Di Stanley Kubrick

Scritto da: STANLEY KUBRICK, ARTHUR C. CLARKE
Musiche di: RICHARD STRAUSS, JOHANN STRAUSS, ARAM KHACHATURYAN, GYÖRGY LIGETI
Montaggio di: RAY LOVEJOY
Fotografia di: GEOFFREY UNSWORTH, JOHN ALCOTT, STANLEY KUBRICK
con:
KEIR DULLEA
GARY LOCKWOOD
WILLIAM SYLVESTER
DANIEL RICHTER
LEONARD ROSSITER
ROBERT BEATTY
MARGARET TYZACK
SEAN SULLIVAN
BILL WESTON
ED BISHOP
EDWINA CARROLL
GLENN BECK
KEVIN SCOTT
BURNELL TUCKER
ALAN GIFFORD
VIVIAN KUBRICK
DOUGLAS RAIN
Produzione: STANLEY KUBRICK, VICTOR LYNDON
Durata: 143’      Anno: 1968
Titolo Originale: 2001: A SPACE ODYSSEY (Monacò)

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2001: ODISSEA NELLO SPAZIO

L’eternità è innamorata dei lavori del tempo.”

William Blake (1757-1827)

L’alba dell’uomo… principio e fine bruciano nel fuoco di una nuova stella… l’infinito, lo spazio. Come una morte strana e luminosa… la fine, Omega. Poi, dopo il grande splendore… Alfa, il principio, un’immensa bomba strutturata che si nutre di energia, energia che è data dalla curiosità umana, dalla voglia di conoscenza. L’angoscia scompare, il viaggio senza fine ha una meta, oltre i confini del sistema solare, in un luogo arcano in cui una stella è giunta alla fine della sua evoluzione, collassata… il presente è ora in una stanza del ‘700 che tutto assorbe in sé… il processo evolutivo della mente subisce un’accelerazione vertiginosa, in pochi istanti migliaia di anni di storia umana. Una storia di delitti e di violenze ma anche di sete di conoscenza: “Fatti non fummo per viver come bruti”… un racconto con bagliori visibili da un cieco. “2001: Odissea Nello Spazio” è l’inizio della “trilogia” sul mistero della vita, proseguita da “INLAND EMPIRE” (2006) di David Lynch e conclusa con “The Tree Of Life” (2011) di Terrence Malick… oltre la materia e il nulla, oltre il tempo e l’eternità. Così impariamo l’Universo. 1968: mancava più di un anno all’arrivo dell’uomo sulla Luna… un regista statunitense ci portò in anticipo lassù, con una poesia, una visione di infinita bellezza. La più grande opera a sfondo religioso che abbia mai realizzato. Un interminabile abisso nero si apre al nostro sguardo… poi la musica, “Also Sprach Zarathustra”, poema sinfonico di Richard Strauss, meraviglioso e terribile… la paura atavica dell’uomo di fronte all’ignoto, il bisogno disperato di Dio. Un nuovo linguaggio aggira la comprensione, quello della circolarità dello spazio, la rigenerazione dell’occhio, lo “sguardo” di HAL 9000 (tre lettere ottenute anticipando la sigla “IBM”), uno sguardo che combatte colui che l’ha creato, colui che vive per scoprire… l’uomo. “Occhi spalancati chiusi” (“Eyes Wide Shut”). Inizia il percorso evolutivo, i tempi si dilatano mentre l’alba fiorisce… poi il Monolito, simbolo della curiosità e dell’intelligenza umana che mai si spegne, che pretende nutrizione; altrimenti saremmo solo scimmie che vivono fino alla fine dei tempi, tutte uguali. Sempre uguali. Ma non è così, per fortuna prevale sempre la volontà di conoscenza, che porta alla nascita del Superuomo: l’uomo. Un antropoide primitivo che pensa, che conquista la proprietà, che la difende, che ama e odia… e quindi è. Un antropoide che scaglia in aria un osso, divenuto arma, simbolo della sua individualità, della sua libertà… un osso che si trasforma in un’astronave diretta verso lo spazio in quello che è uno degli stacchi più geniali e audaci della storia del cinema. Adesso il film vive sul ritmo di un respiro delle stelle, un nuovo silenzio mai ascoltato prima, fatto di mille suoni e di musica, che fa cantare il buio celestiale. Le astronavi danzano sulle note leggere e piene di grazia de “An Der Schonen Blauen Donau” (“Sul Bel Danubio Blu”) di Johann Strauss.

Ora è un’esperienza visiva di profonda spiritualità, con il racconto breve “La Sentinella” di Arthur C. Clarke trasformato in immagini da Geoffrey Unsworth, John Alcott e dal regista; immagini che rapiscono lo sguardo. Un velo di tristezza attraversa l’atmosfera che va giù lungo la spirale del gelo siderale dato dalle asettiche astronavi realizzate con la collaborazione della NASA. Un uomo, un astronauta, assiste alla fredda e incorporea disperazione di una macchina ribelle: HAL 9000, la figura più tragica e malinconica della deriva cibernetica. Ma l’astronauta vince sulla creatura meccanica. L’Intelligenza Artificiale è sconfitta da un essere umano che ora è catapultato nell’infinito. Esplora il cosmo, e non ha più limiti… il suo corpo può assumere qualsiasi forma, ha raggiunto il punto più alto dell’evoluzione. Dieci minuti di poetico stupore di fronte alle meraviglie dello spazio ricco di un’abbagliante psichedelia di colori ed effetti visivi mai visti prima, sparati alla velocità della luce. Oltre le stelle… i buchi neri, oltre tutto. Lontano dalla luce è l’ineffabile splendore, in un luogo dell’anima. Una stanza del ‘700, l’età dei lumi, della Ragione. Il Monolito è in quella stanza perché l’astronauta, il Superuomo, l’uomo sta per diventare polvere, sta per invecchiare e morire… per lasciare il posto ad una nuova umanità, rinnovata, figlia dell’infinità delle cose. L’uomo si perde nello spazio, che non potrà mai essere compreso, e rivede la sua vita che scorre. Prima giovane e poi sul letto di morte, ritrova nel suo ultimo istante il Monolito, ovvero la curiosità che non l’abbandona mai, nemmeno quando esala l’ultimo respiro, perché tende il braccio verso quella fonte di coscienza e conoscenza. Tra le stelle un neonato nel sacco amniotico, un’immagine sublime, che ci ricorda di come l’essere umano può evolvere nel tempo (piano diacronico) e nello spazio (piano sincronico)… ma finché nascerà nell’Universo davanti a lui vi sarà sempre un Monolito… una ragion d’essere, un traguardo da raggiungere che diventerà al tempo stesso un punto di partenza. Una luce. Questo nella ciclicità della nostra vita, dalla nascita alla morte. Uno dei sogni più ricorrenti quando si è bambini è quello di esplorare lo spazio… un genio visionario l’ha realizzato. Io, perso con la mente sullo schermo del mio vecchio e scassato Hewlett Packard, mi volto verso la finestra, verso la notte, e vedo una scia luminosa che brucia il cielo, e lancio un sasso nello spazio che ora rimbalza sulla via lattea, e non si ferma più; un’immagine magica senza senso, da mente alla deriva, poi mi viene in mente che non ho ancora scritto il suo nome (ma tanto lo sapete tutti) e non l’ho ancora ringraziato… e allora lo faccio ora. Grazie infinite signor Stanley Kubrick. Riposi beato, perso nell’Universo tra le stelle, lei che le ha rese così vive ai nostri occhi illuminando l’oscurità.

 

Bisogna avere il Caos dentro di se per partorire una stella danzante.”

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

Monacò

2001 A Space Odyssey (1968)

2001: A Space Odyssey (1968)