è uno sforzo quotidiano per la donna. A Fabian, che adorava lo zio, questa cosa pesa tantissimo e comincia a trovare, benché non ancora decenne, inaccettabile l’ipocrisia e il bigottismo della società vittoriana. Nascono i primi conflitti, che andranno crescendo di pari passo con la sua insofferenza per il perbenismo vittoriano e per il carattere duro e anaffettivo della madre che, tra l’altro, non fa nulla per nascondergli di preferirgli il fratello maggiore, forse incolpando lui della fuga del marito. Per evitare che l’influenza dello zio avesse troppa presa sulla giovane mente di Fabian, lo iscrivono alla scuola inglese di Losanna. Scuola che funzionava secondo le regole di una rigida accademia militare. E’ in questo ambiente che il ragazzino impara i rudimenti della Noble Art. La boxe è l’unica cosa insegnata in quella scuola cui si applica con rigore e passione. Di tutto il resto non gli importa niente. Men che meno della disciplina. Sarà espulso per avere steso a pugni un insegnante (reo forse, di aver insultato la memoria dello zio). Dopo l’ennesimo feroce litigio con la madre decide di scappare di casa. Vuole arrivare a Parigi, dove qualche anno prima era morto Wilde, e diventare un pugile o un poeta famoso. Da Losanna fugge a Marsiglia e si imbarca su un cargo. E’ il 1904 e non ha ancora 17 anni. Finirà in Australia. Negli anni successivi sarà in California, poi in Germania e in Italia. Questa però è leggenda. In realtà le cose andarono in modo leggermente diverso. Nel 1904, dopo l’espulsione dalla scuola, la madre asseconda la volontà di Fabian di viaggiare, sperando che allontanarlo dall’ambiente famigliare serva ad ammorbidirne il carattere. Fabian parte. Prima un lungo soggiorno negli Stati Uniti, in California. Nella mitobiografia che si costruisce da sé racconterà di avere campato facendo il raccoglitore di agrumi; in realtà era ospite di alcuni parenti ed era finanziato da casa. L’anno dopo gli sarà consentito un viaggio a Berlino. Tornato a Losanna sentirà ancora di più il peso dell’angusto moralismo materno. Ruba dei gioielli di famiglia e si imbarca su un cargo, destinazione Australia. Finiti i soldi ricavati dal furto si improvvisa boscaiolo per raccogliere quanto serve a pagarsi un biglietto per l’Europa. Si ferma in Italia dove vive qualche tempo a Milano con il fratello maggiore Otho. Otho Lloyd è un affermato (per quanto mediocre) pittore e Fabian si trova molto a suo agio in mezzo all’umanità che gira attorno al mondo dell’arte nella città meneghina. Conosce e si innamora di Renée Bouchet, giovanissima modella e amante di Victor Hayden. Insieme decidono di andarsene a Parigi. Non tornerà mai più a casa.

Finalmente sul finire del 1908 è a Parigi. Non è molto facile a questo punto separare il vero dal falso, la realtà dalla fantasia, la storia dalla leggenda. Ma più o meno i fatti sono questi. Fabian abita in Avenue de l’Observatoire con la sua ragazza Renée. Lei fa la ballerina di Can-can e la modella, lui ha deciso che diventerà famoso con i pugni o con le parole. Per sbarcare il lunario traffica in quadri (per lo più falsi); quando può scrive poesie. Si allena tutti i giorni in una palestra del 14° Arrondissement. In questi anni la boxe sta diventando uno sport popolare. Lui sa fare a botte benissimo. In qualche modo Fabian è entrato nelle grazie della pittrice Alice Bailly, che lo introduce nel giro degli artisti modernisti che frequentano il Café du Dôme. Tra il 1912 e il 1915 pubblica e scrive da solo (usando una sfilza di pseudonimi) “Maintenant”, una rivista di critica militante. Anche la distribuzione se la fa da solo: con un carretto da fruttivendolo gira tutti i ritrovi degli artisti e degli intellettuali parigini per piazzargli la sua creatura. (Piccolo inciso: nel 1971 Éric Losfeld raccoglierà in un unico bellissimo volume questi cinque numeri. Losfeld è l’editore cui dobbiamo cose fondamentali come “Barbarella” e “Emmanuelle”, ma questo lo racconteremo un’altra volta). Sono cinque numeri folgoranti che gli valgono addirittura una sfida a duello da parte di Guillaume Apollinaire. Per fortuna poi il duello non avrà luogo. Quando riesce organizza conferenze sull’arte moderna che se non finiscono in rissa, finiscono con lui che fa uno spogliarello vestito da ballerina di Can-can o con la minaccia di suicidarsi davanti a tutti. Il giovane semisconosciuto dei primi mesi parigini è ora un poeta e un artista temuto e rispettato, per le sue idee e, soprattutto, per i pugni con cui sa difenderle.

Si è pure cambiato il nome, per sembrare un vero francese. Adesso dice di chiamarsi Arthur Cravan. Arthur ovviamente in onore di Arthur Rimbaud e Cravan è il nome, senza esse, del paesino natale della sua compagna, in Charente.

Intanto prosegue la sua carriera nel mondo della boxe. Si definisce: “Il peso massimo con i capelli più corti del mondo”, e nel 1914 diventa, nella categoria dei Pesi Massimi, Campione Nazionale Dilettanti di Francia. L’aspetto divertente è che lo diventa senza disputare nemmeno un incontro. Tutti i suoi avversari danno forfait appena lo vedono agli allenamenti. A questo punto succede una cosa. Scoppia la Prima Guerra Mondiale. Caso vuole che quando iniziano le ostilità Cravan si trovi a Belgrado per trattare una partita di falsi d’autore. Torna in volata a Parigi e ci resta giusto il tempo di chiudere l’ultimo numero di “Maintenant”, dopo di che – siamo agli inizi del 1915, se ne va a Zurigo. Cravan era di nazionalità inglese, cosa che lo metteva, per il momento, al riparo da una possibile mobilitazione generale, ma lui non aveva intenzione di correre rischi e finire al fronte: scappò mille volte, attraversò una frontiera vestito da donna, cambiò cittadinanza e identità continuamente… così riparò più in fretta che poteva in un Paese neutrale.

A Zurigo bazzica il Metrei Bar (quello che diventerà il Cabaret Voltaire) frequentato dagli intellettuali e dagli artisti che dalle più disparate parti d’Europa giungevano in Svizzera per sfuggire alla guerra. Qui conosce Hugo Ball influenzando sicuramente, con le sue chiacchiere e le sue idee, la futura stesura del primo Manifesto del Dadaismo. Ball e Tristan Tzara vorrebbero che Cravan organizzasse per il Cabaret Voltaire qualcuna delle sue famose serate di Boxing Dance in cui a incontri di boxe tra artisti faceva seguire letture di poemi. Ma Arthur non può restare. Lo morde nuovamente il suo destino nomade, la sua anima borderline. Nel marzo del 1916 è a Barcellona da dove pensa di imbarcarsi per Buenos Aires. E qui arriviamo al punto che più ci sta a cuore e che, probabilmente, più interessa al lettore. Solo che è un momento che non dura niente. Poco più di un quarto d’ora.

Arthur Cravan ha bisogno di soldi. Quando scopre che Jack Johnson, il primo Campione americano nero dei Pesi Massimi, è in Europa (si tratta di una specie di esilio, ma di lui ne racconteremo in un’altra occasione) gli viene un’idea pazzesca, che se funziona ci fa un sacco di soldi. Organizzare un incontro tra lui e Johnson. Non deve neppure mentire per spacciarsi per il Campione Nazionale francese. La cosa risulta più facile del previsto. Anche Jack Johnson ha bisogno di soldi e l’incontro è fissato per il 23 aprile nella Plaza de Toros a Barcellona. La campagna stampa è fenomenale e l’afflusso di pubblico straordinario. I biglietti sono andati esauriti. La borsa per entrambi i pugili è decisamente sostanziosa. Saranno 20 le riprese. Venduto come l’“Incontro del Secolo”, passerà alla storia come la più grossa truffa della boxe. Per cinque riprese Cravan, che per la prima volta si trova di fronte un vero pugile e non qualche intellettuale velleitario, evita continuamente lo scontro, danza, boxa con l’aria come fosse a una serata dadaista e appena Johnson si avvicina lo abbraccia senza ritegno. Quindici minuti di balletto surreale che lascia il campione americano sbalordito. Il pubblico rumoreggia. All’inizio della sesta ripresa Cravan non calcola bene l’allungo di Johnson che lo raggiunge fulmineo con una sequenza di tre diretti destro-sinistro-destro allo stomaco. Cravan si piega senza respiro e un diretto destro di Johnson gli scardina il mento. Mentre sta scivolando in ginocchio un montante sinistro lo risolleva per sbatterlo definitivamente al tappeto. Cravan è disteso e invoca pietà. E’ finita. Il pubblico insorge convinto di avere assistito a una farsa. In tanti vogliono il rimborso del biglietto. Ma i due pugili sono insensibili alla questione. La borsa da dividersi è di oltre 50.000 pesetas e non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi. Cravan oltretutto per averla si è fatto scassare la mascella. I due se la filano e finiscono insieme ad ubriacarsi e ad andare a puttane.

Per lui il ring era, molto più delle assi del teatro o delle sale delle conferenze, il luogo perfetto dove poter annullare ogni confine tra disciplina e anarchia. Questo incontro, anche se il pubblico non ha capito di avere assistito a una grandiosa rappresentazione Dada, è stato il momento più alto, la scena madre, l’acme di quella rappresentazione totale che fu la sua vita. Infatti, quello che gli resta dopo sono solo due anni che scorrono via veloci come il vino nel bicchiere. Dopo un altro incontro di cui si è persa la memoria contro Frank Hoche, va a New York, nel Greenwich Village. Le notti folli di droga, alcol e sesso con Mina Loy, il suo più grande amore, Marcel Duchamp e tutti gli altri. Le dormite nei parchi. Le provocazioni artistiche e le risse. La fuga in Canada a pescare merluzzi e il ritorno per prendere Mina e andarsene, finalmente, in Argentina. La Guerra che Cravan odiava così tanto li ha però infine raggiunti. Nel 1917 gli Stati Uniti la dichiarano agli Imperi Centrali. In Messico, dove fanno tappa, gestisce una palestra di lotta libera per un po’ e poi prepara un ultimo incontro, per racimolare soldi, contro il campione Jim Smith. Cravan finisce KO alla seconda ripresa. Mina è incinta. Arthur investe i pochi soldi che ha guadagnato dallo scontro con Smith per pagarle un biglietto per Buenos Aires su una nave giapponese. La raggiungerà là con altri mezzi. Ma a Buenos Aires Mina aspetterà tre anni. Cravan non ci arriverà mai. Sparito per sempre.

Mina Loy

Mina Loy

Le leggende sulla sua fine sono tantissime, in fondo tutte vere (trucco per fregare i creditori, cambiare identità e diventare un maestro di tango argentino a Buenos Aires, scomparso nel tentativo di ricongiungersi con Mina e suo figlio andando dal Messico all’Argentina a nuoto ecc.). La più opportuna per chiudere questa storia è quella in cui si racconta del suo accoltellamento durante un incontro di boxe (con cui cercava di raccogliere i soldi per raggiungere la sua amata Mina) finito come suo solito in farsa dadaista e poi in rissa, in una qualche malfamata bettola di Salina Cruz.

 

Boris Battaglia

Jack Johnson Vs Arthur Cravan

Jack Johnson Vs Arthur Cravan

Arthur Cravan (22 Maggio 1887, Lausanne, Vaud, SWITZERLAND – 1918, MEXICO)

Altezza 2,05 cm
Peso 105 kg

Categoria: Pesi Massimi

Incontri disputati:
Totali 3
Vinti
Persi 2 (2 KO)
Pareggiati 1