Tre Volte Dentro Joker (Take 1)

“Tre volte dentro Joker” analizza tre modi diversi di raccontare lo stesso personaggio, tre viaggi attraverso l’imprevedibile follia di un ‘villain’ talmente popolare da posizionarsi primo nella lista dei cinquanta più grandi cattivi della storia del cinema e, per anni, sempre ai primi posti tra i personaggi dei fumetti più amati di tutti i tempi.

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(Take 1) “Batman: The Killing Joke” (1988)
Sceneggiatura: Alan Moore Disegni: Brian Bolland
Edizioni italiane: Play Press (fuori catalogo); Classici del fumetto di Repubblica;
Planeta DeAgostini (Absolute)

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Nell’enorme universo dei comics, non esiste, con tutta probabilità, un “villain” che possa eguagliare Joker per personalità e popolarità. Intelligente, bizzarro, affascinante, divertente, cinico, spietato, carismatico e imprevedibile, incarna infatti alla perfezione le caratteristiche che possiede la Vita stessa.

Quando nel 1988 Alan Moore si mise al lavoro per “Batman: The Killing Joke”, doveva aver ben chiaro questo punto. Il suo progetto, da un lato, si incastonava nel filone sperimentato con successo (1986) da “Il ritorno del Cavaliere Oscuro” (“The Dark Knight Returns”, nel quale il leggendario Frank Miller aveva reinventato Batman donandogli l’appeal necessario per interessare un pubblico adulto), dall’altro lato, coglieva una sfumatura intelligente: il protagonista scelto, pur essendo molto popolare, conservava numerosi aspetti ancora ignoti. In oltre quaranta anni di vita letteraria, infatti, “vergine” risulta essere il tema della genesi del personaggio Joker. Sconosciuto persino il suo nome.

Ma andiamo con ordine. Facciamo un salto indietro nel tempo. Correva l’anno 1940 quando la “National Comics”, spinta dal successo clamoroso ottenuto dalle avventure di Batman (pubblicate all’interno degli albi a fumetti “Detective Comics”), decide di lanciare una nuova testata interamente dedicata al vigilante mascherato ideato da Bob Kane e Bill Finger. Ed è proprio qui, all’interno del primo numero della nuova collana “Batman”, che con due storie (“The Joker” e “The Revenge of the Joker”) fa il suo esordio come nemesi dell’Uomo Pipistrello “The most recognizable and popular comic book villain in pop culture history” – Il cattivo più popolare e riconoscibile nella storia della cultura pop –.

Nelle prime apparizioni il Joker ci viene presentato come un goffo sociopatico che uccide per divertimento, a partire dal 1955/1960 è, invece, un killer professionista, spietato e violento. La fotografia che possiamo dare dei suoi primi venti anni di vita è quella di un personaggio in continua evoluzione che conserva stabile l’affetto del pubblico. Nel corso degli anni Settanta, però, la situazione si inverte e, la crisi generazionale del fumetto americano (fine della DC “Silver Age”), porta autori ed editori a investire energie produttive su nuovi personaggi lasciando ai margini, tra gli altri, anche il folle assassino in viola (tra le poche eccezioni vale la pena ricordare le storie sul nostro scritte dal duo  Steve Englehart e Marshall Rogers sul finire del 1977 e inizio 1978, e pubblicate sui numeri 469/476 della testata “Detective Comics” che influenzeranno, soprattutto nelle atmosfere, il cinematografico “Batman” di Tim Burton).

Il vero rilancio, però, dell’eccentrico e spietato clown arriva solo qualche anno dopo. Il demiurgo artefice è ancora una volta l’americano Frank Miller all’interno del già citato e famosissimo “The Dark Knight Returns”. L’intuizione dell’autore della saga di “Sin City” è che il nuovo corso dell’eroe creato da Kane e Finger deve necessariamente passare dal confronto con la sua nemesi storica, il Joker. Il trait d’union tra le due facce di Gotham sta, infatti, nell’incredibile legame empatico che le lega. Il “villain” ha bisogno dell’eroe per esistere. Non c’è la città oscura senza Joker.

E’ proprio dall’esplorazione di questa intima connessione che Alan Moore parte per raccontare (e qui torniamo a noi) – in quarantotto pagine superbamente disegnate da Brian Bolland e colorate nella prima edizione da John Higgins (esiste anche una seconda versione ricolorata da Bolland stesso) – il suo punto di vista. Il bardo di Northampton scrive una storia unica, un racconto di un evento possibile tra un milione di altri (alternativo rispetto alla continuity DC), che superando ogni più rosea previsione (lo stesso Moore la considera come una delle sue storie meno riuscite!) entusiasma la critica e diventa un fenomeno di culto (grazie soprattutto al finale spettacolare e ambiguo).

Il racconto si dipana seguendo una trama volutamente semplice. Batman raggiunge l’Arkham Asylum con l’idea di avere una conversazione risolutiva con il Joker. Lo ossessiona l’idea che il loro eterno conflitto possa degenerare in una tragica conseguenza: “Sono qui per parlare. Ho pensato molto, ultimamente, a te e a me. A quello che ci accadrà, alla fine. Finiremo con l’ucciderci, vero? Forse tu ucciderai me. O forse io ucciderò te. Forse prima. O forse poi. Volevo solo essere certo di aver cercato sinceramente di parlarne e di evitarlo. Almeno una volta. Mi stai ascoltando? Sto parlando di vita e di morte. La mia morte, forse… o forse la tua. Non mi è del tutto chiaro perché il nostro debba essere un rapporto così funesto, ma non voglio che la tua morte mi sporchi le… mani…”.

E’ un Batman risoluto quello che pronuncia queste parole, faccia a faccia con il Joker tra le mura del manicomio criminale. C’è una coscienza rassegnata, un’ammissione di paura che va al di là dei cliché riguardanti i supereroi. In questa vicenda, infatti, l’alter-ego di Bruce Wayne ci viene mostrato nella sua dimensione più umana: la fallibilità. Scopre, però, che il suo interlocutore non è il Joker ma un impostore travestito, il suo arcinemico, invece, fuggito nuovamente dal manicomio criminale, ha in mente di attuare un piano che colpisca intimamente la sua nemesi. A tal scopo, infatti, irrompe nella quiete domestica della casa del Commissario Gordon (probabilmente il miglior amico dell’eroe mascherato), ferisce gravemente ed a sangue freddo la figlia Barbara (che a insaputa del padre veste i panni di Batgirl) violentandola, fotografandola e rendendola paraplegica. Rapisce e tortura, poi, il Commissario stesso, nei modi più terribili (mostrandogli tra le altre cose le foto della violenza perpetrata ai danni della figlia) al fine di renderlo pazzo. Questa crudeltà gratuita non ha un perché definito, serve soltanto per dimostrare che Joker non è diverso dagli altri, e che chiunque, a causa di “una giornata storta”, sarebbe potuto diventare proprio come lui. Persino Batman.

Moore ci svela, quindi, attraverso flashback che si mischiano con la narrazione del presente, i ricordi distorti del Joker, della sua vita prima di diventare il folle criminale che tutti conosciamo. Un uomo profondamente diverso dallo spietato clown che sarà nel futuro, il testimone di una disperazione che, un’imprevedibile sequenza di casualità, condurrà a diventare un mago del crimine. L’oggetto, suo malgrado, degli scherzi di un destino beffardo e crudele al quale decide di sostituirsi per ricreare le condizioni terribili atte a dimostrare la sua tesi: “Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto dista il mondo da me. Una giornata storta”.

Così, in un luna park abbandonato trasformato in teatro degli orrori, dopo aver torturato il Commissario Gordon, Joker attende l’arrivo del suo arcinemico. L’oggetto della narrazione a questo punto velocemente si sposta dalla pazzia del criminale alla (presunta) follia del paladino di Gotham: “Anche tu hai avuto una giornata storta, dico bene? Ne sono certo. Lo capisco. Hai avuto una giornata storta e tutto è cambiato. Altrimenti perché ti vestiresti come un topo volante?! Una giornata storta che ti ha reso un pazzo quanto tutti gli altri… solo che tu non lo ammetti! Continui a fingere che la vita abbia senso, che ci sia una ragione per tutto questo lottare!”. Il cinico discorso del Joker come una lama sottile si insinua nei ricordi dei lettori i quali non possono aver dimenticato l’evento drammatico da cui trae origine il Cavaliere Oscuro: il duplice colpo di pistola che assieme alle vite di Thomas e Martha Wayne porta via con sé l’infanzia felice del proprio giovanissimo figlio. Eppure, la “giornata storta” vissuta da entrambi ha un risultato solo in apparenza diverso, i due uomini, infatti, in seguito a quella circostanza eccezionale, si sono trasformati in un criminale psicopatico e in un eroe psicopatico. La scelta del percorso da seguire è sicuramente influenzata dai background personali differenti (l’amore – prima dei genitori poi di Alfred – e l’agio nella vita di Bruce, la miseria e la solitudine in quella di Jack Napier), ma conduce entrambi alla pazzia.

Il Joker, quindi, nell’opera di Alan Moore, ci viene restituito come latore di un’inquietudine molto più profonda di quella “fanciullesca” della sua nemesi: un disagio così adulto cui solo la follia può offrire una via d’uscita. “Posto di fronte alla realtà ineludibile della follia, della casualità e della futilità dell’esistenza umana, uno su otto di essi cede, riducendosi a un bruto vaneggiante! Come biasimarlo? In un mondo psicotico come questo… ogni altra reazione sarebbe una follia!”.

Ed eccoci arrivati allo straordinario e ambiguo epilogo. La tesi diabolica del clown, pur facendoci riflettere, si rivela sbagliata: il Commissario Gordon, infatti, non impazzisce ma invita l’eroe a punire il Joker secondo la legge. La seguente e spettacolare caccia porta Batman ad aver ragione dell’antagonista. L’eroe e la sua nemesi, così, si ritrovano soli ad aspettare l’arrivo della polizia. Due uomini mai così intimamente vicini attendono che uno ponga fine alle sofferenze dell’altro. E’ qui, in questo dialogo finale, che si riassume la grandezza di “Batman: The Killing Joke”. Il paladino di Gotham City tende la mano all’avversario, l’eroe vuole salvare la propria nemesi, evitare che questo conflitto debba necessariamente tradursi in morte. Joker di fronte a quest’ultima disperata ma sentita offerta tentenna, ci mostra finalmente il suo lato più umano, forse l’ultimo momento di temporanea lucidità, quasi un ricordo dal passato ma, mentre la pioggia comincia a cadere su di loro, realizza amaramente che non può farsi aiutare da chi non è migliore di lui. Il clown ormai è andato troppo in là in quella “giornata storta” e rifiuta, a suo modo, in maniera spettacolare e teatrale con la barzelletta del titolo che distrugge la tensione del momento: “Ci sono questi due tizi in un manicomio … e una notte, una notte decidono che sono stanchi di vivere in un manicomio. Decidono che cercheranno di fuggire! Così, salgono sul tetto e, dall’altra parte, vedono i palazzi della città distendersi alla luce della luna… verso la libertà. Il primo salta sul tetto vicino senza alcun problema. Ma il suo amico, il suo amico non osa compiere il balzo. Perché… perché ha paura di cadere. Allora il primo ha un’idea… e dice: ‘Ehi! Ho preso la torcia elettrica con me! Illuminerò lo spazio tra i due edifici. Così mi raggiungerai camminando sul raggio di luce!’. M-ma il secondo scuote la testa. E d-dice… dice: ‘Co-cosa credi!? Che sia pazzo? Quando sarò a metà strada la spegnerai!’”. Sotto una pioggia battente i due cominciano a ridere assieme, Batman posa le sue mani sulle spalle di Joker mentre la volante sta sopraggiungendo. La risata si interrompe bruscamente. La luce si spegne. Sipario.

Il finale aperto, le ultime vignette senza dialoghi e in cui i due protagonisti scompaiono dall’inquadratura, sono state oggetto di numerose interpretazioni da parte dei fan e della critica. Che si sposi una teoria piuttosto che un’altra, ciò che resta è che l’offerta d’aiuto dell’eroe mascherato deve esser sembrata ridicola al suo interlocutore. L’uomo che una volta si chiamava Jack Napier ormai è perfettamente consapevole di esser andato troppo in là per essere aiutato, l’altro, al secolo Bruce Wayne, sa che il folle al suo cospetto non può essere “ingabbiato secondo la legge”. I due pazzi protagonisti della barzelletta sono senz’altro i due antagonisti stessi. Batman è quello che è riuscito a saltare verso la libertà, Joker colui che ha paura di cadere. La luce riflessa nella pozzanghera (che si spegne nell’ultima vignetta) è la torcia che dovrebbe aiutare anche il secondo uomo nella fuga dal manicomio.

Che il vigilante uccida la sua nemesi come ha suggerito Grant Morrison (autore di un’altra grande serie di successo dedicata al paladino di Gotham e all’eccentrico “villain” – “Arkham Asylum” – oltre che della “Justice League” dal 1996) o che aspetti l’arrivo della volante per seguire il consiglio dell’amico Gordon, questo albo oltre ad aprire numerosi spunti di riflessione, ha il merito di restituire al criminale più pericoloso dell’universo DC la sua essenza e di legarla indissolubilmente alla figura del suo nemico.

Teatrale, sublime, regale, crudele, spietato ma anche umano, quello di Alan Moore è un Joker puro, dal quale tutti, autori e lettori, dovrebbero partire per comprendere la natura del personaggio.

To be continued…

Nicola Manzi

Batman The Killing Joke (1988) - Alan Moore, Brian Bolland

Batman: The Killing Joke (1988) – Alan Moore, Brian Bolland