Nelle Terre Alte c’è la luce, ma non c’è il sole. Almeno non come lo intendo io; così sembra, o così accade se si è abituati ad alzare lo sguardo verso il cielo e vedervi come sospesa da immense mani invisibili una gigantesca palla di fuoco, un globo di un giallo così chiaro da sembrare bianco, così tanto luminoso che non puoi stare lì a fissarlo a lungo, ma presto devi cedere e umiliarti. Nelle Terre Alte no, non c’è questo potente fascio di luce che ti acceca. Là c’è un lucore più morbido, rilassante, come se ci avessero spalmato cisterne di latte. E la vista si rilassa, le superfici appaiono ammantate dal colore leggero dell’inverno, sia che si parli delle acque del mare sia che l’occhio vada a scorrere sulle verdi distese d’erba che si estinguono solo sul rude ammasso roccioso degli scogli a picco sull’oceano.
Passa il tempo, ma l’immagine che ho appena descritto resta sempre qui, nella capoccia, come i souvenir di un viaggio indimenticabile; tanto che l’ho incollata sulla mia copia de “Il Cerchio Celtico” (“Den Keltiska Ringen”, 1992), il primo libro che ho letto di Björn Larsson (1953, Jönköping). Ed è stato subito amore. Il thriller marinaro che vede coinvolti Ulf e Torben i quali, a bordo della barca a vela che porta il nome di Rustica, intraprendono un’avventura sulle gelide e tormentate acque del Nord – tra Svezia e Scozia – per seguire le tracce di MacDuff e Mary e di una fantomatica organizzazione segreta chiamata appunto “Cerchio Celtico”. Il “Cerchio” mira a realizzare un assurdo sogno di liberazione e indipendenza del popolo celtico – coinvolgendo irlandesi, scozzesi, baschi e bretoni. Tra colpi di scena, fughe, mari in tempesta, il romanzo raggiunge un perfetto equilibrio tra il thriller e il racconto d’avventura; i fatti si svolgono su un palcoscenico tra i più affascinanti, un teatro ribollente di schiuma di marosi, di venti e cieli minacciosi, di ansia e desiderio di scoperta. E, anche se l’ideale politico che sta dietro la trama può appassionarci ben poco, sono proprio la sfida e i pericoli del viaggio in alto mare a catturare la nostra attenzione. Io, per inciso, non ho smesso di sognare – e per certi versi, di temere – di esserci davvero, sul Rustica, insieme a Ulf e Torben. Come disse una volta proprio Larsson – docente di letteratura francese all’Università di Lund, in Svezia, nonché scrittore e appassionato velista – è proprio il Rustica – nient’affatto un nome inventato, dato che si tratta del suo reale Rustler 31, una barca a vela costruita negli anni Settanta – il vero protagonista del romanzo, su di esso vertono le questioni, i punti luce, le inquadrature più frequenti. Insieme, ovviamente, alle accurate e mai tediose descrizioni di chi, come l’autore, conosce davvero quei mari, quelle terre, palmo a palmo.
Come, del resto, in un successivo diario-romanzo di bordo, lo stesso Larsson ha ricordato: “La saggezza del mare – Da Capo dell’Ira alla Fine del Mondo” (Från Vredens Kap Till Jordens Ände, 2001).
Larsson è uomo di mare – come lo definireste un tipo che vive per lungo tempo a bordo di una barca ancorata a un molo, salvo i periodi in cui si sposta al largo? Un colto e curioso uomo di mare, e lo è ancor di più quando scrive, quando sforna storie di una freschezza che rimanda ai livelli conradiani e melvilliani, senza raggiungerne le cime ma riproducendone per intero il pathos e la sottigliezza psicologica, in forma semmai più accessibile al lettore moderno. Allo stesso tempo, Björn Larsson è stato capace di scrivere di pirati, di taverne fumose, di tesori, arrembaggi e vascelli, ubriaconi e impiccagioni, di tratte degli schiavi.
Immaginate che vi chiedano di inventare una storia il cui protagonista sia un personaggio di un romanzo, qualcuno che vi ha colpito particolarmente quando eravate ragazzi – a patto che non lo siate ancora, per biologia o spirito. Credo che molti di voi sceglierebbero un personaggio positivo, colui che è senza macchia e senza paura, magari mostrando un certo fascino e una prestanza fisica non comune; al massimo, se non possiede certi requisiti, credo che molti verterebbero sul personaggio simpatico, spiritoso e chiacchierone. Be’, sappiate che un tale gioco ha coinvolto, tempo fa, proprio Larsson; e su chi è caduta la sua scelta? Sul meno probabile, ipotizzabile dei personaggi: Long John Silver, anche detto Barbecue, il pirata cuoco dell’“Isola del Tesoro” (1883) di R.L. Stevenson – uno dei miei preferiti tra i romanzi d’avventura, tanto da averlo letto decine di volte. Un individuo crudele, a volte viscido, altre astuto come una faina, un demone inaffidabile per la sua lingua biforcuta e temibile per l’abilità con cui entra ed esce dalle situazioni più sgradevoli, a discapito di una gamba di legno che dovrebbe invece renderlo piuttosto vulnerabile. Però, a ben vedere, il suo essere stravagante, unico e differente dagli altri pirati che affollano la letteratura – non è fascinoso, elegante, atletico, ma è proprio ciò che stuzzica l’immaginario, facendone forse l’unico personaggio immortale del romanzo di Stevenson. Appunto, perché Stevenson fa sparire Silver nel nulla, con una parte del bottino. E poi? Larsson ha risposto a modo suo, materializzando il pirata ne “La vera storia del pirata Long John Silver” (“Long John Silver – Den Äventyrliga Och Sannfärdiga Berättelsen Om Mitt Liv Och Leverne Som Lyckoriddare Och Mänsklighetens Fiende”, 1995) in modo più adulto di quanto non avesse fatto Stevenson; il vecchio Barbecue, vivo e ricco nel 1742 in Madagascar, scrive le sue memorie. E dai suoi scritti emerge come doveva essere il mondo all’epoca della pirateria, delle tratte degli schiavi, del contrabbando, e parla delle condizioni dei marinai e dei soprusi che accadevano sulle navi. Credere alle sue parole, anche nel bel mezzo di una sospesa incredulità, sarebbe difficile. Non sappiamo forse quanto, egli, è già stato inaffidabile nella precedente apparizione nei campi della nostra fantasia? E allora, lo scrittore svedese attua un geniale escamotage: la verità, perché non metterla in bocca a un personaggio davvero esistito, uno scrittore stranoto anche ai nostri tempi? E quindi, ecco Silver che, in un pub di Londra, dialoga con Daniel Defoe – autore, tra gli altri, di “Robinson Crusoe” e “Moll Flanders” – fornendogli notizie per la sua storia sulla pirateria. Ma si va oltre. Long John si congratula con Jim Hawkins per aver narrato la storia della ricerca del tesoro di Flint, in una sorta di assurdo – ma mica tanto, poi – gioco del mescolare i destini, le voci, le storie. Nessuno sa più cosa sia reale e cosa fittizio; pur sapendo, allo stesso tempo, che è tutta finzione. “… ‹‹Sapete una cosa, Long,›› proseguiste, ‹‹per vent’anni questa mano destra non mi è appartenuta […] La mia vita, signor Long, non è stata altro che una lunga commedia degli inganni […] Ad ogni modo, è così. Quando scrivo di Moll Flanders, sono vivo come non mai.›› ‹‹Allora vuol dire che la vostra nuova vita dev’essere dannatamente faticosa››, dissi, ‹‹a giudicare dal vostro aspetto. Chi è questa Moll Flanders?›› ‹‹Una puttana››, rispondeste, in tono di scusa. A questo punto, fu il mio turno di scoppiare a ridere. ‹‹Allora capisco perché avete quella faccia da funerale. Non potevate scegliere un mestiere e una posizione più facile – non che abbia pregiudizi contro quella orizzontale, beninteso – quando ancora avevate libertà di scelta? Che so, un ricco gentiluomo di campagna, un esempio di quel felice matrimonio cristiano di cui avete tanto scritto?›› Ma no, evidentemente non potevate. Volevate scrivere soltanto di reietti e peccatori, e dovevate pagarne le conseguenze. Una cosa è certa, ad ogni modo: non invidiavo la vita che conducevate. Vi domandai se ne eravate soddisfatto. ‹‹A dire il vero››, rispondeste allargando le braccia, ‹‹non ho il tempo di pensarci››…”
Larsson riesce a umanizzare al massimo quello che, altrove, sarebbe solo un personaggio di carta: “… Da consegnare personalmente a Jim Hawkins… Jim, ti affido queste pagine. Sono, per così dire, il mio diario di bordo. Nei miei ultimi giorni mi sono divertito a ricordare, come fanno i vecchi, e a scrivere cos’è stato essere John Silver. Se ho un ultimo desiderio prima di morire, Jim, è che tu legga queste pagine. So di non essere stato un chierichetto, ai tuoi occhi, ma dopo tutto sono stato una specie di essere umano, e un buon compagno di bordo. Ti ho salvato la vita, lo ricorderai bene. Non ti chiedo, in cambio, di salvare la mia com’è raccontata in queste pagine. Ma ti chiedo di non porre fine alla sola esistenza che John Silver abbia mai avuto. Mettilo al sicuro. Un giorno, forse, qualcuno avrà bisogno di sapere che è davvero esistito e che, dopo tutto, era una specie di essere umano. In tal caso, non sarà vissuto invano, come tanti altri, che non sono serviti a nulla. Questo è il mio ultimo desiderio. John Silver…”
Ma sarà poi finita sul serio? Se così fosse, non vi consiglierei di leggere “L’ultima avventura del pirata Long John Silver” (2013).
I romanzi di Björn Larsson, per lo più, non possono che esser bagnati dall’acqua di mare. Come nel “Porto dei sogni incrociati” (“Drömmar Vid Havet”, 1997), certo dove però non c’è più l’avventura classica negli sconfinati oceani esotici in cui compiva le proprie gesta il suo Long John Silver, oppure la schiuma delle acque ribollenti che accompagnavano i protagonisti de “Il Cerchio Celtico”. Qui c’è, al contrario, l’insicura e ambigua staticità del porto, luogo di approdo e di salvezza per definizione, ma anche punto di partenza e di addio, dove tutto è reale ma svanisce al primo veleggiare, quando le nubi all’orizzonte inghiottiscono le ultime avvisaglie di un veliero. Il vero protagonista, il Capitano di lungo corso Marcel, si definisce un venditore ambulante di sogni, un uomo che il lettore scopre a poco a poco, certo non prima che gli vengano svelati i sogni degli altri personaggi, i quattro che egli incontra nel corso del suo andirivieni: “… Rosa Moreno, che vegeta in un caffè sulle coste della Galizia, madame Le Grand, che raccoglie in un archivio le vite dei marinai che sbarcano nel suo piccolo porto bretone, Peter Sympson, gioielliere irlandese che usa le pietre preziose come parametro della realtà, e Jacob Nielsen, ex ingegnere informatico in Danimarca, che cerca di lasciare una traccia di sè su tutti i computer del mondo. Quattro esistenze ancorate alla solitudine, che hanno in comune l’insofferenza per la propria condizione e l’intensità dei loro sogni, e a cui l’incontro con Marcel dà la spinta per alzare le vele e prendere i venti del destino…” (dalla quarta di copertina dell’edizione Iperborea). Quattro sono i porti, quattro sono anche i marinai dell’equipaggio, i quali si contrappongono ai quattro sognatori per desideri e ambizioni più comuni, semplici e, se vogliamo, anche futili. La contrapposizione e il gioco ironico tra queste esistenze è una delle cose migliori del romanzo. Un testo costruito come una fiaba, in cui il sogno è spesso ambizione repressa, come quando ti svegli e ti accorgi che le cose non sono e forse non potranno mai essere così come vuoi tu, come ambiresti, e che il risultato potrebbe essere unicamente “… una piccola e accessibile felicità borghese…” (dalla postfazione di Paolo Lodigiani, edizione Iperborea).
Niente da nascondere, per Larsson, neppure un’affinità con Italo Calvino (“Se una notte d’inverno un viaggiatore”) o una strana assonanza con il Baricco di “Oceano mare”.
“… Nel frattempo, la barca a vela era diventata sempre più piccola all’orizzonte. Ben presto non si distingueva altro che la vela che saliva e scendeva sulla possente onda lunga lasciata dalla tempesta del giorno prima. Di tanto in tanto, quando il cavo era particolarmente profondo, la barca e il suo capitano sparivano del tutto. Poco dopo Marcel e la sua barca a vela erano irrimediabilmente scomparsi alla vista. Da quel momento Marcel non sarebbe stato altro che un ricordo, un miraggio, un fiabesco sogno che sarebbe sopravvissuto per qualche tempo nella fantasia dell’equipaggio e dei passeggeri, per poi sbiadire a poco a poco e perdersi nello scintillio del mare, nei riflessi taglienti delle pietre preziose, nel luccichio delle stelle, negli effimeri racconti dei marinai e nello sfarfallio degli schermi di computer. E neppure la storia di Marcel, raccontata e riraccontata, compreso nei promemoria delle schede di Mama, o da qualsiasi altra parte, potrebbe garantirgli una vita dopo questa che sia sicuramente degna di essere vissuta. Neppure quello…”
Be’, ora potreste supporre che Larsson si esaurisca qui. Nient’affatto, perché almeno al mare ci si dedica in altri lavori, forse non raggiungendo le vette del passato ma difendendosi in modo egregio. Ne viene fuori, per esempio, una storia come quella narrata ne “Il segreto di Inga” (“Den Sanna Berättelsen Om Inga Andersson”, 2002), che parla di una criminologa il cui passato nasconde un segreto, e che nel corso delle sue ricerche viene impigliata nella rete della più potente organizzazione di spionaggio al mondo, la NSA, scoprendo gli altarini di sette dalla facciata pulita ma dagli ingranaggi loschi come Scientology. Interessante, nel romanzo, la presenza dell’autore sotto un diverso nome, in un pungente gioco di equilibri tra realtà e finzione. Egli – l’autore – acquisisce ben presto il ruolo di coprotagonista della vicenda, pur restando sovente fuori dall’azione.
Infine, tra gli altri suoi lavori citerei “L’occhio del male” (“Det Onda Ögat”, 1999), un romanzo in cui Larsson abbandona il mare e le tempeste, ma senza arenarsi come farebbe una balena priva del senso dell’orientamento. La vicenda è ambientata a Parigi, una città che il nostro conosce bene, e parla del progetto di una delle più devastanti azioni terroristiche di tutti i tempi, tesa a distruggere un imponente scavo sotterraneo per l’ampliamento del metrò. L’azione, inoltre, minaccerebbe un intero quartiere della capitale francese. Sullo sfondo, il problema dell’intolleranza, dell’integrazione e della diversità. Sicuramente, nonostante la vivace trama, non si tratta del solito giallo a sfondo politico.
Per certi versi, Björn Larsson potrebbe essere benissimo accomunato ad altri autori che lasciano affascinati il lettore, salvo poi tradirlo di tanto in tanto con prove incolori. Il buon Björn, però, sembra come quei cavalli di razza che, quando decidono di fare sul serio, ci mettono testa e cuore e sudore, e anche una gran capacità di raccontare.
Raccontare a tutti, è chiaro, non solo a pochi eletti. Ed è anche grazie a scrittori come lui che, ai nostri tempi, ci si può ancora innamorare dell’Azione e dell’Avventura.

Best regards, 

Enzo D’Andrea

Björn Larsson, Tra Pirati Immaginari E Sogni Incrociati

Björn Larsson