“Amiamo il dramma. Amiamo il conflitto. Abbiamo bisogno di un demone, o ce ne creeremo uno. Non c’è nulla di male in tutto questo. È solo il modo in cui funzionano gli esseri umani.”

Chuck Palahniuk (1962)

In un mondo asettico, lontano dagli occhi e dalle orecchie dell’umanità tutta, si costruisce un progetto. Un progetto comune, basato sulla sofferenza e sul suo sfruttamento a fini commerciali. Questo è ciò che si propongono gli innumerevoli personaggi di “Cavie” (2005), che utilizzano l’autotortura per far ottenere pathos a ciò che diverranno i loro personaggi. Si sa, la vita è un atto retorico in cui sempre meno contano i significanti, così tanto vale costruire il proprio, in un luogo in cui l’oscurità e la finzione si fondono indistintamente, un vecchio teatro abbandonato.
Un ritiro per scrittori, in cui si compirà finalmente la stesura di quell’opera omnia che ognuno di loro pensa che possa contribuire alla svolta della propria vita reietta, indecente e fuggevole. La storia sarà la storia. Ecco tutto. Nel modo più sintetico possibile, si palesa la consapevolezza dei personaggi e la loro reazione, sempre più sanguinaria di pagina in pagina, è atta a drammatizzare il loro essere, perché, ne sono convinti, un giorno usciranno da quel vecchio teatro e chi li avrà salvati farà conoscere al mondo la loro storia di violenza, generando l’empatia dei telespettatori, con quelle povere bestie costrette alle cose più infime. La verità si nasconde, come sempre, negli anfratti bui. Qui, l’autotortura spadroneggia, e chi sarà disposto a compiere l’atto definitivo, sarà un eroe. Non vi è nessuna costrizione, nessun modo di arrecare danni agli scrittori, ma loro, loro capiscono che il proprio dolore sarà la loro moneta, e iniziano con l’amputarsi dita.

Per porre su basi concrete il concetto immaginario qui di sopra discusso, basti pensare ai telegiornali, strutture nate per la diffusione delle notizie, che sfruttano per interi mesi storie di cronaca nera, in cui la vita delle persone viene disumanizzata e messa in secondo piano in favore del sensazionalismo scenico e così, quelle persone perdono la dignità, il proprio dolore e l’essere umani, agli occhi degli spettatori. Conta solo l’immagine di ciò che è successo, quelle persone non esistono davvero, sono su uno schermo, a loro modo sono Cavie. O meglio sarebbe dire, le Cavie di Chuck Palahniuk si erigono a indifesi, a vittime di mostruose atrocità, atrocità che compiono senza nessun ostracismo, di propria volontà su sé stessi. Sono le Cavie della loro individualità materialista, tanto da superare la barriera del dolore corporeo e della deformazione, scambiandolo per denaro e popolarità; le Cavie di cui parlo, sono vittime indifese, oltre che dell’orrore e della follia umana, dell’intera società.

Nelle prime duecento pagine circa, vi è il ritmo della narrazione sospeso, farraginoso nella lettura di flashback sulle vite dei personaggi, sulle vite di ogni personaggio (e ce ne sono ben 19!), presentati sotto forma di racconti autobiografici. Tranne due o tre di questi, a mio avviso geniali, niente spicca dal solito universo palahniukiano: uso eccessivo di volgarità, sbudellamenti, strizzatine d’occhio ad una sessualità deviata che degenera a volte nella fantasia pura o almeno così sembra, tanto sono lontane queste pratiche dal margine sottile della quotidianità, e, dulcis in fundo, critica alla società e alla sua ingenua e stolta vanità, di cui i protagonisti sfruttano gli anelli deboli – vedesi la fabbrica di saponette fatte con il grasso delle liposuzioni in “Fight Club” (1996), vendute a 20$, cioè ad un target che può permettersi la liposuzione e il racconto di Vuotabudella –. Ovviamente, se non piacessero nessuna di queste tematiche, non avrebbe senso leggere Palahniuk, e infatti critico la scarsa progressione di questi canoni, in termini ideologici, e la perdita di una qualità che ritenevo essenziale nei suoi romanzi: l’essere d’un asciutto che scivola sulle dita, pagina dopo pagina, senza fermare mai la narrazione. Nella prima metà del libro, quindi, nulla colpisce se non la faticosa polifonia, ed è davvero difficile continuare la lettura, fino ad un punto in cui i racconti autobiografici si intrecciano con la narrazione, un punto che contiene una contaminazione di magia, che fa sobbalzare coloro che ancora credono nell’inventiva immaginifica come punto focale della letteratura.
Qui, la Signora Clark, introduce un racconto in cui si parla di un marchingegno che è “una sorta di timer ad intervalli casuali”, che ticchetta per un tempo indefinito, ma quando cessa, appare qualcosa, che se scorto, cambia la vita. Pare che quella visione renda le persone menomate mentalmente, incapaci di adattarsi socialmente alle più blande e risibili convenzioni sociali. E qui c’è il bisogno di aprire una piccola parentesi, imponendosi nel tempo zero della narrazione, per una personale ed intima riflessione dell’autore di questo articolo, che si poggia, diciamo, tra l’occhio che scruta e la macchina degli incubi.
La realtà è molto spesso irraggiungibile, e d’innanzi ad essa, ne restiamo abbacinati. Immaginare che il mondo sia popolato da uomini che camminano nello spazio, ma hanno degli occhiali con le lenti specchiate verso l’interno. Inciampano, cadono, si lamentano, ma è tutto effimero. Essi, annaspanti, si proiettano verso la verità senza mai poterla raggiungere. Credono però di essere liberi e la loro libertà consiste nel non guardare mai l’uomo, al di la di sé stessi. Ad un tratto, ad uno di loro, cadono questi occhiali e si frantumano. Un torrente lattiginoso si riversa nelle pupille. La luce è troppo intensa, è tutto bianco, ed è ancora prematuro comprendere che ciò che si è rivelata, finalmente, è la verità. Nessuno ti comprenderà, folle profeta, nessuno potrà mai lasciar cadere quegli occhiali, seppur tu combatta ogni giorno per rivelare quella luce, nessuno comprenderà di portare lenti spesse. Potrà accadere un giorno, che a qualcun altro cadano, ma sarà un processo spontaneo, lentissimo, e non è detto che accadrà mai.

La scatola degli incubi, non contiene la follia, ma la verità; la scatola degli incubi è una lente sul noumeno. E chi vi scorge la luce dentro, non ha più motivo di vivere, può solo soffrire, comprendendo che a nessuno o quasi, “siano caduti quegli occhiali”.

Dedicato a chi ha scorto la luce, anche solo per un momento.

Giacomo Grignetti

Cavie - Chuck Palahniuk

Cavie – Chuck Palahniuk