No, non avete letto male. Il titolo è proprio scritto così. Sono un uomo e sono pure contento di esserlo (per quanto possa sembrar strano), però, se per puro caso diventassi donna, se per un qualsivoglia motivo chirurgico, estetico, fisico-biologico o fantascientifico si verificasse l’ipotesi, mi piacerebbe essere una scrittrice.
Oggi come oggi, inoltre, non mi piacerebbe essere altro che Amélie Nothomb.
Non c’è nulla di estetico o narcisista, bensì una chiara ammirazione per una autrice che ho scoperto da qualche anno e che, in ogni nuovo libro che mi appresto a leggere, mi stupisce. Certo, lo stupore finisce quando si finisce di inventare, quando ai troppi alti si susseguono alcuni bassi, quando alle vette si interpongono le valli o, quantomeno, i pianori. Quando la vedi in fotografia, quel tipo, è una che rompe le righe e te ne accorgi subito. Veste spesso di nero, al massimo rossetto rosso che fa contrasto coll’incarnato chiaro, occhi suadenti, acuti e profondi e cappelli sontuosi, imponenti e ridondanti, di certo appariscenti. Abbigliamento pop a parte, e quindi una sorta di gusto retrò nell’immagine, ti aspetti una scrittrice al passo coi tempi, brava a trarre il massimo dalla tecnologia, anche perché il suo stile è immediato, senza gongoli. Invece no, ama scrivere sempre a mano, su quadernetti che l’accompagnano – presumo – in giro per il mondo.
Provi quindi a leggere i suoi libri.
Sono sottili, direbbe lo sfaticato. Ma mica ha torto, direi io. Almeno, non ti si affloscia il braccio a furia di reggere il volume e, se vogliamo, lo sforzo è ridotto perché la lettura procede spedita fino a quando ti accorgi che il libro è finito, lo riponi sullo scaffale e ripeti l’operazione più volte in breve tempo, così ti ritrovi uno scaffale di piccoli gioiellini che, un giorno o l’altro, rileggerai senza timore.
Il Giappone e la Nothomb. Quanto è strano questo collegamento? E il Giappone ritorna in molti suoi libri, adorato nei ricordi come messo a nudo nelle parole. Lei dichiarò in una intervista che, da piccola, parlava il franponese, una sorta di ironico miscuglio tra le due lingue che conosceva. Dopo il ritorno in Europa, dimenticò gradualmente i dettami di quella lingua lontana, ma qualcosa deve esserle rimasto dentro, come lei stessa ammette, e questo qualcosa la influenza nello stile, nel modo di scrivere e in una sorta di aliena visione dei fatti, una lucida calma che spesso è merce rara nella mentalità europea.
… Tutto quello che amiamo diventa racconto. Il primo dei miei fu il Giappone. Cominciai a narrarlo a me stessa quando mi strapparono di lì, all’età di cinque anni. Molto presto, le lacune della mia storia mi misero in difficoltà. Che cosa potevo dire del Paese che avevo creduto di conoscere e che, con il passare degli anni, si allontanava sempre di più dal mio corpo e dalla mia testa? Non c’è stato un momento in cui ho deciso di inventare. Succede e basta. Non si è mai trattato di insinuare il falso nel vero, né di attribuire alla verità una parvenza di falsità. Quanto si è vissuto lascia una musica nel cuore: è quella musica che ci si sforza di ascoltare tramite il racconto. Si tratta di scrivere questo suono con i mezzi del linguaggio. Un’operazione che presuppone tagli e approssimazioni. Si sfronda per mettere a nudo il turbamento che ci ha conquistati…”. Tratto da “La nostalgia felice” (“La Nostalgie Hereuse”, 2013).
In “Igiene dell’assassino” (“Hygiène de l’Assassin”, 1992) – il primo romanzo di Amélie – c’è già uno quadro di quello che produrrà in futuro: allo scrittore Premio Nobel Prétextat Tach, affetto da un cancro alle cartilagini, restano solo due mesi di vita. Allora, concedendosi alla stampa come una grazia divina, accetta di incontrare uno dopo l’altro quattro giornalisti maschi, per un’intervista. Accolti in una stanza buia, aggrediti da una dialettica spietata, i quattro cedono la baldanza a quell’uomo misogino, cinico, intollerante e provocatore. Dopo di loro, è la volta di una giornalista. La donna però, conosce bene lo scrittore e lo attacca sui suoi punti deboli, in particolare il suo passato e un segreto profondo che lo tormenta e che egli ha celato in un romanzo rimasto incompiuto. Alla fine, lo scrittore è costretto a cedere all’arguzia della donna, e le conseguenze sono impreviste e imprevedibili. Un romanzo quasi del tutto in forma di dialogo, chirurgico e senza vie d’uscita, una forma di tortura fatta con le parole.
La Nothomb è spesso anima colta, profonda e lucida, analitica, al limite del cinismo letterario. Non arzigogola, colpisce di netto. Che sia una donna particolare lo si scopre anche leggendo la sua biografia. Figlia di un diplomatico belga, nasce nel 1967 a Kōbe, in Giappone. Vive seguendo le orme della famiglia e, nei primi anni, assorbe quel tanto che le basta di una certa cultura estremo-orientaleggiante, che ne fa assoluta conoscitrice di tematiche e filosofie di vita minimalista. E poi, quell’abitudine a scrivere prevalentemente tra le quattro e le otto del mattino, per poi vivere una vita lontana dalla tecnologia (il materiale per le pubblicazioni lo consegna in un quadernetto scritto a mano).
I primi anni trascorsi in giro per l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano emergono sovente in autobiografie irriverenti, come “Metafisica dei tubi” (“Métaphysique des Tubes”, 2000), ma anche in “Biografia della fame” (“Biographie de la Faim”, 2004), emblemi del romanzo nothombiano. Quest’ultimo testo inizia con un excursus sulle abitudini alimentari delle Nuove Ebridi e dell’Arcipelago Vanuatu, sul significato della fame nella cultura di chi trova tutto già a disposizione e non ha necessità di lordarsi e stancarsi per procurarselo. Il libro vira quindi decisamente sull’esperienza autobiografica: “… Il sogno dei fisici è arrivare a spiegare l’Universo a partire da una sola legge. Sembra sia molto difficile. Se fossi un Universo, esisterei grazie a quest’unica forza: la fame. Non si tratta di aggiudicarsi il monopolio della fame; è la qualità umana più diffusa. Ho tuttavia la pretesa di essere una campionessa in questo campo. Perfino nei miei ricordi più remoti, morivo sempre di fame. Appartengo a un ambiente agiato: a casa mia non è mai mancato niente. È questo che mi suggerisce di vedere nella mia fame una caratteristica personale: non è spiegabile socialmente. Va precisato che la mia fame è da intendersi nel senso più ampio: se fosse stata solo la fame di alimenti, forse non sarebbe stata così grave. Ma esiste una fame che è solo di cibo? Esiste una fame del ventre che non sia l’indizio di una fame più generalizzata? Per fame, intendo quel buco spaventoso di tutto l’essere, quel vuoto che attanaglia, quell’aspirazione non tanto all’utopica pienezza quanto alla semplice realtà: là dove non c’è niente, imploro che vi sia qualcosa…”.
La Nothomb in Giappone ci tornò a ventuno anni, per lavorare in una grande azienda. Gli esiti furono disastrosi, stando almeno a quanto la sua penna racconta in “Stupore e tremori” (“Stupeur et Tremblements”, 1999). In certi momenti, il libro diventa una riflessione sulla donna reale e concreta. Amélie racconta, come d’abitudine, frammenti dilatati delle sue reali esperienze, lanciando messaggi in parte celati tra l’irrinunciabile ironia e il cinismo letterario. E’ l’ironia, soprattutto, a emergere come in pochi altri suoi romanzi: “… Ricapitoliamo. Da piccola volevo diventare Dio. Molto presto compresi che era chiedere troppo e versai un po’ di acqua benedetta nel mio vino da messa: sarei stata Gesù. Presi rapidamente coscienza del mio eccesso di ambizione e accettai di fare la martire, una volta diventata grande. Adulta, mi decisi a essere meno megalomane e a lavorare come interprete in un’azienda giapponese. Sfortunatamente, era troppo per me e dovetti scendere di un gradino per diventare ragioniera. Ma non c’erano stati freni alla mia folgorante caduta sociale. Mi venne dunque assegnato il posto di nullafacente. Purtroppo – avrei dovuto sospettarlo – era ancora troppo per me. Ottenni così l’incarico estremo: guardiana dei cessi. Dalla divinità alla latrina: c’era di che estasiarsi del mio percorso inesorabile. Di una cantante che riesca a passare dal registro di soprano a quello di contralto si dice che possiede una vasta estensione: io mi permetto di sottolineare la straordinaria estensione del mio talento, in grado di cantare in tutti i registri, tanto in quello di Dio che in quello della signora Pipì…
La sua esperienza insegna, corregge, fortifica, senza voler sembrare assoluta e autoreferenziale. Riflette su ciò che è difficile ammettere. Sui propri difetti, sulle proprie manie, su ansie e certezze. L’inizio piatto e semplicistico non maschera a lungo il vero intento della scrittrice, e la densità delle pagine balza all’occhio con lo sfogliare, con l’entrare nel vivo delle riflessioni della protagonista. Le sue tragicomiche disavventure – chissà quanto filtrate dall’immaginazione – insistono anche nel successivo “Né di Eva né di Adamo” (“Ni d’Ève Ni d’Adam”, 2007) e nel molto più recente “La nostalgia felice” (“La Nostalgie Hereuse”, 2013).
Tradotta in quasi cinquanta Paesi, milioni di copie vendute, Amélie Nothomb si diverte nello scrivere di personaggi e situazioni imbarazzanti, paradossali, spesso disturbanti. Si diverte a porci davanti a quelle domande di cui abbiamo paura, che non vorremmo mai affrontare. E allora, è consolante scoprire come le affrontano i suoi personaggi, ignorando che le sue storie sono nient’altro che lo specchio fedele del nostro quotidiano, quello che ci troviamo davanti ogni volta che solleviamo il capo da terra, restituendoci la nostra reale immagine. Quello specchio se ne infischia delle nostre bugie, non mente ed è difficile se non impossibile sfuggirgli. La prima a non sfuggire, forse, è proprio lei. Protagonista antagonista narratore, tutto in uno. Non cerca l’esposizione a tutti i costi, le sue uscite pubbliche sono limitate, ma non si nega mai a un autografo, a una dedica, a un complimento. Almeno, questo è quanto dicono coloro che l’hanno conosciuta. Il suo è uno stile incisivo, a volte tagliente, schietto e immediato, un umorismo che traspare da trame mai scontate, riesce a ruotare con incredibile abilità intorno a temi come l’amore, la fedeltà, la scoperta di sé stessi, le proprie ambizioni. Le sue storie sono sempre fresche, pur apparendo strane. Procedendo nella lettura, si scopre che strane lo sono davvero. Ma non si tratta di una stranezza fine a sé stessa; essa è costruita per giungere insieme al punto di vista finale, dove si esplica la vera maestria della penna.
L’alone del mistero, del curioso, della sovversione dei ruoli, lo sguardo cattivo sulla realtà, lo schiaffo a mano aperta, la critica sociale, come in “Acido solforico” (“Acide sulfurique”, 2005), romanzo nel quale la Nothomb parla a modo suo del meccanismo dei reality, dello show come moderno miscuglio di realtà falsa e sincera ipocrisia.
Intelligenza narrativa, acume e sottile psicologia sono le sue armi migliori, e spesso le sue incursioni partono dalle situazioni più comuni. Un esempio? Leggete “Cosmetica del nemico” (“Cosmétique de l’Ennemi”, 2001), una storia che inizia in un aeroporto. Un uomo, per ingannare l’attesa, sta leggendo. Poche cose sono comuni come la situazione accennata. All’uomo in attesa si avvicina uno sconosciuto, che inizia a parlare instaurando quella che sembrerebbe una banale conversazione tra annoiati. Invece, è proprio lì che inizia l’incubo. Inutile aggiungere che i dialoghi serrati, ben limpidi, reggono il ritmo e fanno volare le pagine: “… Odiava gli aeroporti e lo esasperava la prospettiva di restare in quella sala d’attesa per un tempo indefinito. Tirò fuori un libro dalla borsa e sprofondò rabbiosamente nella lettura. – Buongiorno – gli disse qualcuno in tono cerimonioso. Sollevò appena la testa e ricambiò il buongiorno con meccanica gentilezza. L’uomo gli si sedette accanto. – Sono esasperanti questi ritardi, vero? – Sì – borbottò lui. – Se almeno si sapesse quanto c’è da aspettare, uno si organizzerebbe. Jérôme Angust annuì. – È bello il suo libro? – domandò lo sconosciuto. ‘È il colmo’ pensò Jérôme ‘ci voleva pure un seccatore che venisse ad attaccare bottone’. – Hm, hm – rispose, con l’aria di dire: ‘Mi lasci in pace’. – Lei è fortunato. Io sono incapace di leggere in un luogo pubblico. ‘Per questo va a scocciare quelli che ne sono capaci’ sospirò tra sé Angust. – Odio gli aeroporti, – continuò l’uomo. (‘Anche io, sempre di più’ pensò Jérôme) – Gli ingenui credono di trovarvi i viaggiatori. Che errore romantico! Lo sa che razza di gente s’incontra? – Gli importuni? – ringhiò quello continuando a simulare la lettura. – No, – disse l’altro senza cogliere l’allusione. – Dirigenti in viaggio d’affari. Il viaggio d’affari è a tal punto la negazione del viaggio che non dovrebbe più chiamarsi così. Si dovrebbe dire ‘spostamento di commerciante’. Non lo trova più corretto? – Io sono in viaggio d’affari – articolò Angust, pensando che lo sconosciuto si sarebbe scusato per la gaffe. – Inutile precisarlo. Si vede. ‘E villano, per giunta’ tuonò Jérôme tra sé. Poiché le regole della buona educazione erano state infrante, decise che aveva anche lui il diritto di farne a meno. – Forse non ci siamo capiti: non ho nessuna voglia di parlare con lei. – Perché? – domandò lo sconosciuto con naturalezza. – Perché sto leggendo. – No. – Prego? – Lei non legge. Forse pensa di leggere. La lettura è un’altra cosa. – Beh, senta, non ho nessuna intenzione di ascoltare le sue profonde riflessioni sulla lettura. Lei mi dà ai nervi. Anche se non leggessi, non avrei voglia di parlarle. – Si vede subito quando uno legge. Chi legge, chi legge veramente, è altrove. Lei invece sta qua. – Sapesse quanto mi dispiace! Soprattutto dopo il suo arrivo. – La vita è piena di piccoli contrattempi che la rendono sgradevole. Più che i problemi metafìsici, sono le contrarietà senza significato a rivelare l’assurdità dell’esistenza. – Senta, la sua filosofìa da quattro soldi se la può mettere… – Non sia sconveniente, per favore. – È lei che è sconveniente!…”. E ancora, certo, il nemico, spesso ce l’abbiamo dentro…Le prove dell’esistenza del nemico interiore sono evidenti e quelle del suo potere schiaccianti. Credo nel nemico perché, tutti i giorni e tutte le notti, lo incontro sul mio cammino. Il nemico è quello che dall’interno distrugge tutto ciò che vale. È quello che ti mostra il disfacimento insito in ogni realtà. È quello che ti rivela la tua bassezza e quella dei tuoi amici. È quello che, in un giorno perfetto, troverà un’ottima ragione per torturarti. È quello che ti ispirerà il disgusto per te stesso. È quello che, quando scorgi il viso celeste di una sconosciuta, ti rivelerà la morte contenuta in tanta bellezza”.
Amélie adora le fiabe.
Ne sono certo.
Però le fiabe sono per lei come calzini rivoltati. Solo così mi spiego opere come “Barbablù” (“Barbe Bleue”, 2012) e “Riccardin dal ciuffo” (“Riquet à la Houppe”, 2016), che fanno il verso a “Barbe Bleue” e “Riquet à la Houppe” di Charles Perrault con una sentita riscrittura moderna – à la Nothomb, per intenderci.
Infine, una citazione a un paio di storie brevi che mi hanno colpito particolarmente – anche perché furono le prime che lessi: “L’entrata di Cristo a Bruxelles” (“L’Entrée du Christ à Bruxelles”, 2004) e “Senza nome” (“Sans Nom”, 2001). Be’, non aggiungerò altro, se non che lì dentro c’era qualcosa che ha fatto scattare la molla. E come è scattata a me, credo possa accadere per molti altri.
In Italia, tutti i suoi titoli sono pubblicati dalla Casa editrice Voland. Se ne trovano anche di tascabili a prezzi ragionevoli. Ovviamente, parlare dei libri di un’autrice così prolifica – si dice che scriva almeno tre romanzi l’anno, per poi decidere quale pubblicare mentre gli altri, conservati gelosamente in una scatola, saranno il cibo che la formica Amélie Nothomb mette da parte per le inevitabili invernate future. E, a furia di parlarne, m’è venuta fame. Sarebbe il caso di chiudere, no?
Cancellate le mie ultime parole, sono protette dalla privacy. Un ultimo consiglio: procurateveli questi libri, e non vi farete del male.
O forse si? Nel dubbio…
Best regards,

Enzo D’Andrea

Amélie Nothomb